Francesco Petrarca

Canzoniere

Chiare, fresche e dolci acque

Thomas Stearns Eliot (1888-1965) è stato uno dei più importanti poeti e critici letterari inglesi del Novecento. Si deve a lui la definizione di un particolare procedimento stilistico che egli chiamò “correlativo oggettivo”. Secondo Eliot, l’unico modo per esprimere le emozioni in forma artistica consiste nel trovare un “correlativo oggettivo”: ossia un gruppo di oggetti, una situazione, una catena di eventi che sappia destare nel lettore una particolare emozione (per esempio la città fredda, grigia e caotica descritta nel capolavoro di Eliot, La terra desolata: un “oggetto”, la città, che comunica a chi legge un’impressione di solitudine e desolazione). Nessuno aveva mai parlato di “correlativo oggettivo” prima di Eliot, ma questo naturalmente non significa che, mancando il nome, la cosa non esistesse già. Nella canzone Chiare, fresche e dolci acque, che fa parte di un ciclo di cinque canzoni che presentano temi e linguaggio affini, troviamo applicato un principio molto simile a quello esposto da Eliot. Nella prima stanza, il poeta descrive una serie di “oggetti” (le acque, il ramo, l’erba, i fiori e i cielo) che poi in tutto il componimento rappresentano in un certo senso la “parola magica” che fa scattare il ricordo della donna amata. Le acque di cui parla Petrarca sono quelle del fiume Sorga: Petrarca si trova a Valchiusa, probabilmente nella prima metà degli anni Quaranta del Trecento (ha dunque circa trent’anni). 

 

    Chiare, fresche e dolci acque1,
    ove le belle membra2
    pose colei che sola a me par donna3;
    gentile ramo ove4 piacque
5   (con sospir’ mi rimembra5)
    a lei di fare al bel fianco colonna6;
    erba e fior’ che la gonna
    leggiadra ricoverse
    co l’angelico seno;
10   aere7 sacro, sereno,
    ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse8:
    date udïenza9 insieme
    a le dolenti mie parole estreme10.

 

    S’egli è11 pur mio destino,
15   e ’l cielo in ciò s’adopra12,
    ch’Amor quest’occhi lagrimando13 chiuda,
    qualche grazia il meschino14
    corpo fra voi ricopra15,
    e torni l’alma al proprio albergo ignuda16.
20   La morte fia men cruda17
    se questa spene18 porto
    a quel dubbioso passo19;
    ché lo spirito lasso20
    non poria mai in più riposato porto21
25   né in più tranquilla fossa
    fuggir la carne travagliata22 e l’ossa.

 

 

    Tempo verrà23 ancor forse
    ch’a l’usato soggiorno24
    torni la fera bella e mansueta25,
30   e là ’v’ella mi scorse26
    nel benedetto giorno
    volga la vista disiosa27 e lieta,
    cercandomi: e, o pieta28!,
    già terra in fra29 le pietre
35   vedendo, Amor l’inspiri30
    in guisa31 che sospiri
    sì dolcemente che mercé m’impetre32,
    e faccia forza33 al cielo,
    asciugandosi gli occhi col bel velo34.

 

 

40   Da’ be’ rami scendea35
    (dolce ne la memoria)
    un pioggia di fior’ sovra36 ’l suo grembo;
    ed ella si sedea37
    umile in tanta gloria38,
45   coverta già de l’amoroso nembo39.
    Qual fior cadea sul lembo40,
    qual su le trecce bionde,
    ch’oro forbito41 e perle
    eran quel dì42, a vederle;
50   qual si posava in terra, e qual su l’onde43;
    qual, con un vago errore44
    girando, parea dir: Qui regna Amore.

 

 

    Quante volte diss’io
    allor pien di spavento:
55   Costei per fermo45 nacque in paradiso.
    Così carco46 d’oblio
    il divin portamento
    e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
    m’aveano, e sì diviso47
60   da l’imagine vera48,
    ch’i’ dicea49 sospirando:
    Qui come venn’io, o quando?
    credendo esser in ciel, non là dov’era.
    Da indi in qua50 mi piace
65   questa erba sì, ch’altrove51 non ho pace.

 

 

    Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
    poresti arditamente
    uscir del bosco e gir52 in fra la gente.

 

 


Metro: canzone di 5 stanze di 13 versi ciascuna, con schema abCabC cdeeDfF, e un congedo con schema DfF. 

 

LA NATURA COME INTERLOCUTRICE Mezzo seco­lo prima di Petrarca, Dante, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia avevano introdotto nuovi interlocutori nelle loro poesie: gli amici, gli amanti raffinati, le donne che per espe­rienza e nobiltà d’animo conoscono l’amore; avevano, per così dire, “socializzato” i loro sentimenti. Nel Canzoniere di Petrarca si registra il fenomeno contrario: non la socia­lizzazione, non l’appello a interlocutori che appartengono al pubblico della poesia bensì la proiezione dei sentimenti sulle cose. Petrarca personifica i pensieri, gli occhi, il cuore e le altre parti del proprio corpo, o del corpo di Laura, e parla con loro; ma soprattutto, come nella canzone che abbiamo appena letto, parla, simula una comunicazione diretta con il mondo naturale, e chiama la terra, le valli, i fiori, i fiumi, le stelle a testimoni della propria gioia o, più spesso, del proprio dolore.

UN CONFRONTO La strategia retorica per cui i senti­menti sono proiettati sulla natura, benché abbia appunto le sue radici in Petrarca, diventerà poi tipica dei poeti ro­mantici. Ecco per esempio un brano dal Prelude (III, 127-132) del poeta inglese William Wordsworth (1770-1850):

To every natural form, rock, fruits, or flower,
Even the loose stones that cover the highway,
I gave a moral life: I saw them feel,
Or linked them to some feeling: the great mass
Lay bedded in a quickening soul, and all
That I beheld respired with inward meaning.

A ogni forma naturale, a rocce, frutti, fiori,
e persino alle pietre sparse per strada,
attribuivo una vita morale: li vedevo sentire
o li associavo a un sentimento; la grande massa
posava in un’anima vivificante, e tutto
ciò che vedevo spirava intimo significato.

TRE PIANI TEMPORALI CHE S’INTRECCIANO Come si è detto nell’introduzione, la canzone Chiare, fresche e dolci acque è stata scritta a Valchiusa, forse nei primi anni Quaranta del Trecento, forse in un momento nel quale Pe­trarca si apprestava a partire dalla Francia per rientrare in Italia (ma alcuni interpreti la datano al decennio successivo, vedendovi un testo commemorativo, scritto nel ricordo di Laura morta). Nella canzone s’incrociano tre piani tempo­rali. Il primo è il passato: il poeta ha visto la donna amata bagnarsi nelle acque del fiume e descrive, nella splendida prima stanza, quell’apparizione miracolosa. Il secondo pia­no temporale è il presente: il poeta pronuncia le sue «pa­role estreme» (v. 13) e contempla l’acqua del fiume, l’erba e i fiori che sono stati testimoni del passaggio di Laura. Il terzo è il futuro, perché Petrarca immagina che Laura un giorno potrebbe passare di lì e cercarlo: troppo tardi, perché lui sarebbe ormai morto per amore. Ebbene, il poeta chiede di essere sepolto lì, accanto a quel fiume, sopra quell’erba, perché Laura possa almeno sospirare e piangere pensando all’uomo che la amava, e con le sue preghiere gli diminuisca le pene del purgatorio (vv. 37-38).

LAURA COME BEATRICE È questa una delle poesie di Petrarca più vicine allo spirito e allo stile “dolce” dei testi stilnovisti. In particolare la quarta stanza, con l’immagine dei fiori che cadono sulla donna e del regno d’Amore, ricor­da certe poesie di Cino da Pistoia e di Guido Cavalcanti, ma anche la figura di Beatrice così come Dante la introduce nel paradiso terrestre in Purgatorio, XXX, 28-32:

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve.

E l’idea che Laura venga dal paradiso si avvicina molto alla Beatrice della Vita nova, in particolare alla canzone Donne ch’avete. Ma, come si è detto, rispetto a questi precedenti Petrarca introduce un elemento che in essi è quasi assente, e cioè una scena, un ambiente naturale che partecipa al miracolo dell’apparizione dell’amata, anzi che campeggia in primo piano sin dal principio della poesia: tanto che questa canzone d’amore resta impressa nella memoria anche e soprattutto come una delle prime poesie italiane in cui la natura abbia un ruolo ispirativo così spiccato.

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Riassumi il contenuto di ciascuna strofa.

ANALIZZARE

2. Il paesaggio presenta caratteri sia realistici sia ideali. Indica nel testo un paio di esempi degli uni e degli altri.

3. Nel testo si alternano tempi verbali al presente, al passato, al futuro. Perché? In che modo?

4. In che modo Petrarca descrive Laura? Riusciamo, dopo aver letto il testo, a immaginarne le fattezze? E le caratteristiche spirituali?

5. Il poeta (o “io lirico”) riflette sul proprio destino, in particolare sul rapporto fra la vita e la morte. Spiega in breve il senso di questa riflessione.

6. Tra le figure retoriche presenti in questa poesia, le metafore hanno un rilievo particolare. Indica quelle che ti paiono più importanti e spiegane il significato.

CONTESTUALIZZARE

7. Hai già letto e studiato testi che celebrano la bellezza della donna amata: in particolare, nello Stilnovo e nella poesia provenzale. Quali elementi di novità ci sono in questa canzone di Petrarca?

8. La descrizione della bellezza di Laura diventa, anche attraverso questa poesia, un modello che si impone ai poeti lirici europei fino all’Ottocento. Ti pare un modello di bellezza ancora attuale? Ti vengono in mente testi in cui ci sia un elogio della bellezza femminile paragonabile a questo? Discutine in classe con i compagni.

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  1. Chiare … acque: le acque del fiume sono le prime di una serie di “oggetti” della natura (insieme al ramo del v. 4, l’erba e i fior’ del v. 7, e l’aere del v. 10) a cui il poeta chiede di ascoltare le sue ultime parole (parole estreme, v. 13).

  2. belle membra: bel corpo, ma letteralmente membra è l’insieme delle parti del corpo.

  3. donna: forse da intendere nel senso del latino domina (“signora”), cioè colei che era padrona del suo cuore.

  4. ove: dove.

  5. mi rimembra: mi ricordo. Il verbo è rimasto a lungo in uso, tanto che ancora nell’Ottocento Leopardi scriverà le Rimembranze (cioè i suoi “ricordi”).

  6. a lei: va collegato a piacque: a lei piacque, cioè “lei volle”; al bel fianco colonna: l’immagine è molto bella ma non è detto che sia realistica: nella pittura e nella statuaria (e in quest’ultima innanzitutto per motivi statici), i personaggi sono spesso rappresentati poggiati a un tronco o a un ramo. Ciò non esclude che possa trattarsi di un ricordo reale.

  7. aere: forma arcaica e più vicina all’etimo latino (aer) per aria. Qui indica probabilmente l’insieme delle condizioni climatiche di un determinato posto; è sacro perché vi si è svolto l’evento che il poeta – come un fedele – celebra nelle sue poesie, ed è sereno perché la serenità e la quiete fanno parte del topos del locus amoenus che nella poesia italiana aveva conosciuto una fortunata variazione nel paradiso terrestre descritto da Dante nella Commedia, dove una delle prime cose che il poeta fa notare è che «Un’aura dolce, sanza mutamento / avere in sé, mi ferìa per la fronte / non di più colpo che soave vento» (Purgatorio XXVIII, 7-9).

  8. m’aperse: mi aprì.

  9. date udïenza: l’espressione è ancora in uso per intendere “dare ascolto”.

  10. parole estreme: ultime parole. C’è qui il tema della morte imminente dell’amante, frequentissima dai poeti classici ai rimatori medievali.

  11. S’egli è: se questo è; egli ha funzione di soggetto impersonale; pur: “davvero”; rafforza il verbo.

  12. s’adopra: si impegna.

  13. lagrimando: a furia di piangere.

  14. qualche grazia: una circostanza fortunata; meschino: afflitto. Com’è normale in un poeta cristiano, il corpo è il polo negativo rispetto all’anima, che rappresenta il positivo.

  15. fra voi: cioè tra gli elementi naturali ai quali si sta rivolgendo e cioè a Valchiusa; ricopra: nel senso di “ricoprire di terra”, cioè seppellire. Si noti l’allusività del termine: la morte non viene pronunciata direttamente.

  16. alma: anima, nella forma tipica della lingua poetica; albergo: in italiano antico ha il senso di “luogo in cui si dimora” (o edificio, come ancora nel francese hôtel). Il cielo è la dimora originaria dell’anima; ignuda: nuda, perché non ricoperta dal corpo e perché priva di tutti i peccati.

  17. fia: sarà; cruda: crudele.

  18. spene: speranza, nella forma più vicina all’etimo latino (spes). La speranza è quella, duplice, di essere sepolto a Valchiusa e di potersi recare in spirito in paradiso.

  19. dubbioso passo: incerto passaggio, cioè la morte.

  20. ché: poiché; lasso: stanco, fiaccato.

  21. poria: potrebbe; più riposato porto: in un porto più calmo; quella del porto è un’immagine molto frequente per indicare la “meta”, la “destinazione”. Qui è riposato perché pone fine alle fatiche dello spirito lasso.

  22. fuggir: transitivo, significa probabilmente “lasciare, abbandonare” o “trovare rifugio per”, e regge due soggetti (carne e ossa); travagliata: sottoposta a sofferenze.

  23. Tempo verrà: verrà il giorno. È una formula biblica.

  24. a l’usato soggiorno: forse “nel luogo in cui risiedeva abitualmente” oppure nel senso di “diporto” ( in questo caso, un provenzalismo).

  25. torni … mansueta: ritorni quella fiera bella e mansueta. Laura è spesso definita una fiera (o fera), cioè “animale”, ma con l’accento posto sulla sua crudeltà. L’accostamento di fera e mansueta (“docile”) è quindi un ossimoro e sta a rappresentare la duplice natura dell’amata.

  26. (o)v(e) : dove; scorse: intravide.

  27. volga la vista: sta per “si volti”; disiosa: desiderosa di rivedere il poeta.

  28. pieta: con l’accento sulla penultima sillaba, come nel primo canto dell’Inferno di Dante: «la notte ch’i’ passai con tanta pièta» (I, 21).

  29. in fra: fra.

  30. l’inspiri: il senso è “che Amore le dia l’ispirazione”, ma l’idea che l’Amore “spirasse” nei cuori degli uomini spingendoli a compiere azioni positive è anche in Dante: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purgatorio, XXIV, 52-54).

  31. in guisa: in modo che.

  32. mercé: grazia; m’impetre: ottenga per me, dal cielo.

  33. faccia forza: costringa.

  34. velo: il velo è uno degli “oggetti” poetici del Canzoniere ed è forse anche un elemento realistico (le donne all’epoca andavano velate).

  35. scendea: scendeva.

  36. sovra: sopra.

  37. sedea: sedeva.

  38. umile … gloria: ancora un ossimoro, che stavolta ha alle spalle una determinata tradizione: è in generale la gloria dei cristiani a essere umile in opposizione alla gloria terrena e superba dei pagani.

  39. coverta: coperta; nembo: nube.

  40. Qual: la formula qual… qual… che lega i versi seguenti era frequente per introdurre un’elencazione; cadea: cadeva; lembo: sull’orlo della veste.

  41. forbito: ben levigato. Laura è paragonata a un oro più che perfetto e alle perle, che erano anch’esse, come oggi d’altronde, simbolo di pregio e di perfezione.

  42. quel dì: torna ancora, costantemente, il ricordo del giorno del primo incontro.

  43. su l’onde: cioè sulle onde delle fresche e dolci acque dell’incipit.

  44. vago errore: leggiadro volteggio; abbiamo già spiegato in Voi che ascoltate in rime sparse il suono che il termine errore significava sia “sbaglio”, come oggi, sia “deviazione”.

  45. per fermo: certamente. Per un istante il poeta si convince di essere in paradiso.

  46. carco: caricato; dipende da m’aveano del v. 59. Il senso è che il volto, le parole e il dolce riso della donna gli avevano fatto dimenticare tutto il resto.

  47. sì: a tal punto; diviso: separato.

  48. imagine vera: è l’immagine reale della donna, contrapposta al solo ricordo descritto nella strofa precedente.

  49. ch’i’: che io, al punto che io; dicea: dicevo.

  50. Da indi in qua: da quel momento in poi.

  51. sì, ch(e) : così tanto, al punto che.

  52. Se tu … gente: gli ultimi tre versi costituiscono il congedo; ornamenti: da intendere come quelli della retorica; poresti: potresti; gir: gire, cioè “andare” (comune in italiano antico).

  53. Gonna: Tutti sanno che cos’è, oggi, una gonna (dal latino tardo gunna, forse di origine celtica). Ma, come accade nella storia della lingua, il termine aveva, in origine, un significato più ampio di quello odierno: vale a dire che la gonna era, nel Medioevo, una veste lunga che potevano indossare sia gli uomini sia le donne. Del resto, nella canzone Nel dolce tempo de la prima etade Petrarca scrive, riferendosi a se stesso: «sentendo il crudel di ch’io ragiono [cioè Amore] / infin allor percossa di suo strale [freccia] / non essermi passato oltra la gonna» (vv. 32-34). Quindi non dobbiamo immaginarci Laura in gonnella bensì vestita con una tunica che la copre dalle spalle in giù.