Luigi Pirandello

Il fu Mattia Pascal

Adriano Meis entra in scena

Deciso a sfruttare la straordinaria e imprevista opportunità (si trova in mano una considerevole somma di denaro vinta al gioco ed è da tutti ritenuto morto), Mattia si dedica alla creazione della sua nuova identità: vuole diventare un’altra persona, sia fisicamente sia interiormente, senza alcun legame con il passato. All’inizio l’idea di questa metamorfosi gli procura una sensazione di incontenibile euforia, ed egli si dedica con entusiasmo alla creazione di un nuovo “io”, al quale darà il nome di Adriano Meis. Ben presto si accorge però che l’operazione non è così semplice e indolore come gli era apparsa all’inizio.

Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevano voluto ingannarsi da sé, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, ma certamente non degna d’encomio, quanto per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me un altr’uomo.

Poco o nulla avevo da lodarmi1 di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d’un molino2. Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte migliore.

Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell’intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui.

Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!

Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d’essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu* Mattia Pascal.

Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.

«E innanzi tutto,» dicevo a me stesso, «avrò cura di questa mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove, né le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d’essere stato due uomini».

Già ad Alenga3, per cominciare, ero entrato, poche ore prima di partire, da un barbiere, per farmi accorciar la barba: avrei voluto levarmela tutta, lì stesso*, insieme coi baffi; ma il timore di far nascere qualche sospetto in quel paesello mi aveva trattenuto.

Il barbiere era anche sartore4, vecchio, con le reni quasi ingommate5 dalla lunga abitudine di star curvo, sempre in una stessa positura6, e portava gli occhiali su la punta del naso. Più che barbiere doveva esser sartore. Calò come un flagello di Dio su quella barbaccia che non m’apparteneva più, armato di certi forbicioni da maestro di lana7, che avevan bisogno d’esser sorretti in punta con l’altra mano. Non m’arrischiai neppure a fiatare: chiusi gli occhi, e non li riaprii, se non quando mi sentii scuotere pian piano.

Il brav’uomo, tutto sudato, mi porgeva uno specchietto perché gli sapessi dire se era stato bravo.

Mi parve troppo!

– No, grazie, – mi schermii. – Lo riponga. Non vorrei fargli paura.

Sbarrò tanto d’occhi, e:

– A chi? – domandò.

– Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev’essere antico…

Era tondo, col manico d’osso intarsiato: chi sa che storia aveva e donde e come era capitato lì, in quella sarto-barbieria. Ma infine, per non dar dispiacere al padrone, che seguitava a guardarmi stupito, me lo posi sotto gli occhi.

Se era stato bravo!

Intravidi da quel primo scempio qual mostro fra breve sarebbe scappato fuori dalla necessaria e radicale alterazione dei connotati di Mattia Pascal! Ed ecco una nuova ragione d’odio per lui8! Il mento piccolissimo, puntato e rientrato, ch’egli aveva nascosto per tanti e tanti anni sotto quel barbone, mi parve un tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scoperto, quel cosino ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! E quell’occhio!

«Ah, quest’occhio,» pensai, «così in estasi da un lato9, rimarrà sempre suo nella mia nuova faccia! Io non potrò far altro che nasconderlo alla meglio dietro un pajo d’occhiali colorati, che coopereranno, figuriamoci, a rendermi più amabile l’aspetto.

Mi farò crescere i capelli e, con questa bella fronte spaziosa, con gli occhiali e tutto raso, sembrerò un filosofo tedesco. Finanziera10 e cappellaccio a larghe tese».

Non c’era via di mezzo: filosofo dovevo essere per forza con quella razza d’aspetto.

Ebbene, pazienza: mi sarei armato d’una discreta filosofia sorridente per passare in mezzo a questa povera umanità, la quale, per quanto avessi in animo di sforzarmi, mi pareva difficile che non dovesse più parermi un po’ ridicola e meschina.

Dopo aver completato la trasformazione fisica, sotto il nuovo nome di Adriano Meis (ricavato da una conversazione orecchiata casualmente in treno), il protagonista decide di dedicarsi ai viaggi.

Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. M’assaliva di tratto in tratto l’idea di quella mia libertà sconfinata, unica, e provavo una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci smarrivo in un beato stupore; me la sentivo entrar nel petto con un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover dar conto di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi piaceva: a Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella mia felicità mi seguiva dovunque. Ah, ricordo un tramonto*, a Torino, nei primi mesi di quella mia nuova vita, sul Lungo Po, presso al ponte che ritiene11 per una pescaja12 l’impeto delle acque che vi fremono irose13: l’aria era d’una trasparenza meravigliosa; tutte le cose in ombra parevano smaltate in quella limpidezza; e io, guardando, mi sentii così ebro della mia libertà, che temetti quasi d’impazzire, di non potervi resistere a lungo.

Avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione esteriore: tutto sbarbato, con un pajo di occhiali azzurri chiari e coi capelli lunghi, scomposti artisticamente: parevo proprio un altro! Mi fermavo qualche volta a conversar con me stesso innanzi a uno specchio e mi mettevo a ridere.

«Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciato così… Ma, via, che te n’importa? Va benone! Se non fosse per quest’occhio di lui, di quell’imbecille, non saresti poi, alla fin fine, tanto brutto, nella stranezza un po’ spavalda della tua figura. Fai un po’ ridere le donne, ecco. Ma la colpa, in fondo, non è tua. Se quell’altro non avesse portato i capelli così corti, tu non saresti ora obbligato a portarli così lunghi: e non certo per tuo gusto, lo so, vai ora sbarbato come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono… ridi anche tu: è il meglio che possa fare».

Vivevo, per altro, con me e di me, quasi esclusivamente. Scambiavo appena qualche parola con gli albergatori, coi camerieri, coi vicini di tavola, ma non mai per voglia d’attaccar discorso. Dal ritegno14 anzi che ne provavo, mi accorsi ch’io non avevo affatto il gusto della menzogna. Del resto, anche gli altri mostravan poca voglia di parlare con me: forse a causa del mio aspetto, mi prendevano per uno straniero. Ricordo che, visitando Venezia, non ci fu verso di levar dal capo a un vecchio gondoliere ch’io fossi tedesco, austriaco. Ero nato, sì, nell’Argentina ma da genitori italiani. La mia vera, diciamo così «estraneità» era ben altra e la conoscevo io solo: non ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l’altro nome.

Non me n’affliggevo; tuttavia per austriaco, no, per austriaco non mi piaceva di passare. Non avevo avuto mai occasione di fissar la mente su la parola «patria». Avevo da pensare a ben altro, un tempo! Ora, nell’ozio cominciavo a prender l’abitudine di riflettere su tante cose che non avrei mai creduto potessero anche per poco interessarmi. Veramente, ci cascavo senza volerlo, e spesso mi avveniva di scrollar le spalle, seccato. Ma di qualche cosa bisognava pure che mi occupassi, quando mi sentivo stanco di girare, di vedere. Per sottrarmi alle riflessioni fastidiose e inutili, mi mettevo talvolta a riempire interi fogli di carta della mia nuova firma, provandomi a scrivere con altra grafia, tenendo la penna diversamente di come la tenevo prima. A un certo punto però stracciavo la carta e buttavo via la penna. Io potevo benissimo essere anche analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo né potevo più ricever lettere da nessuno.

Questo pensiero, come tanti altri del resto, mi faceva dare un tuffo nel passato. Rivedevo allora la casa, la biblioteca, le vie di Miragno, la spiaggia; e mi domandavo: «Sarà ancora vestita di nero Romilda? Forse sì per gli occhi del mondo. Che farà?». E me la immaginavo, come tante volte e tante l’avevo veduta là per casa; e m’immaginavo anche la vedova Pescatore, che imprecava certo alla mia memoria.

«Nessuna delle due,» pensavo, «si sarà recata neppure una volta a visitar nel cimitero quel pover’uomo, che pure è morto così barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppellito! Forse la zia Scolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la mamma; Roberto, tanto meno; avrà detto: – Chi gliel’ha fatto fare? Poteva vivere infine con due lire al giorno, bibliotecario –. Giacerò come un cane, nel campo dei poveri… Via, via, non ci pensiamo! Me ne dispiace per quel pover’uomo, il quale forse avrà avuto parenti più umani de’ miei che lo avrebbero trattato meglio. – Ma, del resto, anche a lui, ormai, che glien’importa? S’è levato il pensiero!»

Seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi oltre l’Italia; visitai le belle contrade del Reno, fino a Colonia, seguendo il fiume a bordo d’un piroscafo; mi trattenni nelle città principali: a Mannheim, a Worms, a Magonza, a Bingen, a Coblenza… Avrei voluto andar più sù di Colonia, più sù della Germania, almeno in Norvegia; ma poi pensai che io dovevo imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaro che avevo meco doveva servirmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei potuto vivere ancora una trentina d’anni; e così fuori d’ogni legge, senza alcun documento tra le mani che comprovasse, non dico altro, la mia esistenza reale, ero nell’impossibilità di procacciarmi un qualche impiego; se non volevo dunque ridurmi a mal partito, bisognava che mi restringessi a vivere con poco. Fatti i conti, non avrei dovuto spendere più di duecento lire al mese: pochine; ma già per ben due anni avevo anche vissuto con meno, e non io solo. Mi sarei dunque adattato.

In fondo, ero già un po’ stanco di quell’andar girovagando sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po’ di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania.

Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto un fanale scorsi un vecchio cerinajo15, a cui la cassetta, che teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi bene in un logoro mantelletto che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che me l’avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto: ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola:

– Venticinque lire…

Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi punto di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia.

Io intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando quel cane, mi sarei fatto sì, un amico fedele e discreto, il quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch’io stessi per farle.

– Venticinque lire? Ti saluto! – dissi al vecchio cerinajo.

Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m’allontanai, considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

LA RICOSTRUZIONE DEL PROPRIO SÉ AUTENTICO   Il caso ha offerto a Mattia Pascal un’opportunità eccezionale: cancellare tutto il passato e ricominciare da capo, in condizioni di assoluta verginità, che dovrebbero consentirgli di diventare esattamente ciò che vuole essere. Non senza una punta di sadismo egli liquida la sua precedente identità (in fondo, commenta sarcastico, Mattia Pascal nella sua vita non ha combinato nulla di buono e merita di finire annegato in un fosso), cercando di cancellarne tutte le tracce fisiche e morali.
Ormai completamente solo, privo di obblighi e di legami, ha la possibilità di ricostruirsi in assoluta libertà, senza subire alcuna costrizione esterna: «Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi» (rr. 19-20). La trasformazione fisica, sancita simbolicamente dal taglio della barba, deve accompagnarsi a quella interiore, cioè all’acquisizione di «un nuovo sentimento della vita» (rr. 16-17), sganciato dalle precedenti esperienze. Al contrario di quanto avvenuto nella sua vita passata, questo nuovo sentimento dovrà essere leggero, privo di «alcuna veste gravosa» (rr. 22-23): per questo Mattia Pascal è intenzionato a tenersi lontano da qualsiasi coinvolgimento che possa risultare sgradevole e a rimanere alla superficie delle cose, andando in cerca «di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli» (rr. 25-26), insomma di esperienze che non procurino alcun turbamento.

DALL’EUFORIA ALL’ANGOSCIA   All’inizio tenendo fede a questi propositi, Mattia Pascal (sbarbato e con un taglio tutto nuovo, nelle vesti inedite di Adriano Meis) si dedica ai viaggi e gira per tutta l’Europa godendo della sua libertà, così ebbro di felicità da temere di impazzire per eccesso di gioia. Poco per volta, tuttavia, un senso di fastidio comincia a insinuarsi in questa gioia incontenibile: evitare il coinvolgimento emotivo e rimanere alle superficie delle cose significa non vivere, camminare come un’ombra in mezzo agli altri uomini senza avere contatti reali, se non poche frasi di pura formalità. La vita felice e spensierata immaginata all’inizio si trasforma così in un girovagare inutile e senza meta, e riemerge prepotentemente la voglia di stabilire relazioni con altri esseri viventi. In questo nuovo stato d’animo Adriano Meis arriva a desiderare la compagnia di un cagnolino, così da alleviare almeno in parte la sua solitudine; ma quando si accorge che anche questa possibilità gli è preclusa, capisce che la tanto agognata libertà è in effetti una prigione ancora più terribile della sua sconclusionata vita precedente. Si affaccia così per la prima volta l’amara consapevolezza che senza passato, senza legami, senza emozioni è inutile vivere. L’inesprimibile euforia dell’inizio si trasforma in un sentimento di angosciosa inquietudine, che spingerà il protagonista a lasciarsi di nuovo riprendere dalle multiformi occorrenze della vita.

Esercizio:

COMPRENDERE


1 Il brano si apre con una considerazione sull’inganno. Il protagonista sostiene che il suo agire non ha per primo scopo la menzogna, dato che chi lo circonda si è ingannato da solo: che cosa intende?



2 Ripercorri la trama del romanzo e sintetizza le «sciocchezze» cui fa riferimento Mattia/Adriano nelle prime righe.



3 Che cosa significa l’espressione «discreta filosofia sorridente» (r. 63)?



ANALIZZARE


4 «Mi posi a far di me un altr’uomo». Individua e riassumi le tappe della metamorfosi di Mattia in Adriano: in che modo procede?



5 L’entusiasmo iniziale scema a poco a poco nel corso del brano: Mattia è libero, ma deve comportarsi sempre con grandissima prudenza. Quale episodio fa capire al protagonista che la sua libertà è, in realtà, «un tantino tiranna» (rr. 161-162)?



CONTESTUALIZZARE


6 Mattia si sente sciolto dagli obblighi della vita precedente: in che senso? A quali idee pirandelliane che hai già trovato in altre opere (le Novelle per un anno in particolare) si collegano le riflessioni di Mattia?



7 In questo brano la fortuna viene nominata spesso: quale ruolo gioca il caso nella vita del protagonista?



8 La vita, per Mattia/Adriano, e per lo stesso Pirandello, è uno «spettacolo»: spiega questa affermazione.



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  1. lodarmi: compiacermi, vantarmi.
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  3. quel disgraziato … molino: quel poveretto che avevano voluto per forza che fosse morto nel canale che porta l’acqua al mulino. Il disgraziato è lui stesso, Mattia Pascal: in un canale di mulino, infatti, era stato recuperato il cadavere che tutti pensavano fosse il suo.
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  5. Alenga: paese (immaginario) della Liguria dove Mattia era rimasto, anziché tornare a casa.
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  7. sartore: sarto.
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  9. le reni quasi ingommate: i fianchi quasi irrigiditi.
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  11. positura: posizione.
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  13. maestro di lana: locuzione che indicava il tagliatore di abiti, il sarto.
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  15. per lui: per Mattia Pascal, l’io che il protagonista si è lasciato alle spalle.
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  17. così … lato: è probabile che qui Pirandello usi la parola estasi nel suo senso etimologico di “mettere fuori” (dal verbo greco exìstemi), quindi “sporgente da un lato” (Mattia è strabico da un occhio).
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  19. Finanziera: abito maschile elegante, solenne, con giacca lunga (corrisponde a quello che si chiamava anche redingote).
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  21. ritiene: trattiene.
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  23. pescaja: tratto di fiume chiuso per facilitare la pesca o permettere l’allevamento delle trote.
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  25. vi fremono irose: vi si agitano, violente.
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  27. ritegno: senso di riserbo, di riservatezza.
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  29. cerinajo: venditore di fiammiferi.
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  31. Fu: A partire dal Cinquecento, la parola “fu” si trova nell’italiano scritto per indicare il nome del padre defunto: «Mario Rossi, del fu Carlo» (Mario Rossi, figlio del defunto Carlo Rossi). Attenzione, però: benché possa sembrare il contrario, questo “fu” non è il passato remoto del verbo “essere”, bensì di un prestito dal francese feu, “defunto”, che deriva dal latino volgare fatutum, “che ha avuto il suo fato, il suo destino”. È interessante aggiungere che, nei documenti anagrafici, in luogo di “fu” si è a lungo adoperata la parola latina quondam, “una volta”: «Mario Rossi del quondam Carlo». L’uso è scomparso, ma se si sfogliano gli elenchi telefonici si trovano ancora oggi parecchie persone che hanno cognomi come Quondam (Amedeo Quondam è un insigne storico della letteratura italiana), Quondamcarlo, Quondampaolo e simili. Che cos’è successo? Che l’impiegato dell’anagrafe non ha capito il senso della parola latina quondam e l’ha trasformata in cognome (Quondam) oppure l’ha scritta di seguito al nome di battesimo (Quondamcarlo).
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  33. Stesso: L’aggettivo “stesso”, posposto a un qualsiasi elemento della frase, ha spesso una funzione rafforzativa, con un significato che si avvicina a quello di “proprio, addirittura”: può rafforzare per esempio un pronome personale («Tu stesso ti fai grosso / col falso imaginar»: Dante, Paradiso, I, vv. 88-89: “proprio tu”), un sostantivo («L’esistenza stessa dell’Italia è minacciata»: “addirittura l’esistenza”), o – come in questo caso – un avverbio di luogo («lì stesso»: “proprio lì”).
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  35. Tramonto: Dal verbo “tramontare”, che alla lettera indica il “passare (del sole) al di là dei monti” (salvo che la coscienza etimologica della parola si è attenuata, e oggi possiamo dire tranquillamente che il sole tramonta sul mare, anche se è chiaro che sul mare di monti non ce ne sono). Frequente l’uso figurato del termine, inteso come “declino, decadenza”: il tramonto delle illusioni, il tramonto delle speranze; e un celebre film del 1950, Sunset Boulevard (Viale del tramonto), che prende il nome da una strada di Los Angeles, ha reso quasi proverbiale quest’uso metaforico: la protagonista del film, Gloria Swanson, è appunto una vecchia star che abita in Viale del tramonto ma che è anche “al tramonto” della sua un tempo luminosa carriera.
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