Cesare Pavese

«Un uomo che muore a trentacinque anni» così suona una frase attribuita allo scrittore tedesco Moritz Heimann «è in ciascun punto della sua vita un uomo che morrà a trentacinque anni». È una frase ovvia, ma che fa riflettere: perché è chiaro che una morte precoce significa l’interruzione traumatica di un progetto, di una vita che doveva ancora maturare e compiersi. È una cosa che viene naturale pensare anche di coloro che si suicidano, specie se giovani o non vecchi: è difficile, cioè, leggere a posteriori la vita di una persona che a un certo punto ha deciso di togliersela senza cercare qua e là le tracce di questo destino, di questa “vocazione al suicidio”. Cesare Pavese, nato nel 1908, si suicidò nel 1950 con un’overdose di sonniferi. Le tracce di questo destino, di questa “interruzione di progetto”, nella sua biografia non mancano, e anche nei libri che scriveva. Natalia Ginzburg, che fu sua amica, disse una volta che Pavese «non amava la vita», ed è probabile che fosse così, o meglio che la vita, gli altri, e le donne in particolare, lo mettessero a disagio, tanto a disagio che a un certo punto ritenne che fosse meglio finirla con tutto.