Pier Paolo Pasolini

Fra gli scrittori del secondo Novecento italiano Pier Paolo Pasolini è, molto probabilmente, quello oggi più noto. Nessun altro romanziere, regista o poeta è stato infatti capace di lasciare, nell’opinione pubblica e nella memoria culturale del nostro Paese, una traccia personale così forte e riconoscibile. Il suo nome, oggi, è per lo più associato alla chiaroveggenza di alcune pagine saggistiche sulla mutazione catastrofica della società italiana e alle sue dure prese di posizione contro il movimento degli studenti del ’68. Ma Pasolini, per quanto polemista geniale e controverso, non può essere ridotto solo a questo. Sperimentatore instancabile, è stato infatti poeta, romanziere, regista, sceneggiatore, drammaturgo, critico letterario e giornalista: nella sua non lunga vita (muore ammazzato a cinquantatré anni) ha scritto più di trentamila pagine. E tuttavia, nonostante le sue dimensioni impressionanti, buona parte dell’opera pasoliniana ruota in realtà intorno a un unico problema: il trauma dell’industrializzazione accelerata del nostro paese. Nell’Italia del dopoguerra e del boom economico, Pasolini fu infatti uno dei pochi intellettuali comunisti a essere radicalmente non progressista. In moltissimi suoi saggi, infatti, la modernizzazione industriale è descritta come un vero e proprio cataclisma culturale. A causa di uno «sviluppo senza progresso» l’Italia gli appare come una nazione che sta diventando ricca e benestante, ma che sta perdendo se stessa, la propria memoria e la propria identità millenaria. Se il Neorealismo ha rappresentato soprattutto la “miseria materiale” del nostro paese, distrutto dal fascismo e dalla guerra, con Pasolini è la “miseria morale” generata dalla nuova ricchezza del boom economico a occupare quasi integralmente la scena.