Giovanni Berchet

Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo

Cambia la vita? Cambi allora anche la poesia

Oggi quasi dimenticato, Giovanni Berchet (1783-1851) è stato uno dei poeti più letti e amati del nostro Ottocento. È stato anche un poeta autenticamente popolare, uno di quelli i cui versi si facevano imparare a memoria agli scolari. Non è difficile vedere la ragione tanto della sua fama quanto del suo attuale oblio: Berchet non era un poeta lirico, come Leopardi o Pascoli, era un poeta che adoperava i versi per raccontare e per educare ai valori patriottici cari alle generazioni pre-risorgimentali; ed era soprattutto, lui stesso, un patriota, che pagò con un lungo esilio – a Parigi e a Londra – il suo impegno nelle cospirazioni carbonare contro il governo austro-ungarico. Oggi che “narrare in versi” non si fa più, e che il patriottismo ha smesso di commuoverci, non è sorprendente il fatto che le poesie di Berchet siano finite nel dimenticatoio.
Ormai lontanissimo da noi come poeta, Berchet merita però di essere ricordato per il ruolo che svolse nella polemica tra classicisti e romantici, polemica che smosse le acque della letteratura italiana (o meglio: della riflessione sulla letteratura) nel secondo decennio dell’Ottocento. Berchet militava tra le file dei romantici, e consegnò le sue osservazioni a un testo bizzarro, la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, una lettera nella quale un (immaginario) padre (di nome Grisòstomo, appunto) esorta il figlio a non indugiare troppo a lungo, nei suoi studi di collegiale, sulle opere degli autori greci e latini e a leggere invece il più possibile le letterature moderne: che è appunto la posizione comune a tutti gli intellettuali romantici europei.
Nel brano che segue Berchet esprime, in sintesi, il suo punto di vista sulla questione che era al centro della discussione tra i letterati italiani del primo Ottocento: narrando, scrivendo poesie, bisogna imitare i classici oppure no?

I poeti che dal risorgimento delle lettere1 giù fino a’ dì nostri illustrarono l’Europa e che portano il nome comune di moderni, tennero strade diverse. Alcuni, sperando di riprodurre le bellezze ammirate ne’ greci e ne’ romani, ripeterono, e più spesso imitarono modificandoli, i costumi, le opinioni, le passioni, la mitologia de’ popoli antichi.

Altri interrogarono direttamente la natura2: e la natura non dettò loro né pensieri né affetti antichi, ma sentimenti e massime3 moderne. Interrogarono la credenza del popolo4: e n’ebbero in risposta i misteri della Religione cristiana, la storia di un Dio rigeneratore, la certezza di una vita avvenire, il timore di una eternità di pene. Interrogarono l’animo umano vivente: e quello non disse loro che cose sentite da loro stessi e da’ loro contemporanei; cose risultanti dalle usanze ora cavalleresche, ora religiose, ora feroci5, ma o praticate e presenti o conosciute generalmente; cose risultanti dal complesso della civiltà del secolo in cui vivevano.

La poesia de’ primi è classica, quella de’ secondi è romantica. Così le chiamarono i dotti d’una parte della Germania, che dinanzi agli altri riconobbero la diversità delle vie battute dai poeti moderni. Chi trovasse a ridire a questi vocaboli, può cambiarli a posta sua6. Però io stimo di poter nominare con tutta ragione poesia de’ morti la prima, e poesia de’ vivi la seconda. Né temo d’ingannarmi dicendo che Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide ecc. ecc., al tempo loro furono in certo modo romantici, perché non cantarono le cose degli Egizi o de’ Caldei, ma quelle dei loro Greci7 […]. E la ragione non viene ella forse in sussidio di siffatte sentenze, allorché gridando8 c’insegna che la poesia vuole essere specchio di ciò che commuove maggiormente anima? Ora l’anima è commossa al vivo dalle cose nostre che ci circondano tutto dì, non dalle antiche altrui, che a noi sono notificate per mezzo soltanto de’ libri e della storia9.

Allorché tu10 vedrai addentro in queste dottrine11, e ciò non sarà per via delle gazzette12, imparerai come i confini del bello poetico siano ampi del pari che quelli della natura, e che la pietra di paragone con cui giudicare di questo bello è la natura medesima e non un fascio di pergamene13; imparerai come va rispettata davvero la letteratura de’ Greci e de’ Latini; imparerai come davvero giovartene14 […]. Farai della poesia tua una imitazione della natura, non una imitazione di imitazione. A dispetto de’ tuoi maestri, la tua coscienza ti libererà dall’obbligo di venerare ciecamente gli oracoli di un codice vecchio e tarlato15, per sottoporti a quello della ragione, perpetuo e lucidissimo. E riderai de’ tuoi maestri che colle lenti sul naso continueranno a frugare nel codice vecchio e tarlato, e vi leggeranno fin quello che non v’è scritto16.

LA VITA, NON I LIBRI  «Farai della poesia tua – scrive Berchet rivolgendosi al suo immaginario allievo – una imitazione della natura, non una imitazione di imitazione». Imitazione di imitazione era quindi, secondo Berchet, la letteratura dei classicisti, cioè di chi si ispirava, nei suoi racconti in prosa o nei suoi versi, all’esempio di Omero, Pindaro, Orazio, Virgilio. Il punto di vista dei romantici (e di Berchet) è opposto: non bisogna scimmiottare gli autori greci e latini, bisogna guardarsi attorno e sforzarsi di trasferire sulla pagina scritta la realtà che ci circonda, l’unica che possa davvero “commuovere l’anima”.
Oggi ci pare che parole come queste siano ovvie, quasi superflue, perché diamo per scontato che il grande scrittore sia lo scrittore originale, quello la cui opera non assomiglia a quella di nessun altro. Ma non era così negli anni in cui Berchet scriveva, anni in cui gli scrittori che frequentavano le forme letterarie tradizionali, come la tragedia o la lirica, venivano educati alla lettura degli autori antichi (per esempio quelli citati da Berchet: Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide, e poi Orazio, Virgilio…), e le nuove forme letterarie della modernità, come il romanzo, a malapena s’intravedevano sull’orizzonte italiano.

ORIGINALI, COME I CLASSICI  Per difendere il suo punto di vista, che è quello dei romantici, Berchet insiste su due fatti. Il primo è che gli autori antichi, dei quali si raccomanda l’imitazione, non hanno imitato nessuno: hanno creato opere originali che parlavano di ciò che accadeva intorno a loro, nel loro tempo. E perché allora i moderni dovrebbero battere una strada diversa da quella battuta da quegli antichi maestri? Il secondo è che l’immaginazione dei lettori è colpita da quelle opere che rappresentano, che trasfigurano artisticamente le «cose nostre che ci circondano tutto dì», cioè la realtà circostante, e non da quelle che rimettono in circolo antichi miti che giungono a noi «per mezzo soltanto de’ libri e della storia». Insomma, è bene che gli scrittori moderni si interessino alle cose del loro tempo sia perché così hanno fatto gli scrittori antichi e sia perché la letteratura, per essere viva, deve saper parlare ai lettori del mondo che li circonda, e non di un mondo tramontato, di cui rimane traccia soltanto nei libri.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cosa significa la frase seguente: «E la ragione non viene ella forse in sussidio di siffatte sentenze»?



2. Chi sono i Caldei a cui Berchet accenna?



ANALIZZARE


3. Quando Berchet allude ai «dotti» tedeschi e al dibattito tra classicisti e romantici che ha luogo in Germania, a chi (a quale scrittore, o a quale libro) sta pensando in particolare?



INTERPRETARE


4. Alla fine del brano Berchet sembra alludere alle “unità aristoteliche”. Di che si tratta?



5. A tuo modo di vedere, Berchet ha ragione? Ovvero: uno scrittore deve essere sempre originale, non appoggiarsi mai all’esempio dei grandi autori del passato, oppure deve cercare di accostarsi a loro quanto più gli è possibile? E un musicista? Si può essere grandi scrittori o musicisti senza essere originali?



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  1. risorgimento delle lettere: il Rinascimento, che Berchet prende come punto d’origine delle letterature europee moderne.
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  3. interrogarono … la natura: cioè parlarono, nei loro libri, della vita che li circondava, senza cercarne i riflessi nei libri degli antichi scrittori.
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  5. massime: norme di comportamento.
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  7. interrogarono … popolo: indagarono la religione del popolo, che è cristiano e non pagano (mentre pagani – e dunque estranei, sostiene Berchet, ai lettori moderni – sono i miti cantati dai poeti greci e latini).
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  9. feroci: barbare.
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  11. a posta sua: a suo piacere.
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  13. Omero … Greci: i grandi scrittori dell’antichità (qui i massimi autori della letteratura greca) sono assimilati ai romantici, perché nelle loro opere cantarono non le antiche gesta di popoli scomparsi (come i Caldei, che avevano abitato la Mesopotamia), ma le gesta dei loro popoli. Tale, secondo Berchet, è il compito dei poeti contemporanei: scrivere di ciò che si vedono intorno, non di ciò che hanno imparato nei libri degli antichi scrittori.
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  15. gridando: cioè con grande insistenza.
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  17. che a noi sono notificate … storia: delle quali abbiamo notizia soltanto attraverso i libri e le cronache.
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  19. tu: Grisòstomo si rivolge al figlio, destinatario della lettera.
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  21. queste dottrine: le questioni letterarie.
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  23. non … gazzette: sarà attraverso studi approfonditi, e non attraverso i giornali.
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  25. un fascio di pergamene: un mucchio di vecchi libri scritti su pergamena.
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  27. giovartene: servirtene.
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  29. gli oracoli … tarlato: le norme (paragonate a oracoli) di un libro di leggi vecchio e consunto (a questo antico «codice» ormai inservibile Berchet paragona il complesso delle regole a cui aderivano i classicisti.
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  31. fin … scritto: Berchet allude probabilmente alle “regole aristoteliche” sulla scrittura dei drammi, regole che Aristotele nella Poetica non ha mai veramente formulato, ma che gli vennero attribuite dai letterati del Cinquecento.
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