Piero Gobetti

La Rivoluzione Liberale

Il fascismo

«La Rivoluzione Liberale»: è il titolo della rivista che Gobetti diresse a Torino dal 1922 al 1925, e che si occupava di temi economici, sociali e politici. Dopo il delitto Matteotti, la rivista ebbe un atteggiamento apertamente critico nei confronti del fascismo e venne chiusa. 

Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’ della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea per un interesse per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace. È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica cotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.

Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile […] Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. 

IL FASCISMO: L’«AUTOBIOGRAFIA DELLA NAZIONE»  Il fascismo rappresenta per Gobetti sia l’eterna «infanzia» sia la decrepitezza di una nazione invecchiata senza diventare adulta. È una nazione che «crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica», lasciandosi soffocare dai ceti più parassitari, né autenticamente proletari né responsabilmente borghesi. La sua arretratezza deriva da una radicata tendenza a bloccare quel libero scontro tra le classi attraverso il quale soltanto possono emergere élite capaci di riformare la società. Secondo Gobetti, nonostante l’esibito piglio rivoluzionario, il regime mussoliniano ha portato alla perfezione una tale tendenza. Il suo statalismo, che concepisce la società come un organismo unico diviso in tante corporazioni “medievali”, offre la massima copertura ai privilegi particolari di gruppi che non vogliono affrontare un rischio aperto d’impresa, postulando un “interesse generale” tutto di facciata. È in questo senso che il fascismo costituisce l’autobiografia della nazione, la sintesi della sua “storia clinica”.

LA DISSOLUZIONE DELLE «MINORANZE EROICHE»  Ai suoi esordi la violenza squadrista sembrava prefigurare un reale e perfino fecondo scontro di idee e interessi; ma presto Mussolini ha raccolto intorno a sé l’immobile blocco sociale delle classi medie già sedotte da Giolitti, uomo politico odiato da Gobetti e da Salvemini in quanto rappresentante dell’Italia più incline al compromesso. Anche su questo piano il capo del fascismo ha semplicemente “perfezionato” il consenso, portandolo con ogni mezzo verso una sinistra unanimità. Tutto ciò attesta la dissoluzione delle minoranze eroiche e delle eresie. Meglio allora la persecuzione aperta e sanguinosa, dice provocatoriamente Gobetti con una frase che fa rabbrividire chi conosce il suo destino. Forse solo così, dice, ci si risveglierà dal torpore con una nuova energia e una intelligenza più limpida.
Questo atteggiamento descrive bene il carattere dell’autore. La sua concezione dei più specifici problemi socioeconomici non è mai slegata da concetti come “forza morale” e “spirito di sacrificio”. Convivono in lui due tipi opposti di intellettuale. Da un lato c’è l’illuminista attento ai dettagli, erede di quella tradizione minoritaria che passa per il Settecento dei Verri, per l’Ottocento di Cattaneo e il Novecento di Salvemini; ma dall’altro lato c’è un idealista appartenente all’assai più numerosa famiglia dei letterati che nutrono generose illusioni politiche. È la famiglia del corregionale Alfieri, su cui Gobetti scrisse la tesi di laurea: cioè del poeta per eccellenza antitirannico, ma animato da una visione politica tutta astratta, aristocratica e classicista. La vita è tragica, ripete alfierianamente questo spavaldo martire dell’antifascismo, che ha capito gli obiettivi del tiranno Mussolini ben prima dei suoi tentennanti maestri Croce e Salvemini; e con un esempio significativamente classico ammonisce che «è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile».

 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. «La palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza». Che cosa significa questa frase?



2. La prosa di Gobetti è appassionata e vibrante, ma non mancano punte d’ironia amara e pungente. In quali punti del brano, in particolare, affiora il suo sarcasmo?



INTERPRETARE


3. Gobetti individua con precisione la natura profonda del fascismo, definendola un’«autobiografia della nazione». Non una parentesi storica, quindi, ma un carattere distintivo degli italiani. Sei d’accordo con questa definizione? Credi sia ancora valida?



4. «Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo». Che cosa intende dire Gobetti con queste parole? Perché impiega proprio il termine infanzia, per caratterizzare la coscienza politica degli italiani?



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