Giuseppe Baretti

Frusta letteraria

Aristarco contro l’Arcadia

La «Frusta letteraria» è un giornale satirico che intende commentare e giudicare – con spirito che oggi si definirebbe "militante" – la cultura italiana contemporanea. Il modello è quello del periodico inglese The Spectator di Joseph Addison, che Baretti aveva avuto modo di conoscere durante il suo soggiorno londinese. Gli articoli della «Frusta» vengono scritti quasi tutti dallo stesso Baretti sotto il nome fittizio di Aristarco Scannabue, un immaginario soldato in pensione che, ritiratosi in campagna, passa il tempo a leggere e a dire la sua sui libri che si stampano. Ma questi giudizi sono spesso così aspri che, a causa delle polemiche suscitate, Baretti si trova costretto a interrompere la pubblicazione della rivista (che esce con cadenza quindicinale dall’ottobre del 1762 al gennaio del 1765). Il primo articolo della «Frusta» è una specie di manifesto nel quale Aristarco-Baretti si scaglia contro una delle istituzioni culturali più rispettate del Settecento: l’Accademia dell’Arcadia.

N.° I

Roveredo1 primo ottobre 1763.
Memorie istoriche dell’Adunanza degli Arcadi di M.G.M.2, Custode generale d’Arcadia. Roma 1761, nella Stamperia de’ Rossi, in 8°.

Quegli amanti d’inutili notizie, che non sapendo come adoperar bene il tempo, lo impiegano a imparare delle corbellerie3, e che bramano4 di essere informati di quella celebratissima letteraria fanciullaggine5 chiamata Arcadia, si facciano a6 leggere questo bel libro che ne dà un ragguaglio7 distinto distintissimo. Il suo celibe8 autore l’ha scritto con tutta quella snervatezza,9 e con tutto quell’umile spirito d’adulazione che principalmente caratterizza gli Arcadi; e assai10 nomi rinomatissimi si trovano in esso libro registrati, la rinomanza de’ quali non è stata punto11 mai rinomata nel mondo. L’opera è divisa in dieci capitoli, che sono come dieci giojelli di vetro12. Ecco qui la sostanza di que’ dieci capitoli.

Il capitolo primo dice13 L’istituzione d’Arcadia, e narra fra l’altre fanfaluche14, il caso memorandissimo15 d’un certo poeta, il quale avendo sentiti cert’altri poeti recitare certe pastorali poesie in certi prati situati dietro un certo castello, proruppe in questa miracolosa esclamazione: «Egli mi sembra (notate quell’enfatico Egli), egli mi sembra che noi abbiamo oggi rinovata l’Arcadia». Oh magica esclamazione, alla quale deve l’Arcadia il suo nascimento, come da un picciolissimo seme nasce una zucca molto smisurata …. Item16 in quel capitolo primo vengono via17 i quattordici nomi de’ quattordici fondatori d’Arcadia, undici de’ quali nomi è un pezzo che sono miseramente sprofondati in Lete18 …. I tre di que’ quattordici nomi che ancora si nominano, sono quello del Gravina, quello del Crescimbeni, e quello del Zappi19. Quello del Gravina è ancor nominato dai dotti, perché Gravina aveva un capo20 assai grande, e pieno di buon latino e di buona giurisprudenza. Ma siccome tutti gli uomini hanno il loro difetto in mezzo a tutte le loro perfezioni, il Gravina ebbe il difetto di voler fare dei versi italiani, e quel ch’è peggio di volere con italiane prose insegnar altrui a farne de’ lirici, de’ tragici, de’ ditirambici, e d’ogni razza21, a dispetto della natura che volle farlo avvocato e non poeta. Il nome del Crescimbeni è tuttavia22 nominato con somma venerazione da’ nostri più massicci pedanti. Il Crescimbeni fu un uomo dotato d’una fantasia parte di piombo e parte di legno23, cosicché sbagliò sino quel matto poema del Morgante Maggiore per poema serio24. Che fantasia fortunata per un galantuomo destinato dal Destino ad essere compilatore, e massimamente25 compilatore di notizie poetiche! Quelle notizie, e tutt’altre cose, il Crescimbeni le scrisse in uno stile così tra il garfagnino26 e il romano, che gli è propio la27 delizia degli orecchi sentirsene leggere quattro paragrafi. Il Zappi poi, il mio lezioso, il mio galante, il mio inzuccheratissimo Zappi, è il poeta favorito di tutte le nobili damigelle che si fanno spose, che tutte lo leggono un mese prima e un mese dopo le nozze loro.28 Il nome del Zappi galleggerà un gran tempo29 su quel fiume di Lete, e non s’affonderà sintanto30 che non cessa in Italia il gusto della poesia eunuca31. Oh cari que’ suoi smascolinati sonettini, pargoletti piccinini32, mollemente femminini, tutti pieni d’amorini! …

Capitolo decimo ed ultimo. Di alcune memorie più considerabili concernenti l’Adunanza degli Arcadi. Il titolo di questo capitolo non è così laconico33 come gli antecedenti; onde34 Aristarco si contenta d’aver qui registrato35 quel lungo titolo, e lascia la lettura dell’intiero capitolo a chi ama le memorie considerabili, e le memorie concernenti. Forse chi lo leggerà verrà a sapere questa considerabile cosa: che, chi vuol essere Arcade, bisogna sappia assolutamente quante sillabe entrano in un verso, e quanti versi entrano in un sonetto senza coda36. In oltre chi lo leggerà verrà forse a sapere quest’altra concernente cosa; che fa d’uopo37 leggere almeno un paio di tomi della Raccolta del Gobbi38; e poi pagare uno scudo, o, per dirlo con frase più poetica, dieci paoli39 per ottenere una patente, che ti baratti un nome di battesimo in qualche nomaccio mezzo da pecorajo e mezzo da pagano40. Povera Italia, quando mai si chiuderanno le tue scuole di futilità e d’adulazione! 

LA DISPUTA SULLA LETTERATURA E SULLA LINGUA  Lo scontro tra Aristarco-Baretti e gli Arcadi è frontale. Baretti prende infatti l’Arcadia come esempio di tutto quello che non va nella letteratura e, più in generale, nella cultura italiana del suo tempo. Secondo Baretti l’idea stessa di Arcadia è sbagliata alla radice: dei quattordici fondatori si conserva memoria solo di tre, che sono però uno peggio dell’altro: un dotto che non sa nulla di poesia ma che pretende di insegnarla agli altri (Gravina), un pedante ottuso e sciocco senz’alcun genio artistico (Crescimbeni) e un poeta per donnette (Zappi). Anche il rito sociale delle riunioni accademiche si merita le sferzate ironiche della «Frusta»: «un certo poeta, il quale avendo sentiti cert’altri poeti recitare certe pastorali poesie in certi prati situati dietro un certo castello...» (l’ironia sta in quel certo ripetuto più volte come un’eco: per dire che la questione è così irrilevante che, parlandone, non serve essere più precisi di così).

D’altra, parte la stessa invenzione del personaggio di Aristarco Scannabue nasce in chiara contrapposizione al modello arcadico: il suo nome è una palese presa in giro degli strani e ridicoli pseudonimi che si danno gli Arcadi; Aristarco, poi, è un ex soldato, un uomo abituato all’azione che conosce bene il mondo. Tutto il contrario degli Arcadi, che sono – secondo Baretti – solo dei piccoli eruditi locali, dei provinciali che ignorano le cose serie della vita e si rifugiano in un mondo fittizio (l’Arcadia) nel quale passano il tempo dedicandosi a inezie letterarie di nessun valore. Quella dell’Arcadia insomma è una letteratura eunuca, per donnette, completamente slegata dalla realtà del mondo. La condanna si estende anche al linguaggio tipico dell’Arcadia, del quale Baretti fa qui una gustosa satira. Degli Arcadi viene preso in giro lo stile paludato e ampolloso, che vorrebbe essere – ma non è – elegante (Crescimbeni usa per esempio una lingua che sta tra il garfagnino e il romano): Baretti ironizza sull’uso ridondante del soggetto neutro egli, sull’impiego di perifrasi lambiccate (dieci paoli usata come espressione più nobile di uno scudo, anche se la cifra da pagare, alla fine, non cambia), sull’uso e abuso dei superlativi (e qui una pioggia di distinto distintissimo, assai nomi rinomatissimi; memorandissimo; più massicci, massimamente; inzuccheratissimo, eccetera); anche perché a tanta magniloquenza corrispondono risultati di poco o nessun conto: sonettini, pargoletti piccinini, femminini, amorini. Insomma, la lingua degli arcadi è leziosa e artificiale, mentre Baretti – come molti prosatori del suo tempo – vorrebbe una lingua più vicina all’uso, più simile a quella, sciolta e concreta che aveva imparato ad apprezzare negli scrittori inglesi e che lui stesso adoperava scrivendo la «Frusta letteraria».

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Quali aspetti dell’Arcadia sono più sgraditi a Baretti?



ANALIZZARE


2. La nota dominante è l’ironia, sotto diverse forme: Baretti fa una caricatura, parodizza, intende l’esatto contrario di quanto afferma, ecc. Scegli e illustra almeno tre passaggi del testo in cui è evidente questo procedimento ironico.



3. La chiusura dell’articolo però è seria. Di che cosa si duole Baretti? Accompagna le sue critiche con delle proposte per migliorare le cose?



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  1. Roveredo: Rovereto, in Trentino. Nella finzione della rivista, Aristarco scrive da Rovereto e da Trento; la «Frusta», in realtà, esce prima a Venezia e poi, in seguito alla chiusura della rivista imposta dalle autorità veneziane, ad Ancona.
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  3. M.G.M.: l volume recensito da Baretti è un libro celebrativo dell’Accademia dell’Arcadia, pubblicato a settant’anni dalla sua fondazione da Michele Giuseppe Morei (c’è lui dietro la sigla M.G.M.), che fu, dal 1743-1766, il terzo Custode generale dell’Accademia, dopo Crescimbeni e Francesco Lorenzini. A ognuno dei dieci capitoli che compongono le Memorie corrisponde un paragrafo di Baretti. Qui ne riportiamo solo il primo e l’ultimo.
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  5. corbellerie: stupidaggini.
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  7. bramano: desiderano ardentemente.
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  9. fanciullaggine: bambinata.
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  11. si facciano a: si mettano a.
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  13. ragguaglio: relazione informativa.
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  15. celibe: Morei era un prete, quindi non era sposato. Il termine è qui usato in senso spregiativo, e anticipa l’accusa di scarsa virilità della poesia arcadica pronunciata poco dopo.
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  17. snervatezza: mancanza di vigore.
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  19. assai: molti.
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  21. punto: per nulla.
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  23. giojelli di vetro: e cioè finti. I capitoli delle Memorie, come l’Arcadia, sono pessima bigiotteria, paccottiglia.
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  25. dice: parla della.
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  27. fanfaluche: sciocchezze.
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  29. memorandissimo: assai memorabile (ma è detto ironicamente).
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  31. Item: Parimenti, altresì, è una parola latina frequente negli elenchi, nei testi giuridici e notarili.
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  33. vengono via: vengono passati in rassegna, l’espressione è dispregiativa.
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  35. Lete: nella mitologia classica è il fiume dell’oblio. Baretti vuol dire che della maggior parte dei fondatori dell’Arcadia non si ricorda nessuno.
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  37. Gravina…Zappi: I tre autori che si salvano sono Gian Vincenzo Gravina, che dell’Accademia dell’Arcadia scrisse le regole, Giovanni Mario Crescimbeni, primo Custode dell’Accademia, e Giambattista Felice Zappi, uno dei più famosi poeti della cosiddetta "prima generazione arcadica".
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  39. capo: testa, cervello.
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  41. insegnar … razza: insegnare ad altri (altrui) a fare versi lirici, tragici, celebrativi (ditirambici, dal nome del verso greco tipico di quel genere poetico), e di ogni altro tipo (razza).
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  43. tuttavia: sempre, ancora.
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  45. parte … legno: l’ingegno (fantasia) di Crescimbeni è definito pesante (piombo) e ostinato (legno, come nell’espressione testa di legno per "testa dura").
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  47. sbagliò … serio: "arrivò persino (sino) a commettere l’errore (sbagliò) di ritenere quel bizzarro (matto) poema del Morgante maggiore un poema serio". Il riferimento è qui al poema eroicomico Morgante, opera del fiorentino Luigi Pulci (1432-1484).
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  49. massimamente: ‘per di più’. Non solo Crescimbeni è un compilatore, è cioè un autore privo di originalità, ma è un compilatore che scrive di poesia, e cioè di qualcosa che non conosce.
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  51. garfagnino: originario della regione della Garfagnana, in provincia di Lucca. Baretti sta ironizzando sulla rozzezza dello stile di Crescimbeni e dei poeti dell’Arcadia: dato che né il dialetto della Garfagnana né quello romanesco sono modelli di lingua e di stile.
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  53. gli è propio la: è proprio una. Gli è la forma aferetica di egli, tipica del toscano. Qui Baretti usa, quasi sicuramente con ironia, la stessa costruzione con egli soggetto neutro che aveva giudicato troppo enfatica incontrandola nella prosa arcadica.
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  55. un mese … loro: e cioè quel tanto che basta per darsi un’infarinatura di cultura poetica, per non sfigurare in società e trovarsi (e tenersi) un marito.
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  57. un gran tempo: per molto tempo.
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  59. non … sintanto: non sprofonderà (nel Lete, e verrà cioè dimenticato) finché.
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  61. eunuca: castrata, poco virile (come lo smascolinati della frase seguente).
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  63. piccinini: piccolini.
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  65. laconico: sintetico, breve, dalla Laconia, la regione di Sparta (gli spartani erano noti per essere parchi di parole, poco complimentosi).
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  67. onde: perciò.
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  69. registrato: riportato.
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  71. senza coda: e cioè in un sonetto non caudato ("fornito di coda"). Il sonetto caudato è una forma particolare di sonetto cui, dopo il quattordicesimo verso, vengono aggiunte una o più terzine, formate da un settenario e due endecasillabi. Baretti sta qui dicendo che gli Arcadi considerano molto notevole (considerabile) una cosa semplicissima, e cioè sapere di quanti versi è composto un sonetto.
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  73. fa d’uopo: occorre, bisogna.
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  75. Gobbi: Baretti cita qui la Scelta di sonetti e canzoni de’ più eccellenti rimatori d’ogni secolo di Agostino Gobbi (1684-1706), una fortunatissima raccolta in più volumi della poesia italiana di ogni tempo.
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  77. dieci paoli: il paolo era una moneta che a partire dal Cinquecento aveva avuto corso prima nello Stato pontificio, e poi era stata adottata anche da altri stati italiani.
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  79. pagano: I soci dell’Arcadia venivano ribattezzati con uno pseudonimo (nomaccio) composto da un nome e da un cognome che rimandavano al mondo pastorale (pecorajo) della Grecia antica (pagano).
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