Gaetano Filangieri

Scienza della legislazione

Come educare gli esseri umani?

Una delle idee che si affermano tra gli intellettuali, nel corso del Settecento, è che la società può essere riformata e migliorata, e che di questi miglioramenti possono beneficiare soprattutto i più poveri. Tra le questioni cruciali per l’assetto della società vi è l’istruzione, perché l’istruzione, agendo sui bambini, contribuisce più di ogni altra cosa a livellare le differenze tra i sudditi. È la ragione per cui il tema dell’istruzione e della pedagogia è al centro degli interessi di molti pensatori settecenteschi, primo fra tutti Jean-Jacques Rousseau, l’autore del celebre romanzo-trattato intitolato Emilio (1762), nel quale si descrive un’educazione ideale improntata alla completa libertà del bambino e alla sua crescita in armonia con la natura. 

Per formare un uomo, io preferisco la domestica educazione; per formare un popolo, io preferisco la pubblica. L’allievo del magistrato e della legge non sarà mai un Emilio1; ma senza l’educazione del magistrato e della legge vi sarà forse un Emilio, vi sarà una città, ma non vi saran cittadini [...]. Che ci sarebbe mai da sperare dall’educazione, se questa fosse interamente abbandonata alle cure private? Quanti pochi sono gl’individui in una società, anche la più numerosa, che sarebbero nelle circostanze di procurare una buona educazione ai loro figli? Tra questi pochi individui, quanto anche più picciolo sarebbe il numero di coloro, che unirebbero il potere alla volontà2; e tra questi ultimi, quanto anche più infinitamente picciolo sarebbe il numero di coloro, che potendo e volendo, riuscirebbero in questa difficile intrapresa? L’ignoranza e la miseria nel basso popolo; la perdita dei parenti e l’abbandono dei genitori negli orfani, negli esposti3; l’assiduità e l’importanza delle occupazioni in quella classe di cittadini, che vive col frutto della sua industria o coll’impiego dei suoi talenti; le dissipazioni dei piaceri nei ricchi; le distrazioni della vanità e dell’ambizione nei nobili; l’esercizio delle cariche e dei pubblici impieghi nei magistrati e nei potenti; i pregiudizi e gli errori quasi universalmente adottati e che sono diametralmente contrari ai veri principi dell’educazione; l’effetto istesso dell’amore male inteso e della debolezza così frequente nei genitori; la cura eccessiva della fisica conservazione dei loro figli e la timida sollecitudine di soccorrerli4, anche quando il bisogno non lo esige, che dà ai fanciulli una certa pusillanimità5 ed una certa debolezza d’animo, che distrugge il coraggio e la confidenza nelle proprie forze; la poca considerazione e i pochi vantaggi, che procurano le noiose e difficili funzioni di educatore, e la singolarità6 e profondità dei talenti, delle cognizioni, delle virtù e del moral carattere, che richiederebbe quest’ufficio7; la corruzione finalmente8 dei costumi, che le buone leggi dovrebbero distruggere e riparare, ma che infelicemente si ritrova introdotta in tutte le classi, in tutti gli ordini della società, non ci mostrano forse evidentemente quanto poco vi sia da sperare e quanto da temere dall’educazione privata?

Se all’evidenza di queste riflessioni che ci mostrano l’impotenza dell’educazione privata, noi uniamo quelle, che ci fan vedere i vantaggi della pubblica, noi non stenteremo a persuaderci della sua necessità, malgrado le inevitabili imperfezioni che l’accompagnano. Cominciando dagli educatori, il loro numero dovendo essere meno esteso9, ed il governo potendo dare a queste cariche tutta quella considerazione che meritano; potendone formare un ordine di magistratura10 tra le più rispettabili dello stato; potendo loro offrire delle grandi speranze, non stenterebbe molto a trovare uomini degni d’esercitare funzioni così rispettate. Scelti dal governo e diretti dalla legge, essi sarebbero superiori a tutti quei pregiudizi, un solo dei quali basterebbe a rovesciare il più perfetto piano di educazione e diriger potrebbero i figli della patria a seconda dei gran disegni del suo legislatore […].

Ma l’educazione pubblica richiede che tutti gl’individui della società possano partecipare all’educazione del magistrato e della legge, ma ciascheduno secondo le sue circostanze e la sua destinazione. Essa richiede che il colono11 sia istituito per esser cittadino e colono, e non per essere magistrato o duce. Essa richiede che l’artigiano possa ricevere nella sua infanzia quell’istituzione, che è atta ad allontanarlo dal vizio, a condurlo alla virtù, all’amore della patria, al rispetto delle leggi, ed a facilitargli i progressi nella sua arte; e non già quella che si richiede per dirigere la patria ed amministrare il governo. L’educazione pubblica finalmente, per essere universale, richiede che tutti questi ordini, tutte queste classi vi abbiano la parte stessa. In poche parole essa deve essere universale, ma non uniforme, pubblica, ma non comune.    

LA DIMENSIONE COLLETIVA DELL'EDUCAZIONE  In questa pagina, Filangieri non se la prende con l’«educazione privata» nel senso di "educazione impartita in una scuola privata, non pubblica". Ciò che lo preoccupa è il fatto che moltissimi sudditi del Regno di Napoli non hanno, di fatto, la possibilità di accedere a un’educazione che sia diversa da quella «educazione domestica» che ognuno riceve all’interno della casa in cui è nato. Questa «educazione domestica» può considerarsi sufficiente? Certamente no. Da un lato, perché educarsi vuol dire imparare a vivere insieme: l’istruzione solitaria può andare bene per Emilio, il ragazzo ideale immaginato da Rousseau; ma non va bene se questo Emilio deve poi trovare il suo posto nella società, vivere in armonia con gli altri. Dall’altro, perché i genitori sono spesso degli educatori inadeguati: quelli benestanti perché distratti da mille altre occupazioni, e inclini a viziare i loro figli; quelli poveri perché spesso ignoranti, affaticati dal lavoro; gli uni e gli altri perché quello dell’educatore non è un lavoro che si possa improvvisare, e richiede invece «singolarità e profondità dei talenti, delle cognizioni, delle virtù e del moral carattere». Si affaccia qui un’idea che oggi noi consideriamo ovvia, ma che non lo era affatto quando Filangieri scrive queste righe: l’idea cioè che l’educazione sia qualcosa che almeno in parte dev’essere sottratto alla cura dei genitori e affidato alla competenza di quei funzionari dello Stato – «un ordine di magistratura», lo chiama Filangieri – che sono gli insegnanti. Comincia a prendere forma, qui, l’idea della scuola moderna controllata dallo Stato, accessibile a tutti, organizzata secondo norme e princìpi scientifici.

L'IMMUTABILITA DELLO STATUS SOCIALE   Messa da parte l’istruzione domestica dei bambini, occorre dunque che lo Stato prenda su di sé questo compito, che formi cioè un nucleo di professionisti – gli insegnanti – i quali modellino gli spiriti e le menti dei «figli della patria a seconda dei gran disegni del suo legislatore». Qui ci troviamo, come si vede, su un piano diametralmente opposto rispetto a quello della "libera educazione del fanciullo" immaginata da Rousseau nell’Emilio, e fondata sull’esperienza e sulla spontaneità dei sentimenti. E anche alle nostre orecchie l’idea che l’educazione dei ragazzi debba assecondare i «gran disegni» di chi fa le leggi suona piuttosto sinistra: nessuno oggi si sognerebbe di dirlo, se non in uno Stato totalitario. Ma ancora più discutibile ci appare l’idea che Filangieri espone nel paragrafo finale, cioè che tutti i sudditi debbano essere educati come cittadini, ma che poi ciascuno di loro debba restare all’interno della classe sociale nella quale è nato: sicché il figlio di contadini verrà formato per diventare un buon contadino, e il figlio di magistrati per diventare un buon magistrato. Non dobbiamo insomma pensare che le idee dell’Illuminismo, per quanto avanzate, corrispondano in toto alle idee che regolano la vita delle democrazie moderne: Filangieri pensava che lo Stato potesse e dovesse «dirigere» (questo è il verbo che adopera) le esistenze dei singoli; e pensava che le classi sociali fossero un dato di fatto praticamente immutabile. Il pensiero liberale e democratico dei due secoli successivi ha finito per convincere quasi tutti che si tratta di idee che meritano di essere combattute.

UNO STILE DISCORSIVO   Due cose soprattutto meritano di essere osservate, nello stile di Filangieri. Da un lato il rigore dell’argomentazione, che spesso, come nei primi periodi, si serve di contrapposizioni nette, nelle quali – in vista di una maggiore chiarezza – si aboliscono le sfumature («Per formare un uomo, io preferisco la domestica educazione; per formare un popolo, io preferisco la pubblica»), o di enunciazioni apodittiche1 («L’allievo del magistrato e della legge non sarà mai un Emilio; ma senza l’educazione del magistrato e della legge vi sarà forse un Emilio, vi sarà una città, ma non vi saran cittadini»). Dall’altro, l’impiego di una strategia oratoria che invece mira quasi a travolgere il lettore con l’abbondanza degli esempi: si rilegga la lunga lista di prove contro l’educazione domestica che comincia con «L’ignoranza e la miseria del popolo» e finisce con «la corruzione finalmente dei costumi», e si avrà l’impressione di un discorso che sembra pronunciato a voce alta, nell’aula di un tribunale (un luogo che Filangieri, come sappiamo, aveva frequentato in gioventù).

Esercizio:

COMPRENDERE


1 Quali sono, secondo Filangieri, i limiti dell’educazione privata?



2. Quali sono invece i limiti e le condizioni che dovrebbe avere l’educazione pubblica?



CONTESTUALIZZARE


3. In che cosa consisteva e a chi era riservata l’educazione “privata” nel Settecento?



4. Fai una breve ricerca storica: in quali aree dell’odierno stato italiano era attiva l’istruzione pubblica, e in quali no?



INTERPRETARE


5. Immagina di essere il governatore di uno stato italiano contemporaneo a Filangieri e di rispondere alla sua proposta: che cosa accetteresti e che cosa invece respingeresti, del suo programma?



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  1. un Emilio: il bambino inventato da Rousseau è qui preso come emblema di un’educazione tanto libera da essere anti-sociale (mentre Filangieri ha a cuore proprio l’educazione del buon cittadino, capace di vivere bene insieme agli altri).
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  3. che ... volontà: che, avendo la possibilità di educare i propri figli, lo farebbero davvero.
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  5. esposti: si chiamavano così i bambini che venivano abbandonati dai genitori alle porte dei conventi (nelle cosiddette ruote degli esposti: dei dispositivi circolari muniti di uno sportello nel quale era introdotto il neonato, il quale poi – facendo girare il dispositivo – veniva prelevato dalle monache del convento), e quindi esposti, "posti fuori", dal latino exponere. Il diffusissimo cognome campano Esposito riflette questa antica usanza: veniva cioè dato ai trovatelli dei quali si ignorava il vero cognome.
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  7. timida ... soccorrerli: lo zelo nel venire in loro aiuto.
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  9. pusillanimità: viltà.
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  11. singolarità: rarità.
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  13. quest’ufficio: questo compito, questa mansione.
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  15. finalmente: infine.
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  17. meno esteso: se l’istruzione è in mano pubblica, il numero degli insegnanti è per forza di cose meno grande rispetto a quello che sarebbe se tutti i bambini venissero affidati alle cure di insegnanti privati.
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  19. un ... magistratura: una classe di professionisti riconosciuta dallo Stato.
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  21. colono: contadino, mezzadro.
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