Ugo Foscolo

Poesie

Autoritratto di un ventenne

Alla fine del 1802, sulla rivista pisana «Nuovo Giornale dei letterati», vengono stampati alcuni versi di Ugo Foscolo, un autore che, come avverte l’introduzione, è già «conosciuto per altre produzioni, e soprattutto per una sua Orazione, che girò non ha molto per le mani di tutti». Il redattore si riferisce all’Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione: a questa prosa politica è affidata dunque la prima fama di Foscolo, più che alla tragedia Tieste o all’ode A Luigia Pallavicini (che in effetti era quasi sconosciuta visto che era apparsa in un opuscolo genovese nel 1800). Non deve stupire di non trovare accenni all’Ortis, la cui prima edizione era uscita a Milano nell’ottobre di quell’anno. Anzi, si potrebbe dire che proprio fra il 1802 e il 1803, con quella serie di pubblicazioni ravvicinate (l’Orazione, le poesie, l’Ortis, La chioma di Berenice), Foscolo pone le basi per la propria celebrità.
Sul «Nuovo Giornale dei letterati» compare, dunque, una collana di otto sonetti, tutti senza titolo, e l’ode, quasi inedita, A Luigia Pallavicini. È opportuno parlare di collana perché i testi sono collegati da un unico tema: la vita sofferta del poeta, che si dibatte tra la battaglia politica, gli amori, le peregrinazioni, il destino avverso, i difficili rapporti con le persone che lo circondano («Figlio infelice, e disperato amante, / E senza patria, a tutti aspro e a te stesso»: così recita un verso del secondo sonetto Che stai? Già il secol). L’ultimo dei sonetti, Solcata ho la fronte , ha una funzione conclusiva, e quasi riassuntiva, della collana: si tratta di un autoritratto fisico e intellettuale al quale Foscolo doveva attribuire una certa importanza, dato che ne ritoccò il testo per ben otto volte nel corso della sua vita.

 

    Solcata1 ho fronte, occhi incavati intenti,
    crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto2,
    labbro tumido acceso, e tersi denti3,
   4   capo chino4, bel collo, e largo petto,

 

    giuste membra5; vestir semplice eletto;
    ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti6;
    sobrio, umano, leal, prodigo, schietto7;
    avverso al mondo, avversi a me gli eventi:8

 

 

    talor di lingua, e spesso di man prode9;
    mesto i più giorni e solo, ognor pensoso10,
  11   pronto, iracondo, inquieto, tenace:

 

 

    di vizi ricco e di virtù11, do lode
    alla ragion, ma corro ove al cor piace12:
    morte sol mi darà fama e riposo.13


Metro: sonetto con schema ABAB BABA CDE CED.

 

LA CORRISPONDENZA TRA CORPO E CARATTERE   Nei ritratti, i grandi pittori riescono a suggerire le caratteristiche psicologiche attraverso l’espressione del volto, la postura, l’abbigliamento, gli oggetti: l’interiorità e l’esteriorità si riflettono l’una nell’altra, coerenti e omogenee. Allo stesso modo, Foscolo descrive se stesso stabilendo una piena corrispondenza tra il fisico e lo spirito, il corpo e il carattere. Nei primi cinque versi Foscolo elenca caratteristiche fisiche descritte in termini oggettivi («crin fulvo», «capo chino») e soggettivi («occhi […] intenti», «bel collo»). A partire dal v. 6 i tratti spirituali e il giudizio del poeta su se stesso prendono il sopravvento (la velocità della mente, la lealtà, la schiettezza).
Foscolo si ritrae come un uomo di pensiero, spesso triste e solitario, coraggioso con la penna e anche con la spada, inquieto e rapido, pronto all’ira, incapace di simulare. Un carattere difficile e perciò sempre in contrasto con la vita e con gli uomini: il v. 8 («avverso al mondo, avversi a me gli eventi») è emblematico di quel titanismo sul quale Foscolo fonda il mito di se stesso. Il v. 14, cioè il verso conclusivo delle terzine, ha una corrispondenza sottile ma significativa con il v. 8, l’ultimo delle quartine: solo la morte può porre termine alla guerra solitaria del poeta, solo la morte può dare la meritata fama a chi, come lui, ha combattuto per tutta la vita contro il «mondo».
Ma Foscolo parla di sé soltanto in chiave positiva? Non proprio. In effetti, egli confessa la propria propensione all’ira, uno dei peccati capitali secondo la dottrina cristiana. Tuttavia, è un peccato che viene messo in relazione con la prontezza, l’inquietudine, la tenacia (v. 11): è un peccato che deriva dalla magnanimità, non dalla piccineria. Allo stesso modo, Foscolo si dice «ricco» di vizi che però vengono subito bilanciati dalle virtù. Questo dualismo, questa oscillazione tra un polo positivo e un polo negativo prosegue con la scissione tra ragione e cuore, caratterizzando così l’intera seconda terzina: Foscolo loda la ragione (cioè il calcolo freddo delle azioni da compiere e dei comportamenti da tenere), ma riconosce che le ragioni imprevedibili del cuore, gli impulsi, i sentimenti irrazionali, in lui possono avere la meglio sul raziocinio.

LO STILE   Dal punto di vista formale, il sonetto non presenta particolari asperità. Quanto al lessico, si registrano poche parole ricercate («intenti», «emunte», «tumido »). Quanto alla sintassi, prevale l’accumulo paratattico e lo stile nominale (caratterizzato cioè dall’assenza del verbo: com’è tipico nelle strutture sintattiche di tipo elencativo). Va notato come ciascun verso contenga in sé sintagmi compiuti, con la sola eccezione dei vv. 11-12, dove spicca l’unico enjambement del sonetto: «do lode / alla ragion».

IL CONFRONTO CON ALFIERI   Si è detto più volte che Vittorio Alfieri fu uno dei poeti prediletti da Foscolo. E proprio fra le rime dell’astigiano si legge, con data 9 giugno 1786, un sonetto che potremmo intitolare Autoritratto.

Sublime specchio (1) di veraci detti,
mostrami in corpo e in anima qual sono:
capelli, or radi in fronte, e rossi pretti (2);
lunga statura, e capo a terra prono (3);

sottil persona in su due stinchi schietti (4);
bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
giusto naso, bel labro, e denti eletti (5);
pallido in volto, più che un re sul trono:

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite (6);
irato sempre, e non maligno mai;
la mente e il cor meco in perpetua lite:

per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite (7):
uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

Metro: sonetto di schema ABAB ABAB CDC DCD.

1. sublime specchio: Alfieri parla allo specchio, e gli chiede di dirgli la verità (veraci detti).
2. rossi pretti: completamente rossi.
3. prono: chino.
4. stinchi schietti: gambe dritte.
5. denti eletti: denti ben formati, belli.
6. acerbo: brusco, non accondiscendente; pieghevol: mite, accomodante.
7. or … Tersite: Achille è il forte guerriero greco di cui l’Iliade racconta l’«ira», che causò infiniti lutti al suo stesso esercito: non a caso, di se stesso Alfieri dice che è «irato sempre». Tersite è un altro personaggio dell’Iliade, descritto come una specie di anti-Achille: pavido, codardo e brutto.

Le somiglianze strutturali tra i due sonetti sono evidenti: la miscela di caratteri fisici e intellettuali, la compresenza di qualità e difetti («duro, acerbo», «irato»), l’accumulo paratattico. Ma più interessanti sono altre due considerazioni. La prima riguarda le differenze tra i versi alfieriani e quelli foscoliani: nel distico d’apertura Alfieri si rivolge al sonetto, chiedendogli di farsi specchio di verità e di riflettere non solo il «corpo» (funzione normale per uno specchio) ma anche l’«anima». Il distico è dunque una sorta di spiegazione introduttiva al contenuto del sonetto stesso. Con la menzione esplicita dello specchio Alfieri mette in evidenza, forse inconsciamente, il narcisismo di questa operazione letteraria di autorappresentazione: per autorappresentarsi bisogna prima autocontemplarsi e, senza dubbio, piacersi. Anche il distico conclusivo del testo alfieriano ha un contenuto peculiare. Rispetto a Foscolo, Alfieri dimostra dubbi più profondi riguardo al proprio valore: a volte si sente grande come Achille, altre volte pensa di essere meschino come Tersite. Soltanto la morte verrà a dire l’ultima e definitiva parola: solo la morte consente di stabilire la vera misura di ogni uomo.

La seconda considerazione riguarda il fatto che Foscolo costruisce se stesso (cioè il proprio personaggio pubblico) sul modello alfieriano. Le somiglianze fisiche (capelli rossi, magrezza, dentatura sana) si accompagnano ad atteggiamenti, pose, comportamenti simili: l’ira, la tristezza, la schiettezza e la dirittura («non maligno mai» dice di sé Alfieri), la pensosità (il «capo a terra prono» v. 4, «pallido in volto» v. 8), la scissione tra ragione e sentimento («la mente e il cor meco in perpetua lite»). Sono tutte caratteristiche tipiche di quello che viene chiamato “eroe romantico”.

IL CONFRONTO CON MANZONI  Anche Manzoni compose un autoritratto in versi, ma esso venne pubblicato soltanto postumo, nel 1878. Sul manoscritto, che si conserva a Milano, si legge la data 1801. Parrebbe inevitabile concludere, dunque, che Manzoni conoscesse soltanto il testo alfieriano, visto che il sonetto di Foscolo è stampato alla fine del 1802. In realtà, molti studiosi suppongono che Foscolo avesse fatto conoscere al sedicenne Manzoni il proprio componimento prima di stamparlo, quando frequentava l’ambiente letterario milanese. Sta di fatto che Manzoni non ebbe mai interesse a pubblicare quei suoi versi: prima della conversione, li avrà giudicati acerbi; dopo, li avrà giudicati sorpassati, anche se, in essi, si parla già di «vero» e di «perdono», due parole chiave del Manzoni maturo.

Capel bruno: alta fronte: occhio loquace:
Naso non grande e non soverchio umìle:
Tonda la gota e di color vivace:
Stretto labbro e vermiglio; e bocca esìle:

Lingua or spedita or tarda, e non mai vile (1),
Che il ver favella apertamente, o tace (2).
Giovin d’anni e di senno; non audace (3):
Duro di modi, ma di cor gentile.

La gloria amo e le selve (4) e il biondo iddio:
Spregio, non odio mai: m’attristo spesso:
Buono al buon, buono al tristo (5), a me sol rio.

A l’ira presto, e più presto al perdono (6):
Poco noto ad altrui, poco a me stesso (7):
Gli uomini e gli anni (8) mi diran chi sono.

1. Lingua … vile: mi esprimo talora con rapidità e talora con lentezza, ma mai in modo vile.
2. il … tace: (lingua) che dice la verità senza infingimenti oppure tace.
3. non audace: cauto, prudente.
4. le selve: per metonimia, la solitudine; il biondo iddio: Apollo, dio della poesia.
5. al tristo: al cattivo, al malvagio; rio: duro.
6. A l’ira … perdono: veloce ad adirarmi con gli altri, ma più veloce ancora a perdonarli.
7. Poco … stesso: non sono celebre e non conosco ancora bene me stesso, non so chi sono e che cosa voglio: è la confessione sincera di un adolescente.
8. Gli … anni: non la morte, come voleva Alfieri, ma il tempo e le relazioni con gli uomini sveleranno al giovane la sua vera natura.

Anche Manzoni segue da vicino il sonetto alfieriano. Oltre che sull’accenno al perdono, assente nel modello, è interessante soffermarsi sull’ultimo distico. Per Manzoni non sarà la morte a rivelargli la misura esatta di se stesso, ma la vita e il rapporto con gli altri uomini. È una differenza basata certo sulla differenza di età: al momento della composizione del sonetto, nel 1786, Alfieri aveva trentasette anni; nel 1801, Manzoni ne aveva venti di meno. Ma rivela anche una distinta concezione dell’esistenza: più eroica e propensa all’azione quella di Alfieri, più pacata e riflessiva quella di Manzoni. 

Esercizio:

COMPRENDERE

1 Fai la parafrasi del sonetto di Foscolo.

ANALIZZARE

2 Quale ordine segue il poeta nel presentare le proprie caratteristiche fisiche?

3 Quale ritmo conferisce al sonetto la prevalenza della paratassi e dell’asindeto?

4 Al v. 4 il poeta si ritrae a “capo chino”: quale disposizione d’animo emerge da questo dettaglio?

CONTESTUALIZZARE

5 Foscolo ha occhi intenti (v.1), e si descrive come solo e pensoso. Ai versi di quale poeta medievale fanno pensare questi aggettivi?

6 Nella versione del 1827, Foscolo riscrive così l’ultima terzina: «Mi parla astuta la ragion; / ma il core Ricco di vizi e di virtù delira. / E sol da morte aspetterò riposo». Cosa è cambiato, tanto sul piano del significato quanto sul piano della forma?

INTERPRETARE

7 A proposito del rapporto tra ragione e cuore, Alfieri scrive: «la mente e il cor meco in perpetua lite» (v. 11), mentre Foscolo scrive: «do lode / alla ragion, ma corro ove al cor piace» (vv. 12-13). Ti sembra che stiano dicendo la stessa cosa? Cosa comporta la presenza, nel sonetto di Foscolo, della congiunzione avversativa «ma»? Infine: cosa rimane di questa antitesi nel sonetto di Manzoni?

8 Ispirandoti anche a questi autoritratti in versi, componi un sonetto in cui descrivi te stesso.

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  1. Solcata: segnata dalle rughe, perché sempre aggrottata: Foscolo è costantemente immerso nei pensieri che lo fanno soffrire; incavati intenti: scavati e attenti: il primo aggettivo suggerisce l’insonnia dell’inquieto e dello studioso, il secondo un’intelligenza pronta

  2. crin … aspetto: capelli rossi, guance smunte (magre) e aspetto coraggioso. Le guance sono scavate, come gli occhi. Foscolo è sempre in attività ed è disinteressato alla buona tavola: non ha tempo da perdere in un’attività puramente biologica come il nutrirsi.

  3. labbro … denti: bocca carnosa (tumidus in latino significa “gonfio”) e rossa, denti bianchi, simbolo di gioventù, salute e piacevolezza fisica. La precisazione relativa ai denti può suonare bizzarra a un lettore di oggi, ma all’epoca di Foscolo una dentatura in ordine era una rarità (di fatto, lo è stata sino a pochi decenni or sono: pensiamo al barone sdentato e miserabile di Sedotta e abbandonata, il film del 1964 di Pietro Germi: il ricco padre della fidanzata paga al futuro genero la protesi dentaria per renderlo più presentabile).

  4. chino: chinato, basso, perché pensieroso.

  5. giuste membra: ben proporzionate. Foscolo implicitamente denuncia di non essere alto: corpo non grande, ma armonico; semplice eletto: non sfarzoso ma distinto, accurato senza ostentazione. I due aggettivi si integrano e si correggono a vicenda.

  6. ratti … accenti: la velocità è la caratteristica tanto del corpo (il modo di camminare e i gesti), quanto della mente (i pensieri e le parole). È da notare come le due categorie siano alternate: corpo («passi»), mente («pensier»), corpo («atti»), mente («accenti»).

  7. sobrio … schietto: di modi non sguaiati, pronto alla compassione (meno probabile il significato di “cortese, affabile”), molto generoso, sincero.

  8. avverso … eventi: nemico del mondo, perseguitato dal destino; nell’ultimo sonetto della serie, il dodicesimo (Che stai? Già il secol), Foscolo scrive, parlando di sé, un verso assai simile, ma ancora più amaro: «… e senza patria, a tutti aspro e a te stesso»

  9. prode: valoroso. Foscolo allude al suo mestiere di soldato.

  10. mesto … pensoso: triste … pensieroso; come si è visto, la pensosità s’incarna nella fronte e negli occhi chini; i più giorni: per la gran parte del tempo.

  11. di … virtù: Foscolo si riconosce ricco di vizi (difetti di carattere, ma anche di comportamento: amava molto il gioco d’azzardo) e di virtù.

  12. do … piace: lodo, elogio le facoltà razionali, ma mi precipito dove il sentimento, gli impulsi mi conducono. È un’ammissione di incoerenza, di scarso dominio di sé; ma anche una rivendicazione dell’importanza del sentimento, di ciò che di irrazionale alberga nel cuore dell’uomo. Si riferisce soprattutto a questo distico, probabilmente, l’epigrafe che Foscolo scelse per la prima stampa del sonetto, il verso petrarchesco «Ch’altri non ho che me di cui mi lagne» (“non posso lamentarmi se non di me stesso”).

  13. fama e riposo: Foscolo dimostra piena consapevolezza delle proprie capacità letterarie, che nel 1802 sono però ancora in gran parte da dimostrare.