Luigi Pirandello

«La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di più densa tenebra nell’oscurità. Né al lume della scienza per la vita, né al lume della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità dell’esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito perciò affrontare o subire, per levarsene al più presto il pensiero. Ecco, sì, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri da levarsi. Ogni indugio era una debolezza. [...] Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci si stesse per questo? Oh sì, c’erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza. Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni. Che concludevano?» Queste sono le riflessioni di Bernardo Sopo, protagonista della novella di Pirandello Leviamoci questo pensiero! Ma, come spesso accade nei racconti pirandelliani, la voce del personaggio si mescola con quella del narratore, in un intreccio indissolubile, e i vari personaggi, pur così ben definiti e caratterizzati, sono per certi aspetti solo tante diverse facce del loro autore. Anche Pirandello – come Bernardo Sopo – non riesce a credere al lume della fede e a quello della scienza; anche per lui i «sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza» sono solo «scherzi graziosi o scherzi ingegnosi»: in una parola, «illusioni». Egli avrebbe voluto nascere nel secolo delle certezze, conservare la fede ingenua provata nell’infanzia o almeno la fiducia ostinata nei miracoli della scienza e del progresso; ma gli è toccato in sorte di vivere nel secolo delle disillusioni, della crisi d’ogni certezza. Come Bernardo Sopo, ha trascorso la vita intera a fronteggiare questa o quella necessità (le difficoltà economiche, la malattia mentale della moglie, le vicissitudini della sua compagnia teatrale, la “vita” delle opere da lui create), senza trarre da nessuna esperienza né serenità né tanto meno piacere. Né i riconoscimenti a lui tributati dal regime fascista, né il successo internazionale, né la consacrazione del premio Nobel (ricevuto nel 1934) riescono a dargli appagamento e soddisfazione. Somiglia sempre di più all’uomo «fuori di chiave» del quale ha fatto il ritratto nel suo saggio L’umorismo: «Un uomo a cui un pensiero non può nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione ch’egli abbia di dir sì, subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringono a dir no; e tra il sì e il no lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita; d’un uomo che non può abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito qualcosa dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce.» Alla fine persino la scrittura, da sempre unica ancora di salvezza, perde qualsiasi attrattiva, come lui stesso scrive in una delle ultime lettere (lettera a Marta Abba da Roma, 1° agosto 1936): «Vorrei fuggire ma non so più dove. Fuggire da me stesso. Non mi trovo più in nulla, né in nessun luogo. La verità è, che dovrei morire. Ho pure ancora tanta, tanta vita dentro! Ma non mi pare che metta più conto viverla, impiegarla in qualche cosa. Scrivere mi fa nausea. Il lavoro è lì pronto, e non m’invita più, né mi ci so accostare.» Consapevole che la vita non conclude mai, che è impossibile sfuggire a questo vano e inutile affannarsi, Pirandello aspetta la fine del suo «involontario soggiorno sulla terra»; nel biglietto testamentario chiede di essere cremato e che le sue ceneri siano trasportate nella campagna di Girgenti, là dov’era nato quasi settant’anni prima: «Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu, dagli abitanti di Girgenti [...] corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos.»