Carlo Goldoni

Se pensiamo al teatro (e poi al cinema), ciò che ci viene in mente è un gruppo di attori che, su un palcoscenico, interpreta personaggi immaginari dando loro un volto e una voce. Ebbene, non è stato sempre così. Dalla metà del Cinquecento in poi, il teatro comico italiano è stato anche e soprattutto commedia dell’arte, ossia un teatro nel quale gli attori portavano in scena sempre gli stessi personaggi, gli stessi “tipi” fissi che tornavano di spettacolo in spettacolo e che avevano il volto coperto da maschere, sopravvissute fino a oggi nella tradizione popolare (come il servo Arlecchino, la servetta Colombina, l’avaro Pantalone e le altre figure tipiche del Carnevale). Più che di pièces teatrali, si trattava di elementari (e spesso triviali) scenette comiche, per lo più improvvisate. Tutto ciò cambiò nel corso del Settecento, e il merito di tale trasformazione spetta soprattutto a Carlo Goldoni. Goldoni è stato prima di tutto un uomo di teatro: il più grande del nostro Settecento. Non solo perché – in un’ età in cui andava prendendo piede la moda del romanzo – ha scritto quasi solo opere teatrali (l’unica importante eccezione sono i Mémoires), ma anche perché è stato proprio il successo di queste opere a garantirgli fama e fortuna critica anche dopo la sua morte. L’Italia non aveva avuto, tra Cinque e Seicento, un grande autore di teatro come Molière o Shakespeare: Goldoni è il nostro maggiore commediografo, e ancora oggi è uno scrittore godibilissimo. Nelle storie letterarie si sottolinea il fatto che è stato uno dei primi italiani a portare sulla scena la vera vita della borghesia e del popolo. Questo è indubbiamente vero, ma al di là del suo ruolo storico, sia che lo si legga sia che lo si veda sul palcoscenico, Goldoni resta un autore molto divertente. Com’è inevitabile, il tempo ha fatto invecchiare i suoi personaggi e le sue trame, ma non ha intaccato il suo humour: e non è cosa che si possa dire di molti scrittori del passato.