Niccolò Machiavelli

Lettere

Il più celebre scambio epistolare del Cinqucento

Per buona parte, le lettere degli anni 1513-1515 sono indirizzate all’amico Francesco Vettori, che si trovava a Roma come ambasciatore (oratore era il titolo ufficiale) della Repubblica di Firenze presso papa Leone X: incarico importantissimo per la buona ragione che Leone X era un Medici (Giovanni de’ Medici) e attraverso i suoi familiari esercitava una specie di protettorato sulla città di Firenze. In quegli anni Machiavelli era in grave difficoltà. Appena rientrati a Firenze, i Medici l’avevano fatto incarcerare e torturare con l’accusa di aver partecipato a una congiura contro di loro. Cercava dunque un modo per farsi perdonare da quei potenti, e Vettori, così vicino al papa, poteva forse aiutarlo. Vettori non potrà o non vorrà aiutarlo, ma le lettere che i due si scambiano sono sempre molto cordiali. Si conoscono bene e sono veramente amici (appena cinque anni prima erano stati insieme ambasciatori in Germania presso l’imperatore Massimiliano).

Vettori scrive a Machiavelli: dolce vita a Roma

Il 23 novembre 1513 Vettori scrive all’amico Machiavelli parlandogli della vita che fa a Roma.   


Compar mio charo [...], per questa lettera ho facto pensiero scrivervi qual sia la vita mia in Roma. E mi par conveniente farvi noto, la prima choxa, dove abito, perché mi sono tramutato1, né sono più vicino a tante cortigiane2, quanto ero questa state. La stanza mia3 si chiama San Michele in Borgo, che è molto vicina al Palazo ed alla Piaza di San Piero: ma è in luogo un pocho solitario, perché è inverso il monte chiamato dalli antiqui el Janicolo4. La casa è assai buona e ha molte habitationi5, ma pichole; ed è volta al vento oltramontano6, in modo ci è una aria perfecta.
Dalla chasa s’entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito7. È vero che la chiesa più presto8 s’adopera a passeggiare che altro, perché non vi si dice mai messa né altro divino uficio, se non una volta in tutto l’anno. Della chiesa s’entra in uno orto9, che soleva essere pulito e bello, ma hora in gran parte è guasto: pur si va del continuo rassettando. Dell’orto si sagle in sul monte Janicolo, dove si può andare per viottoli e vigne a solazo10, sanza esser veduto da nessuno; e in questo luogo, secondo li antiqui, erono li orti di Nerone, di che si vedono le vestigie11. In questa chasa sto con nove servidori12, e oltre a questi il Brancaccio13, un cappellano e uno scriptore14, e sette chavalli, e spendo tutto il salario ho largamente. Nel principio ci venni15, cominciai a volere vivere lauto e delicato16, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti17 e simil choxe; acorsimi poi che spendevo troppo, e non ero di meglio niente18; in modo che feci pensiero non invitare nessuno e vivere a un buono ordinario19: li argenti restitu’ a chi me li haveva prestati, sì per non li havere a guardare20, sì anchora perché spesso mi richiedevono parlassi a N.S.21 per qualche loro bixogno: facevolo, e non erono serviti22; in modo diterminai di scaricarmi di questa faccenda e non dare molestia né charicho a nessuno, perché non havessi a essere dato a me.
La mattina, in questo tempo, mi lievo a 16 hore23, e vestito vo infino a Palazo24; non però ogni mattina, ma delle due o tre una25. Quivi, qualche volta, parlo venti parole al Papa, dieci al cardinale de’ Medici, sei al magnifico Juliano; e se non posso parlare a lui, parlo a Piero Ardinghelli, poi a qualche imbasciatore che si truova per quelle camere; e intendo qual choxetta, pure di poco momento26. Facto questo, me ne torno a casa; excepto che, qualche volta, desino27 col cardinale de’ Medici. Tornato, mangio con li mia, e qualche volta un forestiero o dua che vengono da loro, chome dire28 ser Sano o quel ser Tommaso che era a Trento, Giovanni Rucellai o Giovan Girolami. Dopo mangiare giucherei, se havessi chon chi; ma non havendo, passeggio pella chiesa e per l’orto. Poi chavalcho un pochetto fuori di Roma, quando sono belli tempi. A nocte torno in casa; ed ho ordinato d’havere historie assai, maxime de’ Romani29, chome dire Livio chon lo epitoma di Lucio Floro30, Salustio, Plutarcho, Appiano Alexandrino, Cornelio Tacito, Svetonio, Lampridio e Spartiano, e quelli altri che scrivono delli imperatori, Herodiano, Ammiano Marcellino e Procopio: e con essi mi passo tempo; 
[...]
Scrivo, de’ 4 dì una volta31, una lettera a’ Signori X32, e dico qualche novella stracha e che non rilieva33, ché altro non ho che scrivere, per le cause che per voi medesimo intendete34. Poi me ne vo a dormire, quando ho cenato e decto qualche novelletta chol Branchaccio e chon M. Giovambatista Nasi, el quale si sta meco spesso. Il dì delle feste odo la messa, e non fo chome voi che qualche volta la lasciate indrieto35. Se voi mi domandassi se ho nessuna cortigiana36, vi dico che da principio ci venni, n’hebbi chome vi scrissi; poi, impaurito dell’aria della state, mi sono ritenuto37. Nondimeno n’havevo aveza una38, in modo che spesso ci vien per se medesima, la quale è assai ragionevole di belleza39, e nel parlare piacevole. Ho anchora in questo luogo, benché sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe; e benché sia di nobil parentado, fa qualche faccenda40.

 

«Quel cibo che solum è mio»: la risposta di Machiavelli

La risposta di Machiavelli, del 10 dicembre, è forse la lettera più celebre della nostra letteratura, perché contiene un memorabile autoritratto e, soprattutto, il primo cenno all’esistenza del libro che oggi chiamiamo Il principe (e che lui chiama De principatibus).

A Francesco Vettori, Magnifico ambasciatore fiorentino presso il Sommo Pontefice, proprio benefattore. In Roma.

Magnifico ambasciatore [...]. Non posso pertanto, volendovi render pari grazie, dirvi in questa lettera altro che qual sia la vita mia, e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.
Io mi sto in villa41; e poiche seguirono quelli miei ultimi casi42, non sono stato, ad accozarli tutti43, venti dì a Firenze. Ho insino a qui uccellato a’ tordi di mia mano44; levavomi innanzi dì, impaniavo45, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo il Geta quando e’ tornava dal porto con i libri di Amphitrione46; pigliavo almeno dua, al più sei tordi. E così stetti tutto settembre; dipoi questo badalucco, ancoraché dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere47; e quale la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole e vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a riveder l’opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alla mane o fra loro o co’ vicini48. E circa questo bosco io vi harei a dire mille belle cose che mi sono intervenute49, e con Frosino da Panzano50 e con altri che voleano di queste legna51. E Frosino in spezie mandò per certe cataste senza dirmi nulla, e al pagamento mi voleva rattenere52 dieci lire, che dice haveva havere da me quattro anni sono53, che mi vinse a cricca54 in casa Antonio Guicciardini55. Io cominciai a fare il diavolo, volevo accusare il vetturale, che vi era ito per esse per ladro56. Tandem57 Giovanni Machiavelli vi entrò di mezzo, e ci pose d’accordo. Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava58, ognuno me ne prese una catasta.
Io promessi a tutti, e manda’ne una a Tommaso, la quale tornò a Firenze per metà59. [...] Dimodoché, veduto in chi era guadagno, ho detto agli altri che io non ho più legne. [...]
Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare60; ho un libro sotto61, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio62 e simili: leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada nell’hosteria, parlo con quelli che passono, domando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose, e noto vari gusti e diverse fantasie63 d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare64, dove con la mia brigata65 mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta66. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario67, un beccaio68, un mugnaio69, dua fornaciai70. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì71 giuocando a cricca, a trich-trach72, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose, e il più delle volte si combatte un quattrino73 e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così rinvolto in tra questi pidocchi74 traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi75.
Venuta la sera, mi ritorno76 in casa, ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio quella vesta cotidiana, piena di fango e di loto77, e mi metto panni reali e curiali78; e rivestito condecentemente79 entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui80; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandoli della ragione delle loro actioni, e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
E perché Dante dice che non fa scienza81 senza ritener lo havere inteso – io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale82, e composto uno opuscolo De principatibus83, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto84, disputando85 che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono; e se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo86, questo non vi doverrebbe dispiacere; ed a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano87. Filippo Casavecchia l’ha visto88; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de’ ragionamenti ho hauto seco89, ancor ché tuttavolta io l’ingrosso e ripulisco90.
[...]
Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e sendo ben darlo91, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e’ non fussi, non che altro, letto, e che questo Ardinghelli si facessi honore di questa ultima mia fatica92. Il darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro93, e lungo tempo non posso stare così che io non diventi per povertà contennendo94. Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso95; perché se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me96, e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe97 che quindici anni che io sono stato a studio all’arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati98; e doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi di uno che alle spese di altri99 fussi pieno di esperienzia. E della fede100 mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia, e a voi mi raccomando. Sis felix101

 

Vettori scrive a Machiavelli: dolce vita a Roma

LA DOLCE VITA DI UN AMBASCIATORE Che cosa fa un ambasciatore? Vive comodamente, in una bella casa spaziosa e ben ventilata (il che era importante, perché tutta la zona di Roma era allora infestata dalle febbri malariche). La mattina si alza piuttosto tardi, passeggia, contempla le rovine romane che punteggiano la collina del Gianicolo. Poi si reca a «Palazzo» e s’intrattiene liberamente con i cardinali e con il papa (che Vettori già conosceva perché anche lui fiorentino). Ma non tutti i giorni: «non però ogni mattina», precisa Vettori, ma una mattina ogni due o tre. Discorre con i suoi colleghi ambasciatori, ma per lo più di cose di nessuna importanza. Poi pranza tranquillamente con qualche amico, a casa, e dopo pranzo fa il turista, in città o nella campagna romana. La sera, legge gli storici latini. Più che la descrizione della vita di un ambasciatore, è la descrizione della vita di un pensionato di lusso, e Vettori sembra rendersene conto: si descrive beato in mezzo a una folla di servitori (una decina), confessa di spendere tutto il ricco stipendio che percepisce per i suoi uffici (ma spende per sé solo: prima invitava spesso a cena degli ospiti, poi ha cambiato idea), ma riconosce anche che le cose di cui si occupa hanno poca importanza («dico qualche novella stracha et che non rilieva»). Insomma, è il diario di uno sfaccendato, di un fortunato, ricco sfaccendato.

 

«Quel cibo che solum è mio»: la risposta di Machiavelli

UN POLITICO COSTRETTO AL RIPOSO Costretto a stare per un anno lontano da Firenze, Machiavelli vive nella sua fattoria all’Albergaccio, non lontano dalla città. Questa immobilità forzata non gli piace. Non ha problemi a “vivere come tutti gli altri”, sa divertirsi con le persone comuni che abitano nei paraggi, ma ha anche grandi progetti di lavoro, e soprattutto vorrebbe tornare a servire i governanti di Firenze, vorrebbe rendersi utile. Per intanto, i suoi interlocutori non sono il papa e i cardinali ma i contadini, i mugnai, i negozianti, la gente del popolo che vive nelle vicinanze, e che Machiavelli incontra all’osteria. E la sera anche lui legge i classici, ma il suo rapporto con loro è meno neutro e meno riposato di quello descritto da Vettori. Machiavelli li interroga, chiede loro ragione delle loro parole e delle loro azioni, e soprattutto si prepara a usare questo «capitale» di saggezza in vista della composizione di un suo trattato politico, Il principe appunto, che viene annunciato per la prima volta in questa lettera: «io ho notato quello di che per la loro [cioè degli antichi scrittori] conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus».

DUE VITE MOLTO DIVERSE Il contrasto con la lettera di Vettori non potrebbe essere più netto, e questo contrasto è nelle cose, perché Vettori è ricco e Machiavelli povero, Vettori è in ottimi rapporti con i Medici e Machiavelli non riesce nemmeno a farsi ricevere da loro. Ma è un contrasto che il talento letterario di Machiavelli riesce a rendere quasi comico: Vettori si alza in tarda mattinata, Machiavelli si alza (mi lievo) «con el sole»; Vettori vive circondato da servi, Machiavelli provvede di persona ai lavori che sono necessari per la cura della campagna, controlla il taglio della legna, la vende, si arrabbia se qualcuno prova a rubare sul prezzo; Vettori pranza con i cardinali, Machiavelli prima trascorre qualche ora in osteria e interroga quelli che passano di lì: vuole sapere, discutere, aggiornarsi intorno a ciò che succede nel mondo; poi si mette a giocare d’azzardo con il macellaio, il mugnaio, l’oste, e con loro litiga con tanta violenza che le loro grida si sentono «da San Casciano». L’unica cosa che i due amici hanno in comune è la lettura dei classici. Ma Vettori, semplicemente, «passa il tempo» con gli scrittori dell’antica Roma, mentre Machiavelli li studia per poterli usare.

UNA SUPPLICA INDIRETTA AI MEDICI Vorranno i Medici servirsi dell’esperienza di Machiavelli? L’ultimo paragrafo della lettera è un invito non troppo dissimulato a Vettori perché interceda a favore dell’amico. Machiavelli vorrebbe consegnare il frutto delle sue fatiche intellettuali a Giuliano de’ Medici, ma teme che Giuliano non si degni neanche di leggerlo; ha paura che qualcun altro (l’Ardinghelli, segretario di Leone X, evidentemente non benevolo nei suoi confronti) si attribuisca il merito della sua opera; ha paura di diventare povero; ha paura di restare disoccupato a vita (ha più di quarant’anni, ha una famiglia numerosa). «Desidererei adunque», conclude, «che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia». È una richiesta d’aiuto: ma, per quanto ne sappiamo, è una richiesta che cadrà nel vuoto.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Dalle due lettere proposte è possibile ricavare numerose informazioni su Machiavelli e sul periodo della vita che sta vivendo: individuale ed elencale.

ANALIZZARE

2 Come andrebbero riscritte, in italiano corrente, le espressioni «in modo ci» e «tutto il salario ho» nella lettera di Vettori? In che cosa la sintassi di Vettori è diversa da quella che si adopererebbe oggi?

3 Indica i termini tecnici relativi alla caccia che Machiavelli adopera nella prima parte della sua lettera. A quale scopo li usa? 

4 Quale significato va attribuito ai termini badalucco e m’ingaglioffo, utilizzati da Machiavelli? A quale registro appartengono? A quale scopo vengono usati?  

INTERPRETARE

5 Confronta i due testi prendendo in considerazione:

a gli incipit;
b le classi sociali a cui appartengono le persone con cui Vettori e Machiavelli entrano in relazione;
c gli autori classici che Vettori e Machiavelli annoverano nella loro biblioteca personale (puoi dividerli per generi letterari).

Sintetizza i risultati di questo confronto in un breve testo (massimo 30 righe).

6 Nella lettera di Machiavelli c’è uno stacco molto netto fra ciò che lo impegna al mattino e ciò che lo impegna alla sera, uno stacco reso anche attraverso un diverso uso del linguaggio. Rifletti su questa differenza, spiegando anche per quale motivo Machiavelli distingue questi diversi momenti della giornata. 

7 Quale parte della giornata di Machiavelli senti più vicina al tuo modo di essere? Quella passata a giocare a carte o quella passata a leggere?

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  1. mi sono tramutato: ho traslocato. 
  2. cortigiane: prostitute.
  3. La stanza mia: il luogo in cui abito. 
  4. Janicolo: il Gianicolo è un colle di Roma situato sulla sponda destra del Tevere. Alle sue pendici sorge oggi da un lato il quartiere di Trastevere, dall’altro l’area della Città del Vaticano con piazza San Pietro (la Piaza di San Piero di cui parla appunto Vettori). 
  5. habitationi: stanze; come oggi lo spagnolo habitación, “camera”.
  6. volta ... oltramontano: guarda cioè a nord. L’areazione era importante perché quella di Roma era – e sarebbe stata ancora a lungo – una zona di febbri malariche, e il ricambio d’aria non era soltanto un conforto ma anche una misura igienica.
  7. mi ... proposito: mi è utile, mi è comodo, fa per me. 
  8. più presto: piuttosto. 
  9. orto: giardino; è un latinismo da hortus.
  10. a solazo: liberamente, a piacere.
  11. vestigie: antiche tracce, resti.
  12. nove servidori: il che fa capire il genere di privilegi di cui godeva Vettori, come ambasciatore di Firenze. 
  13. Brancaccio: Giuliano Brancacci, collaboratore di Vettori.
  14. scriptore: cioè un segretario al quale Vettori dettava le sue lettere.
  15. Nel ... venni: appena arrivato (in questa nuova lussuosa abitazione). Da notare l’ellissi della congiunzione che, come spesso nella prosa del tempo: cfr. righe più avanti: «in modo [che] diterminai».
  16. lauto e delicato: in maniera lussuosa. 
  17. in argenti: in stoviglie d’argento.
  18. e non ... niente: e non stavo meglio, né ero più rispettato. 
  19. a un ... ordinario: in maniera sobria.
  20. sì per ... guardare: sia per non doverli custodire (guardare). 
  21. N.S.: Nostra Signoria, il papa. Vale a dire che Vettori smette di ricevere ospiti anche perché tutti quanti, sapendolo vicino al papa, gli chiedono di intercedere per loro: gli ospiti insomma diventano tutti dei postulanti (postulare, “chiedere con insistenza”).
  22. facevolo ... serviti: lo facevo (cioè parlava al papa), e non erano contenti.
  23. 16 hore: contando a partire dal tramonto, dunque verso le 8 o le 9 del mattino.
  24. Palazo: dal papa, a San Pietro.
  25. delle ... una: una mattina ogni due o tre.
  26. Quivi ... momento: una volta ricevuto dal papa, Vettori ha un breve colloquio con lui, o con il cardinale de’ Medici (Giulio, poi a sua volta papa con il nome di Clemente VII), oppure con Giuliano, o con Piero Ardinghelli (il segretario del papa), o con altri ambasciatori; e ascolta le loro confidenze, anche di poca importanza (poco momento). 
  27. desino: pranzo.



    *Desinare

    È un termine dell’uso toscano, ormai piuttosto desueto, che indica il pasto di mezzogiorno, il pranzo. Deriva dall’antico francese disner (da cui il francese moderno dîner), che a sua volta viene dal latino *disieiunare (l’asterisco indica che la forma non è attestata ma è stata ricostruita dai linguisti), che voleva dire “rompere il digiuno” (in latino ieiunium). È da notare che anche il francese déjeuner (“far colazione” o “pranzare”) ha la stessa etimologia; ed è interessante osservare che la medesima costruzione ha la parola inglese breakfast, che è composta dal verbo break, “rompere”, e dal sostantivo fast, “digiuno”.

     
  28. chome dire: per esempio; e seguono i nomi di alcuni amici di Vettori.
  29. ed ho ... Romani: e mi sono procurato i libri degli storici, soprattutto latini.
  30. lo ... Floro: l’epitome è un riassunto, un compendio: e se ne facevano, e se ne fanno, delle opere più voluminose, soprattutto di argomento storico, come appunto la Storia di Roma di Livio.
  31. de’ ... volta: una volta ogni quattro giorni.
  32. Signori X: i dieci magistrati che sovrintendevano alla politica estera di Firenze, e che dunque ricevevano le lettere degli ambasciatori come Vettori.
  33. novella ... rilieva: qualche notizia stantia e di nessuna importanza
  34. per le cause ... intendete: per i motivi che voi stesso potete capire; probabilmente perché il papa (Giovanni de’ Medici) e la sua corte sono legati a filo doppio con i Medici che dominano Firenze, e non c’è un particolare bisogno di comunicazioni ufficiali. In generale, l’incarico di Vettori a Roma assomiglia più a una sinecura, ossia a un incarico remunerato ma senza grandi impegni e responsabilità, che a un lavoro vero e proprio.
  35. non fo ... indrieto: dunque Machiavelli tendeva spesso a “dimenticare” di andare a messa, mentre Vettori è più scrupoloso.
  36. se ... cortigiana: se ho una mantenuta. 
  37. impaurito ... ritenuto: mi sono trattenuto, per paura dell’aria dell’estate; aria che era la più propizia alla trasmissione delle malattie.
  38. n’havevo aveza una: ne avevo abituata una, ne avevo allevata una.
  39. ragionevole di belleza: abbastanza bella.
  40. e benché ... faccenda: benché appartenga a una famiglia nobile, si presta a fare le faccende di casa.
  41. villa: casa di campagna.
  42. quelli ... casi: allude al periodo passato in prigione e alla condanna al confino.
  43. ad accozarli tutti: a metterli tutti insieme.
  44. Ho ... mano: sono andato a caccia di tordi personalmente, con le mie mani; nell’italiano antico uccellare ha due significati: “andare a caccia di uccelli” e “beffare, ingannare”.
  45. impaniavo: preparavo le panie; le panie sono bastoni cosparsi di una sostanza collosa (il vischio, di solito) sui quali gli uccelli si posano, restando intrappolati. 
  46. parevo ... Amphitrione: sono i personaggi di una novella quattrocentesca dal titolo Geta e Birria: in una scena, Anfitrione manda il servo Geta, carico di libri, ad avvisare la moglie Alcmena del suo ritorno.
  47. questo badalucco ... dispiacere: questo passatempo, anche se sciocco e alieno dai miei gusti, è venuto a mancare, e me ne dispiace.
  48. qualche sciagura ... vicini: qualche lite tra di loro o con i loro vicini.
  49. intervenute: successe. 
  50. Frosino da Panzano: probabilmente un amico sia di Machiavelli sia di Vettori. Panzano è una località del Chianti: si noti come le persone vengano designate o con nome e cognome, come oggi (più avanti «Antonio Guicciardini»), o con il semplice nome di battesimo (Frosino) seguito dal luogo di provenienza.
  51. di queste legna: un po’ di questo legname.
  52. rattenere: trattenere.
  53. haveva ... sono: doveva avere da me da quattro anni.
  54. cricca: un gioco di carte (nel quale fare cricca voleva dire “fare tris”).
  55. in casa Antonio Guicciardini: da notare l’elisione della preposizione di, usuale nel toscano antico: Dante scrive per esempio nel sonetto Chi udisse tossir: «in casa il conte Guido», per dire “del conte Guido” (il francese chez, “a casa di”, rispecchia ancora quell’uso: chez Robert, chez les Dupont eccetera). I Guicciardini erano una delle più illustri famiglie fiorentine.
  56. Io cominciai ... ladro: io andai su tutte le furie, e volevo accusare il carrettiere, che era venuto a prendere il legname (le cataste), di essere un ladro.
  57. Tandem: finalmente. Dopodiché, Machiavelli elenca alcuni dei suoi amici di città, che vanno a trovarlo e gli comprano la legna.
  58. quando ... soffiava: nei giorni più freddi, in cui soffiava la tramontana; e quindi c’era più bisogno di legna da ardere. 
  59. manda’ne ... metà: mandai una catasta di legna a Tommaso, e la catasta fu valutata la metà di quanto credevo.
  60. un mio uccellare: un boschetto, disseminato di gabbie e trappole, che Machiavelli usava per la caccia agli uccelli.
  61. ho ... sotto: porto con me un libro.
  62. Tibullo, Ovidio: Tibullo (55-18 a.C.) è l’autore delle elegie per Delia; Ovidio (43 a.C.-17 d.C.) è il grande poeta delle Metamorfosi, dell’Arte di amare e degli Amori (ed è probabilmente a questi ultimi che fa qui riferimento Machiavelli). Sono definiti minori perché si dedicarono alla poesia d’amore, ritenuta inferiore a quella epica. 
  63. diverse fantasie: strane passioni.
  64. Viene ... desinare: mentre faccio queste cose arriva l’ora di pranzo.
  65. con la mia brigata: con la gente di casa, cioè i familiari e i servitori.
  66. quelli cibi ... comporta: quei cibi che queste povere terre (la tenuta dell’Albergaccio) e un piccolissimo (paululo, dal latino paululus, a sua volta da paulus, “poco”) patrimonio possono procurare.
  67. per l’ordinario: di solito.
  68. beccaio: macellaio (il termine deriva da becco, che era il nome usato per indicare il maschio della capra).
  69. mugnaio: il proprietario o il gestore di un mulino, dove si macinava il grano.
  70. fornaciai: operai delle fornaci dove si cuocevano i mattoni.
  71. m’ingaglioffo per tutto dì: mi incanaglisco per tutto il giorno.
  72. trich-trach: un gioco simile al moderno backgammon.
  73. si combatte un quattrino: ci si gioca accanitamente un soldo; perché nessuno è tanto ricco da potersi permettere di più. 
  74. rinvolto ... pidocchi: immerso in queste occupazioni da pidocchioso.
  75. sfogo ... vergognassi: faccio sfogare la malignità della mia fortuna (sorta), permettendole di calpestarmi in questo modo, per vedere se alla fine non si vergogna di farlo.
  76. mi ritorno: ancor oggi, spesso, i verbi di moto sono accompagnati da una particella riflessiva: “me ne vado”, “me ne torno”.
  77. loto: sinonimo di “fango”. 
  78. curiali: degni di una corte (curia) reale.
  79. condecentemente: in modo appropriato.
  80. mi pasco ... lui: mi nutro di quel cibo che veramente (solum, “soltanto”, in latino) mi appartiene e per il quale io nacqui. Notare l’anacoluto: la frase inizia con che, soggetto riferito al cibo, e prosegue con un soggetto diverso (io). 
  81. non fa scienza: Dante scrive infatti in Paradiso, V, 41-42 che «non fa scienza / sanza lo ritenere, avere inteso», e cioè che non è un vero sapiente chi capisce una cosa ma poi non se la ricorda (non la ritiene).
  82. io ho notato ... capitale: io ho preso nota di ciò che ho accumulato, come un tesoro (capitale), attraverso l’immaginaria conversazione con loro.
  83. uno opuscolo De principatibus: un breve trattato Sui principati. È il primo annuncio del Principe, al quale Machiavelli ha dunque lavorato nel corso del 1513. Si ricordi che la formula con De seguito da un complemento d’argomento era quella più comune nelle intitolazioni latine (Petrarca, De vita solitaria, “Sulla vita solitaria”; Seneca, De brevitate vitae, “Sulla brevità della vita” eccetera): si sottintende, prima, un sostantivo come Trattato o Libro (sulla vita solitaria eccetera).
  84. mi profondo ... subietto: mi addentro il più possibile nella riflessione su questo argomento.
  85. disputando: discutendo.
  86. ghiribizzo: fantasia, capriccio; definisce così, ironicamente, un’opera alla quale – come dice subito dopo – Machiavelli invece teneva parecchio, perché con essa intendeva ritornare nelle grazie dei Medici.
  87. Giuliano: Giuliano de’ Medici. A lui Machiavelli pensava di dedicare il trattato. Ma Giuliano morì nel 1516, e il dedicatario del Principe diventò Lorenzo de’ Medici il Giovane. 
  88. Filippo Casavecchia l’ha visto: Filippo Casavecchia, amico di Machiavelli e di Vettori, ha letto il libretto.
  89. vi potrà ... seco: vi potrà dare un po’ di informazioni sia (e) a proposito del libro sia (e) delle discussioni che ho avuto con lui.
  90. ancor ... ripulisco: anche se frattanto io faccio delle aggiunte e lo perfeziono.
  91. sendo ben darlo: posto che (sendo, “essendo”) sia bene offrirlo (darlo) a Giuliano de’ Medici.
  92. Il non ... fatica: ero propenso a non offrirlo a Giuliano perché temevo («mi faceva dubitare») che lui neanche (non che altro) mi leggesse, e che questo Ardinghelli si prendesse lui il merito del mio lavoro. Machiavelli teme insomma che Piero Ardinghelli, il segretario del papa, possa plagiare il suo libro.
  93. Il darlo ... logoro: a offrirlo a Giuliano mi sollecitava invece il bisogno che mi perseguita, e per il quale io mi consumo.
  94. per povertà contennendo: disprezzabile per la mia povertà (contennendo è dal latino contemno, “disprezzo”).
  95. Appresso ... un sasso: oltre al desiderio che avrei che questi Medici iniziassero a servirsi di me («mi cominciassino adoperare»), anche se dovessero usarmi, all’inizio, solo per prendere a calci un sasso. Machiavelli si accontenterebbe, insomma, anche di un incarico molto umile, pur di non restare con le mani in mano.
  96. se poi ... di me: se non sapessi acquistare la loro stima (dei Medici), io incolperei me stesso.
  97. e per ... si vedrebbe: e da questo libro, se lo leggessero, si vedrebbe.
  98. non gli ... giuocati: nei quindici anni trascorsi al governo della città, dice Machiavelli, “non ho né dormito né giocato”: e la sua esperienza sarebbe dunque utile a quel “principe nuovo” che è Giuliano de’ Medici, se solo questi decidesse di avvalersene.
  99. alle spese di altri: per aver servito altri padroni.
  100. fede: “lealtà” nei confronti del governo per il quale Machiavelli lavora (e non degli uomini che lo assumono). Era stato un fedele collaboratore della Repubblica di Firenze prima che tornassero i Medici: sarà – dato che non si può mutare natura all’età di 43 anni – un fedele collaboratore dei Medici, solo che gliene si dia la possibilità. 
  101. Sis felix: sii felice. Formula di congedo in latino, usuale nelle lettere.