Cecco Angiolieri

Rime

Di tutte cose mi sento fornito: il lamento di un poveraccio

Come Rustico, anche Cecco Angiolieri scrive soltanto sonetti: a un messaggio semplice, immediato, quotidiano, corrisponde una forma metrica semplice, breve, adatta a rappresentare una scenetta. Ma, a differenza di Rustico, Cecco parla poco degli altri e molto di sé. Ora, ci sono diversi modi per parlare di sé in poesia. C’è un modo idealizzante, che è quello dei lirici puri, dei poeti d’amore come Giacomo da Lentini, o Guinizelli, o Cavalcanti. Dalle loro poesie non ricaviamo un’idea del modo in cui hanno vissuto o di ciò che hanno pensato: parlano solo d’amore e lo fanno di solito in termini convenzionali, insinceri. C’è il modo dei poeti religiosi come Iacopone da Todi o Guittone d’Arezzo, che diventano frati e raccontano la loro vita precedente come un lungo periodo di smarrimento. E c’è chi parla della propria vita in termini fortemente realistici, tanto da suscitare un effetto grottesco o comico. Cecco Angiolieri è il primo, in Italia, a fare esattamente questo.

   



    Di tutte cose mi sento fornito1
    se non d’alquante ch’i’ non metto cura2,
    come di calzamento e d’armadura3:
4   di ben vestire i’ son tutto pulito4;



    e co’ danari son sì mal nodrito,
    più ch’i’ del diavol, di me han paura5;
    altri diletti6, per mala ventura,
8   più ne son fuor che gennai’ del fiorito7.



    Ma sapete di che i’ ho abbondanza?
    Di ma’ desnar’8 con le cene peggiori
11   e male letta per compier la danza9.



    Gli altri disagi non conto, signori,
    ché troppo serebbe lunga la stanza10:
14   questi so’ nulla appo11 gli altri maggiori.





Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDC DCD.

LA FINZIONE DI UN PUBBLICO  Come nei sonetti di Rustico, anche qui la struttura del periodo è semplice, e tutta paratattica: è un elenco di pene e dolori che il poeta dice di provare. Ma è molto interessante il modo in cui Cecco compila quest’elenco.
In primo luogo, parla direttamente a un pubblico, lo interroga: «Ma sapete di che i’ ho abbondanza?» (v. 9), «Gli altri disagi non conto, signori» (v. 12), come se stesse recitando il suo sonetto di fronte a degli ascoltatori. È probabile che sia solo una finzione, che Cecco scrivesse a tavolino e immaginasse soltanto di rivolgersi a dei «signori» che lo ascoltano. Ma è una finzione che ci porta appunto in quella regione di poesia giullaresca in cui l’autore è, più che un poeta, un performer che, per così dire, recita la sua vita attraverso un immaginario monologo. A teatro o in televisione accade spesso che gli attori adottino la stessa tecnica e si rivolgano frontalmente agli spettatori: è un modo per avvicinarli a sé, per farli sentire partecipi del dramma vissuto dall’io che parla. Qui è come se Cecco si confessasse davanti a una platea di possibili benefattori: li chiama in causa, cerca di portarli dalla sua parte, vuole che prendano a cuore le sue miserie.

L'ARMA DELL'IRONIA  In secondo luogo, il quadro dipinto da Cecco è misero, ma il tono è giocoso, allegro, e tutto il sonetto è impostato sulla figura retorica dell’ironia. “Ho tutto quel che mi serve”, dichiara all’inizio il poeta, tranne alcune cosette di cui non mi curo..., cose come le scarpe, i vestiti, i soldi. E invece ho grande abbondanza di cibo cattivo a pranzo e a cena, e di letti sfondati. E questo (che sembra molto) è niente: gli altri guai che non vi racconto sono ben peggiori. Cecco esagera, naturalmente, ma proprio come fa Rustico nei suoi sonetti-ritratto, esagera per far sorridere; solo che, a differenza di Rustico, Cecco vuole che il lettore (anzi l’ascoltatore: i signori che finge di avere davanti a sé) sorrida di lui, della sua vita di poveraccio. È una forma di lirismo (cioè di discorso su di sé), ma di natura molto diversa rispetto a quella dei poeti d’amore suoi contemporanei: un lirismo che parla non dell’anima o del cuore ma del corpo e delle sue miserie, non delle astrazioni dell’amore ma della concretezza della vita. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cosa manca a Cecco? E che cosa invece ha in abbondanza?



ANALIZZARE


2. Sia nelle quartine sia nelle terzine il poeta fa dell’ironia. Su che cosa? Come funziona, qui e in generale, la figura retorica dell’ironia?



INTERPRETARE


3. Chi sono, a tuo avviso, i «signori» che Cecco interpella al v. 12?



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  1. fornito: provvisto.
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  3. ch’i’ ... cura: di cui non mi curo; ma è detto ironicamente.
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  5. calzamento e d’armadura: scarpe e armatura.
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  7. pulito: privo; vuol dire che non ha niente da mettersi addosso.
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  9. co’ denari ... paura: ho così pochi soldi che hanno più paura loro di me che io del diavolo; insomma i soldi lo evitano come si farebbe col diavolo.
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  11. altri diletti: dagli altri piaceri.
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  13. più ... fiorito: sono più lontano che gennaio dalla primavera; cioè dai fiori della primavera.
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  15. desnar’: desinari; pranzi.
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  17. e male ... danza: cattivi letti per ballarci dentro; con allusione all’atto sessuale: il letto su cui dovrebbe fare questa danza è rotto o sfondato o senza materasso.
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  19. stanza: il tempo necessario a enumerare tutti i disagi.
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  21. appo: a paragone di.
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