Eugenio Montale

«Scrissi i primi versi da ragazzo. Erano versi umoristici, con rime tronche bizzarre. Più tardi, conosciuto il Futurismo, composi anche qualche poesia di tipo fantaisiste, o se si vuole grottesco-crepuscolare. Ma non pubblicavo e non ero convinto di me.» Così raccontava i suoi esordi il poeta Eugenio Montale in uno scritto del 1946 intitolato Intenzioni (Intervista immaginaria). A leggere queste parole, non sembra un debutto straordinario. In effetti Montale, nato nel 1896, non è stato un poeta particolarmente precoce: il suo primo libro, Ossi di seppia, lo pubblica nel 1925, già sulla soglia dei trent’anni. Ma si tratta di un debutto che fa subito intuire ai lettori e ai critici l’eccezionale qualità dell’esordiente. Colpisce anche, nel passo dell’Intervista immaginaria, una certa modestia – in inglese ci sarebbe una parola più adatta, understatement – che non ci si aspetterebbe dal più grande poeta italiano del Novecento, destinato a essere nominato senatore a vita nel 1967 e a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1975. Ma il rifiuto della retorica, dei proclami e soprattutto della celebrazione di sé è un tratto che accompagnerà Montale nel corso di tutta la sua carriera. Ne fanno fede i versi di una poesia scritta pochi anni prima della morte, intitolata Per finire: «Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere ed è già troppo vivere in percentuale. Vissi al cinque per cento, non aumentate la dose.»