Primo Levi

Se questo è un uomo

Arrivo ad Auschwitz

Dopo un viaggio atroce, durato quattro giorni, in un vagone merci senza acqua né cibo, Primo Levi arriva al campo di lavoro di Monowitz, presso Auschwitz, in Alta Slesia. In questo brano viene descritto lo shock del suo primo ingresso nel lager: la deposizione dei vestiti, dei documenti e degli oggetti personali, la rasatura e la tosatura, la vergogna per il proprio corpo nudo, il freddo, la sete insopportabile di chi non beve da quattro giorni. Infine, la doccia comune e i nuovi vestiti a strisce bianche e nere. Fin dalle prime pagine, Levi ci mostra il lager come un surreale laboratorio scientifico della demolizione dell’umano. Gli uomini che vi vengono reclusi sono semplici cavie, numeri. Per questa ragione, appena varcata la soglia d’ingresso, devono perdere ogni segno esteriore (l’abbigliamento, la capigliatura, gli oggetti personali) e interiore (rispettabilità, dignità, coscienza) che li contraddistingua come individui. 

Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi. Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, «essi» sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera e c’è un rubinetto, e Wassertrinken verboten1. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l’acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia. Non siamo morti; la porta si è aperta ed è entrata una SS, sta fumando. Ci guarda senza fretta, chiede: – Wer kann Deutsch?2 – Si fa avanti uno fra noi che non ho mai visto, si chiama Flesch; sarà lui il nostro interprete. La SS fa un lungo discorso pacato: l’interprete traduce. Bisogna mettersi in fila per cinque, a intervalli di due metri fra uomo e uomo; poi bisogna spogliarsi e fare un fagotto degli abiti in un certo modo, gli indumenti di lana da una parte e tutto il resto dall’altra, togliersi le scarpe ma far molta attenzione di non farcele rubare.

Rubare da chi? perché ci dovrebbero rubare le scarpe? e i nostri documenti, il poco che abbiamo in tasca, gli orologi? Tutti guardiamo l’interprete, e l’interprete interrogò il tedesco, e il tedesco fumava e lo guardò da parte a parte come se fosse stato trasparente, come se nessuno avesse parlato. Non avevo mai visto uomini anziani nudi. Il signor Bergmann portava il cinto erniario3, e chiese all’interprete se doveva posarlo, e l’interprete esitò. Ma il tedesco comprese, e parlò seriamente all’interprete indicando qualcuno; abbiamo visto l’interprete trangugiare, e poi ha detto: – Il maresciallo dice di deporre il cinto, e che le sarà dato quello del signor Coen –. Si vedevano le parole uscire amare dalla bocca di Flesch, quello era il modo di ridere del tedesco. Poi viene un altro tedesco, e dice di mettere le scarpe in un certo angolo, e noi le mettiamo, perché ormai è finito e ci sentiamo fuori del mondo e l’unica cosa è obbedire. Viene uno con la scopa e scopa via tutte le scarpe, via fuori dalla porta in un mucchio. È matto, le mescola tutte, novantasei paia, poi saranno spaiate. La porta dà all’esterno, entra un vento gelido e noi siamo nudi e ci copriamo il ventre con le braccia. Il vento sbatte e richiude la porta; il tedesco la riapre, e sta a vedere con aria assorta come ci contorciamo per ripararci dal vento uno dietro l’altro; poi se ne va e la richiude.

Adesso è il secondo atto. Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; forse sono della specie di quegli altri di stasera (stasera o ieri sera?); ma questi sono robusti e floridi. Noi facciamo molte domande, loro invece ci agguantano e in un momento ci troviamo rasi e tosati. Che facce goffe abbiamo senza capelli! I quattro parlano una lingua che non sembra di questo mondo, certo non è tedesco, io un poco il tedesco lo capisco. Finalmente si apre un’altra porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi, coi piedi nell’acqua, è una sala di docce. Siamo soli, a poco a poco lo stupore si scioglie e parliamo, e tutti domandano e nessuno risponde. Se siamo nudi in una sala di docce, vuol dire che faremo la doccia. Se faremo la doccia, è perché non ci ammazzano ancora. E allora perché ci fanno stare in piedi, e non ci dànno da bere, e nessuno ci spiega niente, e non abbiamo né scarpe né vestiti ma siamo tutti nudi coi piedi nell’acqua, e fa freddo ed è cinque giorni che viaggiamo e non possiamo neppure sederci. E la nostre donne?

L’ingegner Levi mi chiede se penso che anche le nostre donne siano così come noi in questo momento, e dove sono, e se le potremo rivedere. Io rispondo che sì, perché lui è sposato e ha una bambina; certo le rivedremo. Ma ormai la mia idea è che tutto questo è una grande macchina per ridere di noi e vilipenderci4, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è pazzo, vuol dire che ci è cascato, io no, io ho capito che presto sarà finita, forse in questa stessa camera, quando si saranno annoiati di vederci nudi, ballare da un piede all’altro e provare ogni tanto a sederci sul pavimento, ma ci sono tre dita d’acqua fredda e non ci possiamo sedere. Andiamo in su e in giù senza costrutto, e parliamo, ciascuno parla con tutti gli altri, questo fa molto chiasso. Si apre la porta, entra un tedesco, è il maresciallo di prima; parla breve, l’interprete traduce. – Il maresciallo dice che dovete fare silenzio, perché questa non è una scuola rabbinica5 –. Si vedono le parole non sue, le parole cattive, torcergli la bocca uscendo, come se sputasse un boccone disgustoso. Lo preghiamo di chiedergli che cosa aspettiamo, quanto tempo ancora staremo qui, delle nostre donne, tutto: ma lui dice di no, che non vuol chiedere. Questo Flesch, che si adatta molto a malincuore a tradurre in italiano frasi tedesche piene di gelo, e rifiuta di volgere in tedesco le nostre domande perché sa che è inutile, è un ebreo tedesco sulla cinquantina, che porta in viso la grossa cicatrice di una ferita riportata combattendo contro gli italiani sul Piave. È un uomo chiuso e taciturno, per il quale provo un istintivo rispetto perché sento che ha cominciato a soffrire prima di noi.

Il tedesco se ne va, e noi adesso stiamo zitti, quantunque ci vergogniamo un poco di stare zitti. Era ancora notte, ci chiedevamo se mai sarebbe venuto il giorno. Di nuovo si aprì la porta, ed entrò uno vestito a righe. Era diverso dagli altri, più anziano, cogli occhiali, un viso più civile, ed era molto meno robusto. Ci parla, e parla italiano. Oramai siamo stanchi di stupirci. Ci pare di assistere a qualche dramma pazzo, di quei drammi in cui vengono sulla scena le streghe, lo Spirito Santo e il demonio. Parla italiano malamente, con un forte accento straniero. Ha fatto un lungo discorso, è molto cortese, cerca di rispondere a tutte le nostre domande. Noi siamo a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata promiscuamente da tedeschi e polacchi. Questo campo è un campo di lavoro, in tedesco si dice Arbeitslager; tutti i prigionieri (sono circa diecimila) lavorano ad una fabbrica di gomma che si chiama la Buna, perciò il campo stesso si chiama Buna. Riceveremo scarpe e vestiti, no, non i nostri: altre scarpe, altri vestiti, come i suoi. Ora siamo nudi perché aspettiamo la doccia e la disinfezione, le quali avranno luogo subito dopo la sveglia, perché in campo non si entra se non si fa la disinfezione.

Certo, ci sarà da lavorare, tutti qui devono lavorare. Ma c’è lavoro e lavoro: lui, per esempio, fa il medico, è un medico ungherese che ha studiato in Italia; è il dentista del Lager. È in Lager da quattro anni (non in questo: la Buna esiste da un anno e mezzo soltanto), eppure, possiamo vederlo; sta bene, non è molto magro. Perché è in Lager? È ebreo come noi? – No, – dice lui con semplicità, – io sono un criminale. Noi gli facciamo molte domande, lui qualche volta ride, risponde ad alcune e non ad altre, si vede bene che evita certi argomenti. Delle donne non parla: dice che stanno bene, che presto le rivedremo, ma non dice né come né dove. Invece ci racconta altro, cose strane e folli, forse anche lui si fa gioco di noi. Forse è matto: in Lager si diventa matti. Dice che tutte le domeniche ci sono concerti e partite di calcio. Dice che chi tira bene di boxe può diventare cuoco. Dice che chi lavora bene riceve buoni-premio con cui ci si può comprare tabacco e sapone. Dice che veramente l’acqua non è potabile, e che invece ogni giorno si distribuisce un surrogato di caffè, ma generalmente nessuno lo beve, perché la zuppa stessa è acquosa quanto basta per soddisfare la sete. Noi lo preghiamo di procurarci qualcosa da bere, ma lui dice che non può; che è venuto a vederci di nascosto, contro il divieto delle SS, perché noi siamo ancora da disinfettare, e deve andarsene subito; è venuto perché gli sono simpatici gli italiani, e perché, dice, «ha un po’ di cuore». Noi gli chiediamo ancora se ci sono altri italiani in campo, e lui dice che ce n’è qualcuno, pochi, non sa quanti, e subito cambia discorso. In quel mentre ha suonato una campana, e lui è subito fuggito, e ci ha lasciati attoniti e sconcertati. Qualcuno si sente rinfrancato, io no, io continuo a pensare che anche questo dentista, questo individuo incomprensibile, ha voluto divertirsi a nostre spese, e non voglio credere una parola di quanto ha detto.

Alla campana, si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l’acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua, che è gelida; qui altra gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all’aperto, sulla neve azzurra e gelida dell’alba, e, scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano, dobbiamo correre fino ad un’altra baracca, a un centinaio di metri. Qui ci è concesso di vestirci. Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento», e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

L’IMPATTO CON AUSCHWITZ  Primo Levi descrive in queste pagine il suo impatto iniziale con Auschwitz. La prima cosa che vede, scendendo dall’autocarro, è una porta di ferro su cui può leggere, perché illuminata perfino di notte, una scritta apparentemente neutrale: «Il lavoro rende liberi». Ma questa scritta è in realtà un’invenzione sarcastica. È il primo segno di come funziona il potere in questo luogo dove la razionalità organizzata è stata messa al servizio di una follia cieca e incomprensibile. Ad Auschwitz, infatti, il lavoro non rende affatto liberi. Al contrario: chi entra in questo lager è uno schiavo tenuto in vita solo fino a quando riesce a lavorare.

SCRITTURA NEUTRA E OGGETTIVA  Il primo problema di Levi è che non riesce a capire che cosa stia succedendo, né a decifrare la logica che governa il funzionamento del campo. C’è un problema linguistico, anzitutto; quasi nessuno parla tedesco e lui lo conosce molto poco, solo per i testi di chimica su cui ha studiato all’università. Ma c’è, soprattutto, un problema logico. La realtà ha subito di colpo una metamorfosi radicale: si è trasformata in un enigma. Per restituire l’angoscia e il senso di smarrimento che Levi ha provato in quei primi minuti, la sua scrittura si fa neutra e oggettiva, quasi a riprodurre la razionalità apparente di tutta quanta la procedura: il prigioniero si deve spogliare, deve liberarsi delle scarpe, viene tosato e disinfettato, lavato e alla fine rivestito con abiti da lavoro, a strisce bianche e nere. Il problema è che l’internato non ha la minima idea né di dove si trova né di quello che deve fare, né della ragione di quello che gli stanno facendo. I comandi vengono impartiti in tedesco da funzionari che dopo poco spariscono. Si susseguono personaggi sinistri che eseguono brutalmente gli ordini (lo spazzino delle scarpe, i barbieri che urlano) e altri che invece, senza alcun obbligo preciso, come il dentista ungherese, parlano in italiano con incomprensibile gentilezza, dando informazioni più o meno attendibili sul funzionamento del campo.

L’IDENTITÀ RUBATA  Se la realtà viene descritta in un tono quasi documentaristico, Levi, invece, non smette mai di stupirsi, di farsi domande, di chiedere; cerca sempre di capire. Solo alla fine, quando si ritrova vestito con i nuovi abiti da lavoro, inizia a intuire quello che gli è stato fatto realmente: «la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo». Levi non solo è finito, senza alcuna colpa, in un campo di lavori forzati; non solo è stato imprigionato in un luogo sinistro e folle. A Levi è stata rubata l’identità. Alla fine di questo percorso di demolizione, non a caso, Primo Levi è diventato un semplice numero (174517), che gli verrà tatuato a fuoco sul braccio. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. «È matto, le mescola tutte, novantasei paia, poi saranno spaiate». Chi è che pensa queste parole? Il narratore? Il protagonista della vicenda?



ANALIZZARE


2. In questo attacco di capitolo l’intreccio dei tempi verbali esprime il tumultuoso accavallarsi di ricordi e sensazioni nell’animo dei prigionieri. Indica i passaggi in cui questo espediente stilistico è adoperato in maniera più efficace.



INTERPRETARE


3. Vergogna è una delle parole-chiave del brano. Di che cosa si vergognano i prigionieri?



4. Levi riflette con grande profondità sull’importanza che nella vita umana hanno gli oggetti. In quale passo del brano, in particolare? Ci sono oggetti che, per servirci delle parole di Levi, «sono parte di te, quasi come membra del tuo corpo»? Quali?



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  1. Wassertrinken verboten: è proibito bere acqua (in tedesco).
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  3. Wer kann Deutsch?: Chi sa parlare tedesco? (in tedesco).
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  5. cinto ernario: strumento ortopedico utilizzato per contenere le ernie addominali.
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  7. vilipenderci: offenderci in modo aperto e aggressivo.
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  9. scuola rabbinica: scuola religiosa ebraica; i rabbini sono i capi spirituali delle comunità religiose ebraiche.
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