Angelo Poliziano

Stanze

Il discorso di Iulio contro Amore

Nelle prime ottave si trovano un’invocazione ad Amore (I 2-3) e la dedica a Lorenzo de’ Medici (I 4-7). Segue quindi la presentazione di Iulio, descritto nella sua prima adolescenza, come un giovane dedito alla caccia, ignaro della passione d’Amore, in una condizione pre-razionale, privo di coscienza: è «lieto in pace e ’n libertate», gagliardo, altero (non si cura di amore), inculto e rigido (selvatico), ma tuttavia dedito alla poesia (I 8-11). La sua indifferenza nei confronti di Amore si traduce in ostilità; quando vede un innamorato, non manca di elencare tutti gli aspetti negativi della passione d’amore, identificato per lo più con la lussuria. Alcuni innamorati, offesi e addolorati dalle parole di Iulio, pregano Amore di vendicarsi; e Amore non esita a farlo (I 22-24).

 

    13

 

    «Scuoti, meschin, del petto il ceco errore,
    ch’a te stessi te fura, ad altrui porge;1
    non nudrir di lusinghe un van furore,
    che di pigra lascivia e d’ozio sorge.2
    Costui che ’l vulgo errante chiama Amore
    è dolce insania a chi più acuto scorge:3
    sì bel titol d’Amore ha dato il mondo
    a una ceca peste, a un mal giocondo.4

 

 

    14

 

 

    Ah quanto è uom meschin,5 che cangia voglia
    per donna, o mai per lei s’allegra o dole;
    e qual per lei di libertà si spoglia
    o crede a sui sembianti, a sue parole!6
    Ché sempre è più leggier ch’al vento foglia,
    e mille volte el dì vuole e disvuole:7
    segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde,
    e vanne e vien, come alla riva l’onde.8

 

 

    15

 

 

    Giovane donna sembra veramente
    quasi sotto un bel mare acuto scoglio,
    o ver tra’ fiori un giovincel serpente
    uscito pur mo’ fuor del vecchio scoglio.9
    Ah quanto è fra’ più miseri dolente
    chi può soffrir di donna il fero orgoglio!
    Ché quanto ha il volto più di biltà pieno,
    più cela inganni nel fallace seno.10

 

 

    16

 

 

    Con essi gli occhi giovenili invesca
    Amor, ch’ogni pensier maschio vi fura;
    e quale un tratto ingoza la dolce esca
    mai di sua propria libertà non cura;11
    ma, come se pur Lete12 Amor vi mesca,
    tosto obliate vostra alta natura;
    né poi viril pensiero in voi germoglia,
    sì del proprio valor costui vi spoglia.13

 

 

    17

 

 

    Quanto è più dolce, quanto è più securo14
    Seguir le fere fugitive in caccia
    fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
    e spiar lor covil per lunga traccia!
    Veder la valle e ’l colle e l’aer più puro,
    l’erbe e’ fior, l’acqua viva chiara e ghiaccia!
    Udir li augei svernar, rimbombar l’onde,
    e dolce al vento mormorar le fronde!15

 

 

    18

 

 

    Quanto giova a mirar pender da un’erta
    le capre, e pascer questo e quel virgulto;
    e ’l montanaro all’ombra più conserta
    destar la sua zampogna e ’l verso inculto;
    veder la terra di pomi coperta,
    ogni arbor da’ suoi frutti quasi occulto;
    veder cozzar monton, vacche mughiare
    e le biade ondeggiar come fa il mare!16

 

 

    19

 

 

    Or delle pecorelle17 il rozo mastro
    si vede alla sua torma aprir la sbarra;
    poi quando muove lor con suo vincastro,
    dolce è a notar come a ciascuna garra.18
    Or si vede il villan domar col rastro
    le dure zolle, or maneggiar la marra;
    or la contadinella scinta e scalza
    star coll’oche a filar sotto una balza.19

 

 

    20

 

 

    In cotal guisa già l’antiche genti
    si crede esser godute al secol d’oro;
    né fatte ancor le madre eron dolenti
    de’ morti figli al marzial lavoro;
    né si credeva ancor la vita a’ venti
    né del giogo doleasi ancora il toro;
    lor case eron fronzute querce e grande,
    ch’avean nel tronco mèl, ne’ rami ghiande.20

 

 

    21

 

 

    Non era ancor la scelerata sete
    del crudele oro entrata nel bel mondo;
    viveansi in libertà le genti liete,
    e non solcato il campo era fecondo.
    Fortuna invidiosa a lor quiete
    ruppe ogni legge, e pietà misse in fondo;
    lussuria entrò ne’ petti e quel furore
    che la meschina gente chiama amore».21

 

 

    22

 

 

    In cotal guisa22 rimordea sovente
    l’altero giovinetto e sacri amanti,
    come talor chi sé gioioso sente
    non sa ben porger fede alli altrui pianti;
    ma qualche miserello, a cui l’ardente
    fiamme struggeano i nervi tutti quanti,
    gridava al ciel: «Giusto sdegno ti muova,
    Amor, che costui creda almen per pruova».23

 

 

    23

 

 

    Né fu Cupido sordo al pio lamento,
    e ’ncominciò crudelmente ridendo:
    «Dunque non sono idio? dunque è già spento
    mie foco con che il mondo tutto accendo?
    Io pur fei Giove mughiar fra l’armento,
    io Febo drieto a Dafne gir piangendo,
    io trassi Pluto delle infernal segge:
    e che non ubidisce alla mia legge?24

 

 

    24

 

 

    Io fo cadere al tigre la sua rabbia
    al leone il fer rughio, al drago il fischio;
    e quale è uom di sì secura labbia,
    che fuggir possa il mio tenace vischio?
    Or, ch’un superbo in sì vil pregio m’abbia
    che di non esser dio vegna a gran rischio?
    Or veggiàn se ’l meschin ch’Amor riprende,
    da dua begli occhi se stesso or difende».25

 


Metro: ottave (strofe di otto versi endecasillabi rimati ABABABCC).

 

IULIO CONTRO AMORE  Le ottave 13-21 sono un’orazione contro Amore, che Iulio descrive come crudele e ingannatore, dicendo di preferirgli la caccia, la pastorizia, l’agricoltura: l’idea di Iulio è che l’età dell’oro è finita proprio per colpa di Amore e della Fortuna. Amore è una passione cieca, che porta dolore e morte: è la stessa posizione prospettata nell’Orfeo, tanto è vero che l’ottava 14 appare quasi uguale anche in quell’opera (vv. 277-284).

I PUNTI DELL’INVETTIVA  Il discorso anti-erotico di Iulio, ricco di immagini e motivi derivati da classici latini (Ovidio, Seneca) e da Petrarca, è scandito in alcuni nuclei tematici:

1. Esortazione iniziale agli amanti e prima requisitoria contro Amore-lussuria (ottava 13);
2. Denuncia della leggerezza femminile, un tipico topos misogino, e delle colpe delle donne, maestre d’inganni (14-15);
3. Accusa diretta contro Amore, che, attraverso le donne, colpisce gli uomini e li rende deboli (16);
4. Condotte di vita alternative (e superiori) rispetto alla vita dell’innamorato: la caccia, la pastorizia, l’agricoltura; sono  tutti motivi topici bucolico-pastorali, che servono per introdurre l’evocazione dell’età dell’oro (17-20);
5. Condanna finale di Amore-lussuria e di Fortuna che insieme hanno provocato la caduta dell’uomo dallo stato di felicità e la fine dell’età dell’oro (21).

Dopo il discorso di Iulio, Amore deciderà di vendicarsi del giovane, facendolo innamorare (ottave 22-24).

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Riassumi il contenuto del brano in un testo di non più di 10 righe.

ANALIZZARE

2. Lo stile di Poliziano è estremamente elaborato. Un esempio può essere l’ottava 13: analizzane i procedimenti retorici (anastrofe, anafora, antitesi, ossimori ecc.).

3. A proposito della tecnica usata da Poliziano nelle Stanze si parla spesso di “bipartizione dell’ottava”. Prova a indicare nel brano che hai letto alcune di queste ottave bipartite.

4. Le ottave 17-19 costituiscono il momento “idilliaco” del racconto: perché? Che cos’è un “idillio”? Da dove deriva questo termine?

CONTESTUALIZZARE

5. Ti proponiamo di seguito i probabili modelli che hanno ispirato l’ottava 14; leggili e fai un confronto con i versi di Poliziano.

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  1. Scuoti … porge: Scuoti via, misero (meschin è una variante del miserello dell’ottava 12, 2), dal tuo cuore l’amore (il ceco errore) che ti ruba a te stesso e ti consegna a un’altra persona (ad altrui porge).

  2. non nudrir … sorge: non alimentare di illusioni (lusinghe) una passione senza speranza (van furore) che nasce dall’ozio è dalla lascivia. Questa origine dell’amore si trova già in Petrarca.

  3. Costui … scorge: ciò che la gente inconsapevole chiama Amore è una dolce follia agli occhi di chi vede meglio (a chi più acuto scorge).

  4. sì bel ... giocondo: il mondo, la gente, ha dato un così bel nome (amore) a quella che in realtà è una malattia irrazionale, un male piacevole.

  5. meschin: misero (vedi ottava 13, v. 1); spiega perché un innamorato è “misero”.

  6. cangia … parole: cambia volontà a causa di una donna, talvolta per lei gioisce e soffre; e l’uomo che per lei rinuncia alla libertà e crede alla sua apparenza (a sui sembianti), alle sue parole!

  7. Ché... disvuole: Poiché è più leggera che la foglia al vento (mutevole, è una definizione che si riallaccia al tradizionale motivo della donna mobile per natura, come una foglia al vento) e mille volte al giorno vuole qualcosa e il suo contrario.

  8. segue … l’onde: la donna insegue chi non la vuole e si nasconde da chi la ama (a chi la vuol s’asconde), va e viene come le onde alla riva (l’immagine marina introduce il paragone che apre l’ottava successiva.

  9. Giovane ... vecchio scoglio: la donna è un’insidia, un’abile ingannatrice, come uno scoglio appuntito (acuto) che colpisce a tradimento le navi, e come un serpente nascosto nell’erba, uscito da poco (pur ‘mo) dalla vecchia pelle (del vecchio scoglio).

  10. chi … seno: chi può tollerare, sopportare l’orgoglio femminile, poiché quanta più bellezza (biltà) possiede, tanto più il suo cuore è falso e ingannatore (falso seno).

  11. con essi … cura: proprio attraverso lo sguardo invischia, attrae Amore, che vi priva di ogni pensiero proprio di un uomo (ogni pensier maschio, cfr. v. 8), e una volta che si è abboccato all’esca (ingoza la dolce esca, riprende il motivo dell’inganno dell’ottava 15 attraverso l’immagine dell’esca che nasconde l’amo proprio come l’amore nasconde la sofferenza sotto un dolce boccone) non ci si può più curare e tornare alla libertà.

  12. Lete: il fiume che dona l’oblio.

  13. vi mesca … spoglia: vi versi dell’acqua; è come se Amore desse da bere l’acqua dell’oblio: chi la beve dimentica la propria natura di uomo (il viril pensiero è una variante del «pensier maschio» del v. 2) e perde il proprio valore, la propria forza.

  14. dolce … securo: L’autore rovescia i luoghi comune dell’amore e della caccia, presentando la caccia come priva di pericoli (securo) e (dolce).

  15. seguir … fronde: Seguire gli animali che fuggono fra i boschi all’esterno dei fossati e delle mura delle città; cercarne la tana (covil) inseguendo le tracce che lasciano; immergersi nella natura e vedere la valle, le colline, i fiori, l’acqua fredda e trasparente; sentire gli uccelli cantare in primavera, il rumore delle onde, quello delle fronde al vento. I quattro verbi all’infinito (seguir, spiar, veder, udir) richiamano i sensi necessari al buon cacciatore.

  16. Quanto ... mirar: quanto è piacevole vedere le capre pascolare tra i germogli (virgulto) arrampicate su un terreno scosceso; il pastore nell’ombra fitta (più conserta, lett: più intrecciata) che canta in versi rozzi, istintivi (è la tipica caratterizzazione bucolica del pastore, profondamente legato alla natura); la terra coperta di frutti (pomi) e gli alberi talmente ricchi di essi che non si vedono i rami; i montoni scontrarsi; le vacche muggire e le messi ondeggiare come le onde (il paragone riprende il motivo marino dell’ottava precedente, v. 7). L’ottava, fortemente legata alla 17 fin dal Quanto iniziale, è divisa in due parti: i primi quattro versi sono “bucolici” ed evocano la vita dei pastori; i vv. 5-8 sono “georgici” e descrivono la vita dell’agricoltore. Come l’ottava precedente, la descrizione è retta da verbi all’infinito, sempre nell’area semantica della vista (mirar, veder al v. 5).

  17. Or delle pecorelle: l’ottava riprende la struttura bipartita della precedente (pastori, agricoltori) sottolineata dal parallelismo ( Or… Or…: a volte… a volte…), e continua la serie dei verbi legati alla vista.

  18. il rozo … alla sua torma: il rustico pastore che apre l’ovile al gregge e le incita a muoversi col bastone (vincastro): dolce è notare come chiama ciascuna di loro (garrire, richiamare, sgridare).

  19. Or si vede … balza: a volte si vede il contadino ammorbidire le zolle col rastrello o maneggiare la zappa (marra); a volte la contadinella senza cintura(scinta), con vestiti che le cadono addosso morbidi, e scalza, filare tra le oche, sotto una rupe (balza). L’immagine della contadina deriva da Petrarca, Canzoniere 33, 5-6: «levata era a filar la vecchiarella / discinta e scalza».

  20. In cotal guisa … pianti : in questo modo si crede che gli antichi abbiano goduto, quando le madri non soffrivano per la morte dei figli in guerra (marzial lavoro), i marinai non si affidavano (credeva, latinismo) ai venti e il toro non si lamentava di dover portare il giogo (sottinteso: perché la terra produceva cibo e quindi non serviva arare): le case degli antichi erano grandi querce frondose che nel tronco contenevano miele (mèl) e sui rami mostravano ghiande. Da questa ottava del discorso di Iulio è descritta l’età dell’oro: un’epoca mitica priva di dolore e di passioni violente, libera da interessi e soprusi (non c’erano la guerra, il commercio, il lavoro), in cui la natura offriva generosamente i suoi frutti all’uomo, che non doveva fare nessuna fatica.

  21. Non era … amore: Non era ancora entrata nel mondo la malvagia avidità (scelerata sete), causa di divisioni e dolore, si viveva in libertà e felicemente, e il campo non arato era fecondo. Ma la Fortuna, invidiosa della tranquillità in cui vivevano gli uomini antichi, alterò questo equilibrio e calpestò la Pietà (misse in fondo): la lussuria entrò nei loro cuori insieme a quella passione folle che la misera gente chiama amore (è lo stesso concetto espresso nell’ottava 13).

  22. In cotal guisa: In questo modo, anafora.

  23. rimordea …: Iulio, indifferente ad Amore (cfr. v. 10, 2) rimproverava (rimordea) spesso i (e) sacri amanti (sacri perché consacrati all’amore), come talora fa colui che essendo felice non crede (porger fede) al pianto delle altre persone, ma qualche innamorato (miserello) che le ardenti fiamme dell’amore struggevano nell’intimo (i nervi) gridava al cielo: «Che l’indignazione ti spinga, o Amore, a farlo innamorare per dimostrargli cosa significhi amare».

  24. Né … legge: Cupido ascoltò (non fu sordo, litote) il lamento del giovane innamorato e incominciò a ridere crudelmente: «Non sono forse un Dio? Si è forse spento il fuoco della passione con il quale (con che) incendio il mondo? Io feci muggire Giove come un toro, nell’armento (per sedurre Europa, Giove si trasformò in toro e la rapì); io indussi Apollo (Febo) ad andar dietro (gir dietro) a Dafne per amore; io permisi a Plutone di uscire dal regno degli inferi (segge infernali, lett: sedi infernali) per rapire Proserpina, di cui era innamorato: chi è che non ubbidisce alla mia legge?». Si noti l’anaforica ripetizione del pronome io, a funzione enfatica.

  25. Io fo ... fischio: Io faccio venir meno la rabbia alla tigre (al tigre, in passato la parola era maschile); al leone il ruggito feroce, al drago il sibilo (fischio), qual è l’uomo che dice con tanta sicurezza di poter sfuggire alla mia trappola (tenace vischio: il vischio è una materia appiccicosa e resistente che si usa per intrappolare gli uccelli)? Ora, può essere che un uomo superbo (Iulio) mi tenga in così bassa considerazione ( in sì vil pregio m’abbia ) che io rischi di non essere più un vero dio (:se anche un solo uomo resistesse ad Amore, Amore perderebbe il suo statuto di dio invincibile)? Ora vedremo (veggiàn) se il misero (meschin, nel discorso di Iulio, è l’uomo innamorato: qui Amore considera Iulio già innamorato, certo della sua vittoria) che rimprovera Amore saprà difendere se stesso da due occhi espressivi.