Giuseppe Parini

Il Giorno

Il risveglio del «giovin signore»

Il Mattino inizia con un tono simile a quello della dedica, con la descrizione del risveglio del «giovin signore», che ha fatto le ore piccole e riemerge ora faticosamente dal sonno, a tarda mattinata, quando la gente del popolo lavora già da molte ore. Questa parte, come la dedica alla Moda, verrà eliminata nella revisione che porterà alla seconda edizione del Giorno, forse proprio perché troppo scopertamente ironica. 
Il «giovin signore» è andato a letto all’alba, quando contadini e artigiani si svegliano. Normale, quindi, che a mezzogiorno dorma ancora. Ma poi si sveglia e suona la campanella per chiamare i suoi servi: è ora di colazione! 

Sorge il Mattino in compagnìa dell’Alba
innanzi al Sol che di poi grande appare
su l’estremo orizzonte a render lieti
gli animali e le piante e i campi e l’onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
letto cui la fedel sposa, e i minori
suoi figlioletti intepidìr la notte;
poi sul collo recando i sacri arnesi1
che prima ritrovàr2 Cerere, e Pale3,
va col bue lento innanzi al campo, e scuote
lungo il picciol sentier da’ curvi rami
il rugiadoso umor4 che, quasi gemma,
i nascenti5 del Sol raggi rifrange.
Allora sorge il Fabbro, e la sonante
officina riapre, e all’opre torna
l’altro dì non perfette, o se di chiave
ardua e ferrati ingegni all’inquieto
ricco l’arche assecura, o se d’argento
e d’oro incider vuol giojelli e vasi6
per ornamento a nuove spose o a mense.
Ma che?7 Tu inorridisci, e mostri in capo,
qual istrice pungente, irti i capegli
al suon di mie parole? Ah non è questo,
Signore, il tuo mattin. Tu col cadente
sol non sedesti a parca mensa, e al lume
dell’incerto crepuscolo non gisti8
ieri a corcarti in male agiate piume,
come dannato è a far l’umile vulgo.
A voi9 celeste prole, a voi concilio
di Semidei10 terreni altro concesse
Giove benigno: e con altr’arti e leggi
per novo calle11 a me convien guidarvi.
Tu tra le veglie, e le canore scene,
e il patetico gioco oltre più assai
producesti la notte; e stanco alfine
in aureo cocchio, col fragor di calde
precipitose rote, e il calpestìo
di volanti corsier, lunge agitasti
il queto aere notturno, e le tenèbre
con fiaccole superbe12 intorno apristi,
siccome allor che il Siculo terreno
dall’uno all’altro mar rimbombar feo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
le tede de le Furie anguicrinite13.
Così tornasti a la magion; ma quivi
a novi studj ti attendea la mensa
cui ricoprien pruriginosi cibi
e licor lieti di Francesi colli,
o d’Ispani, o di Toschi, o l’Ongarese14
bottiglia a cui di verde edera Bacco
concedette corona; e disse: siedi
de le mense reina. Alfine il Sonno
ti sprimacciò15 le morbide coltrici
di propria mano, ove, te accolto16, il fido
servo calò le seriche cortine17:
e a te soavemente i lumi chiuse
il gallo che li suole aprire altrui18.
[…]
Ma già il ben pettinato entrar di novo
tuo damigello i’ veggo; egli a te chiede
quale oggi più de le bevande usate
sorbir ti piaccia in preziosa tazza:
indiche19 merci son tazze e bevande;
scegli qual più desii. S’oggi ti giova
porger dolci allo stomaco fomenti,
sì che con legge il natural calore
v’arda temprato, e al digerir ti vaglia,
scegli ’l brun cioccolatte, onde tributo
ti dà il Guatimalese e il Caribbèo20
c’ha di barbare penne avvolto il crine:
ma se nojosa ipocondrìa21 t’opprime,
o troppo intorno a le vezzose membra
adipe cresce22, de’ tuoi labbri onora
la nettarea bevanda23 ove abbronzato
fuma, ed arde il legume a te d’Aleppo
giunto, e da Moca24 che di mille navi
popolata mai sempre insuperbisce.
Certo fu d’uopo, che dal prisco seggio
uscisse un Regno, e con ardite vele
fra straniere procelle e novi mostri
e teme e rischi ed inumane fami
superasse i confin, per lunga etade
inviolati ancora25: e ben fu dritto26
se Cortes, e Pizzarro27 umano sangue
non istimàr quel ch’oltre l’Oceàno
scorrea le umane membra, onde tonando
e fulminando, alfin spietatamente
balzaron giù da’ loro aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi,
poiché nuove così venner delizie,
o gemma degli eroi28, al tuo palato.

 

Metro: endecasillabi sciolti.

UNA NATURA ARCADICA IDEALIZZATA L’inizio del testo è caratterizzato dai consueti tratti idilliaci. In questa scena convergono due elementi tipici del Settecento italiano: il gusto arcadico per le descrizioni campestri e lidealizzazione illuminista di modi di vita più vicini allo stato di natura. Parini propone una positiva coincidenza tra i ritmi della natura e i ritmi di vita dei contadini opposta alla vita sregolata e oziosa del «giovin signore». Basterà dare un’occhiata agli aggettivi con cui il quadro viene descritto: l’aggettivo lieti relativo agli elementi del paesaggio; buon e fedel riferiti al contadino e a sua moglie, volti a nobilitare il saldo rapporto matrimoniale, contrapposto al comportamento di quei cicisbeiche si accompagnano a una donna sposata; per finire gli arnesi del lavoro sono definiti sacri.

DALL’IPERBOLE AL RIDICOLO Il quadro comincia a offuscarsi non appena la descrizione passa dal contadino all’artigiano, che soffre la vita in città, ma la cui figura è comunque nobilitata dalla fatica del lavoro, contrapposta alla pigrizia e all’ozio del «giovin signore». Questa anticlimax termina con l’entrata in scena del «giovin signore», che fin dalle prime battute viene descritto con termini iperbolicamente negativi (innoridisci, istrice, irti). L’ironia continua ai versi successivi, dove gli aristocratici vengono paragonati agli dèi della mitologia classica (celeste prole, concilio di Semidei).
La tensione iperbolica diventa sempre più alta: il carro con cui il giovane semina il panico per le vie di Milano viene paragonato al carro del Sole, i colli sembrano esistere al solo scopo di fornirgli i vini migliori, ed è il dio del Sonno in persona che viene a sprimacciare i suoi cuscini; fino all’immagine finale: i terribili massacri dei conquistadores spagnoli sono giustificati solo perché consentono al «giovin signore» di far colazione bevendo cioccolata. Il gioco di specchi è evidente: la sproporzione tra la reale natura del nobile (pigro, ignorante e fatuo) e le peculiarità quasi divine che il precettore gli attribuisce servono solo a metterlo in ridicolo, denunciandone la vita parassitaria.

GLI ARTIFICI DELLA PARODIA Per quanto riguarda lo stile, troviamo qui alcuni caratteri formali che sono tipici di tutto il poemetto, e il principale è questo: analogamente a ciò che accade nella dedica Alla Moda, il lessico e le immagini che Parini adopera sembrano più adatti a un grande racconto epico che a quell’evento ordinario e meschino che è il risveglio di un giovane aristocratico viziato.
Abbondano le personificazioni, sin dal primo verso, «Sorge il Mattino in compagnìa dell’Alba»; abbondano i riferimenti alla mitologia classica, attraverso la menzione di un gran numero di divinità, da Cerere e Pale a Pluto; abbondano le perifrasi, elaborate e coltissime, come quella usata per designare il vino Tokay: «l’Ongarese / bottiglia a cui di verde edera Bacco / concedette corona».
Inoltre, le parole più comuni vengono evitate a vantaggio di quelle più rare: Parini non scrive “cavalli” ma corsier, non scrive “fiaccole” ma tede. Infine alcuni termini vengono adoperati secondo il significato che hanno in latino: le opere perfette sono quelle “portate a termine” (latino perficere); «producesti la notte» vuol dire “prolungasti, portasti avanti la notte” (latino producere). Insomma, la lingua e lo stile tendono ad allestire una scena degna degli eroi dell’epica classica: di Achille e di Ettore. E invece, a stiracchiarsi sul letto c’è il giovane, viziato e scioperato, protagonista del Giorno. Così elevato il linguaggio, così “terra terra” il soggetto rappresentato: da questa sproporzione nasce l’effetto parodico che rende questi versi divertenti.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 L’incipit del Giorno è animato da molti personaggi: individuali e descrivili brevemente.

ANALIZZARE

2 Individua gli enjambements presenti nel brano. Quale funzione ti sembra possano avere?

3 Sottolinea gli elementi paesaggistici presenti nel brano.

4 Individua nel brano tutti gli elementi legati alla mitologia.

5 Riscrivi in italiano corrente i versi: «e scuote / lungo il picciol sentier da’ curvi rami / il rugiadoso umor che, quasi gemma, / i nascenti del Sol raggi rifrange».

6 Trova nel brano i versi che descrivono il compito del precettore.

CONTESTUALIZZARE

7 Rileggi i versi:

Certo fu d’uopo, che dal prisco seggio
uscisse un Regno, e con ardite vele
fra straniere procelle e novi mostri
e teme e rischi ed inumane fami
superasse i confin, per lunga etade
inviolati ancora: e ben fu dritto
se Cortes, e Pizzarro umano sangue
non istimàr quel ch’oltre l’Oceàno
scorrea le umane membra, onde tonando
e fulminando, alfin spietatamente
balzaron giù da’ loro aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi,
poiché nuove così venner delizie,
o gemma degli eroi, al tuo palato.

Soffermati in particolare sulle espressioni «fu d’uopo» e «e ben fu dritto»: confronta la lettura della conquista dell’America data dalla voce narrante con una visione più attuale e storicamente fondata.

INTERPRETARE

8 Prova a riscrivere – anche sinteticamente – dieci versi del brano a tua scelta uscendo dalla logica antifrastica e ironica di Parini e scegliendo il punto di vista di un educatore contemporaneo.

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  1. sacri arnesi: da notare l’uso dell’aggettivo sacro, che da un lato indica l’origine divina degli attrezzi (dono delle dee), dall’altro sta a significare la sacralità del lavoro umano.

    Il Mattino sorge insieme all’Alba prima del (innanzi al) Sole, che solo in seguito (di poi) appare nella sua grandezza nel punto più lontano dell’orizzonte per allietare (render lieti) gli animali, le piante, i campi e i fiumi (l’onde). Allora si alza (sorge) il contadino operoso (buon villan) dal caro letto, che la moglie fedele e i figli piccoletti (minori) gli hanno scaldato durante la notte; poi, portando (recando) sul collo i sacri attrezzi del lavoro (arnesi), che per prime inventarono (ritrovàr) Cerere e Pale, va al campo con il bue, che lo precede camminando lentamente (lento innanzi), e lungo il piccolo sentiero scuote dai rami curvi le gocce di rugiada (rugiadoso umor) che, come gemme, rifrangono i raggi del Sole che sta sorgendo (nascenti).
  2. ritrovàr: forma apocopata per “ritrovarono”.
  3. Cerere … Pale: Cerere e Pale sono, rispettivamente, la dea dell’agricoltura e la dea della pastorizia.
  4. *Umor
    Umore è una parola che torna spesso in Parini. È presente nel sonetto sulla nascita, dove il «maschio umor» è perifrasi per “sperma”, e nell’ode La salubrità dell’aria, dove Parini parla, con una perifrasi ancora più preziosa, di «umor fracidi e rei» (che non sono altro se non escrementi e urina). Qui il «rugiadoso umor» è un modo raffinato per indicare la rugiada. Nei vari contesti, umore, dal latino humor (a sua volta dal verbo humere, “essere umido”), ha sempre il significato di “secrezione”, ed è una parola che ha una lunga storia alle spalle. Il medico greco Galeno (II secolo d.C.), infatti, aveva sostenuto una teoria secondo cui l’organismo umano è governato da quattro fluidi che, affinché la salute si conservi, devono equilibrarsi a vicenda: il sangue, la flemma, la bile gialla e la bile nera (chiamata anche atrabile o umore nero). Oggi non crediamo più, naturalmente, alla teoria di Galeno; essa però continua a essere presente nel nostro linguaggio: infatti parliamo ancora di “un tipo flemmatico” (per qualcuno che se la prende con comodo), di un “temperamento sanguigno” (per chi è vitale e focoso), e soprattutto diciamo in continuazione “essere di cattivo umore / di buon umore” o, appunto (in riferimento all’atrabile o bile nera), “di umore nero”.
  5. nascenti: si riferisce a raggi: sono i primi raggi del Sole, all’alba (ipallage).
  6. giojelli e vasi: alle spose sono ovviamente destinati i giojelli, mentre i vasi verranno sistemati sulle tavole.

    Allora si alza (sorge) il Fabbro e riapre la sua rumorosa (sonante) officina, e riprende (torna) i lavori (opre) che il giorno precedente (l’altro dì) non ha portato a termine (non perfette): sia che si tratti (o se) di rendere più sicuri (assecura) i forzieri (arche) di un ricco timoroso (inquieto, perché ha paura di essere rapinato) con una chiave complicata (ardua, e quindi difficile da duplicare) e con congegni di ferro (ferrati ingegni), sia che (o se) voglia incidere con oro e argento gioielli e vasi che andranno poi ad abbellire spose novelle (nuove) o tavole imbandite (mense).
  7. Ma che?: la scena agreste che, con tratti decisamente idilliaci, il precettore va dipingendo viene bruscamente interrotta. L’attenzione ritorna sul «giovin signore», protagonista del Giorno, che resta inorridito di fronte a queste scene di vita onesta e operosa.

    Ma che? Tu (o «giovin signore») inorridisci al suono delle mie parole, e ti si rizzano i capelli («mostri in capo irti i capegli») come gli aculei di un istrice? Il tuo mattino, signore, non è questo. Tu, al calar della sera (col cadente / sol), non ti sei seduto a una tavola poveramente imbandita (parca mensa), e ieri non sei andato a dormire («non gisti […] / a corcarti»), alla luce fioca del crepuscolo (incerto crepuscolo), in un letto scomodo («male agiate piume»), come l’umile popolo (vulgo) è condannato a fare.
  8. non è questo … non sedesti … non gisti: il poeta “apparecchia la scena” in cui descriverà i costumi del «giovin signore», e lo fa con una triplice ripresa che dice come non è la sua vita: lui non si sveglia come fanno le persone che lavorano, non mangia poveramente e non si corica presto. Il ritratto del «giovin signore» è costruito sapientemente: prima il poeta descrive la norma, le abitudini della larghissima maggioranza della popolazione; poi, per contrasto, quelle del viziato aristocratico che è protagonista del Giorno. Usando la terminologia del cinema, potremmo dire che fino al v. 52 Parini usa il grandangolo, e riprende lo scenario amplissimo della campagna e dei suoi abitanti, mentre dal v. 53 in poi usa lo zoom, e passa al primo piano: il nostro “eroe” entra in scena.
  9. voi: Parini passa dal tu al voi, segno che ora sta allargando la sua prospettiva satirica alla classe nobiliare nel suo intero.

    A voi, figli del cielo (celeste prole, e cioè quasi divina), a voi nobile compagnia (concilio) di terrestri Semidei, il benigno Giove ha concesso ben altro: e a me tocca (convien) farvi da guida (guidarvi) per una strada nuova (novo calle), con altri espedienti (arti) e altre regole (leggi).
  10. celeste … Semidei: i nobili vengono ironicamente descritti come divinità, figli di divinità (celeste prole) per i quali non valgono le regole che governano la vita dei comuni mortali (l’umile vulgo).
  11. *​​​​​​Calle

    ​​​​​​Si chiamano “poetismi” quei termini che – per le loro risonanze auliche, colte e letterarie – vengono adoperati quasi esclusivamente in poesia. Per esempio in prosa, anche in quella antica, non si scrive speme, ma si scrive speranza: speme è appunto un termine che si usa nei versi, un poetismo. Calle (al posto di “strada”, “cammino”) è un caso analogo: molto raro in prosa, lo si trova spessissimo in poesia, da Dante (nella celeberrima profezia in Paradiso, XVII, 58-60: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale») fino a tutto l’Ottocento (quando un poeta, Giuseppe Carletti, chiamerà addirittura ferreo calle la ferrovia che collega Roma a Frascati!). Ma, al di fuori dei confini della poesia, il termine è andato poi specializzandosi in una particolare area geografica italiana, e ancor oggi si chiamano calli le strade di Venezia e di alcune altre città venete.
  12. fiaccole superbe: le fiaccole sono dette superbe perché collocate nella parte superiore della carrozza e perché sono simbolo della ricchezza e dello status aristocratico del «giovin signore».



    Tu hai prolungato (producesti) la notte ben al di là («oltre più assai») del tramonto, tra le veglie, il teatro d’opera (canore scene) e l’emozionante (patetico) gioco d’azzardo; e infine stanco, su una carrozza dorata (aureo cocchio), per lungo tratto (lunge) hai turbato (agitasti) la tranquilla aria della notte («queto aere notturno») con il fragore delle ruote (rote) infuocate per la corsa (calde precipitose) e il calpestio di velocissimi cavalli (volanti corsier), e hai squarciato (apristi) le tenebre attorno a te (intorno) con fiaccole superbe. Così come accadde quando Plutone (Pluto) fece (feo) rimbombare la terra di Sicilia da una parte all’altra (dall’uno all’altro mar, e cioè dal Tirreno allo Ionio) con il carro davanti al quale (innanzi a cui) splendevano le fiaccole (tede) delle Furie, che hanno serpenti al posto dei capelli (anguicrinite).
  13. siccome … anguicrinite: il riferimento è al mito di Proserpina, figlia di Cerere, che venne rapita da Plutone, dio degli Inferi, il quale ne fece la propria sposa. Secondo il mito, Proserpina si trovava in Sicilia, e Plutone uscì con il proprio carro dal cratere dell’Etna.
  14. Ongarese: il vino ungherese, con riferimento al vino Tokay.



    In questo modo sei tornato al tuo palazzo (magion); e qui gradite occupazioni (studj) ti attendevano alla tua tavola (mensa), che (cui) era ricoperta da cibi stuzzicanti (pruriginosi) e vini inebrianti (licor lieti) di colli francesi, spagnoli, toscani, o la bottiglia ungherese (Ongarese) a cui Bacco concesse la palma (corona, di miglior vino) di edera verde e disse: prendi posto (siedi) come regina (reina) delle mense. Infine il Sonno, con le sue stesse mani («di propria mano»), ti sistemò (sprimacciò) il morbido materasso (morbide coltrici), sul quale (ove), una volta che ti ci fosti disteso sopra (te accolto), il servo fedele (fido) fece scendere (calò) le tende di seta (seriche cortine): e ti chiuse dolcemente (soavemente) gli occhi (lumi) il gallo, che è solito (suole) aprirli agli altri (altrui).
  15. sprimacciò: sistemò; il termine indica l’azione di scuotere e battere i cuscini e i materassi per renderli uniformemente soffici e comodi.
  16. te accolto: costruzione modellata sull’ablativo assoluto latino.
  17. seriche cortine: tende di seta; si fa riferimento a un letto a baldacchino come quelli che si trovavano nelle abitazioni aristocratiche dell’epoca.
  18. e a te … altrui: il canto del gallo, che segnala l’inizio della giornata dei comuni mortali, indica invece la fine di quella del «giovin signore».
  19. indiche: l’India sta qui a significare, più genericamente, l’Oriente.



    Ma già vedo (veggo) entrare nuovamente (di novo) il tuo servitore (damigello) ben pettinato; egli ti chiede quale, fra le bevande che sei solito bere (usate), tu preferisca prendere oggi («oggi più sorbir di piaccia») in una tazza preziosa: tazze e bevande provengono entrambe dall’Oriente (indiche merci); scegli quella che più desideri (desii). Se oggi ti fa piacere (ti giova) offrire (porger) allo stomaco dolci bevande calde (fomenti), così che il calore naturale lo riscaldi (v’arda), regolato (temprato) con giusta misura (con legge), e ti aiuti (ti vaglia) nella digestione, scegli la scura cioccolata (brun cioccolatte), che (onde) ti offrono come tributo gli abitanti del Guatemala (Guatimalese) e dei Caraibi (Caribbèo), che hanno, come i barbari, i capelli (crine) avvolti di penne:
  20. Guatimalese … Caribbèo: il cioccolato fu introdotto in Europa nel Cinquecento (in un primo tempo soltanto come bevanda), dopo che i conquistadores spagnoli ebbero portato in Spagna i semi del cacao: le piantagioni più estese si trovavano (e si trovano ancora) nell’America del Sud e in Centroamerica (la regione, per l’appunto, del Guatemala e delle isole dei Caraibi).
  21. ipocondrìa: è una malattia di gran moda nel Settecento; non si tratta, come oggi, del disturbo di chi crede di essere malato senza esserlo veramente, ma indica un malessere legato a disturbi digestivi.



    se invece ti senti oppresso da una fastidiosa indisposizione (nojosa ipocondrìa), o troppo grasso (adipe) si accumula (cresce) attorno alle membra aggraziate (vezzose), fai con le tua labbra onore alla divina (nettarea) bevanda nella quale (ove) tostato (abbronzato) fuma e arde il seme (legume) giunto per te da Aleppo e dalla città di Moca, che va fiera (insuperbisce) delle mille navi che sempre (mai sempre) popolano il suo porto.
  22. *«Troppo intorno a le vezzose membra / adipe cresce»

    Verso celebre, anche per la sua costruzione sintattica un po’ lambiccata: troppo va infatti collegato ad adipe: “troppo grasso si accumula attorno alle membra aggraziate”. Si tratta di una costruzione sintattica molto diffusa nella poesia settecentesca, e particolarmente in Parini e Alfieri: il complemento (qui a le vezzose membra) s’incastra tra l’aggettivo attributivo (qui troppo) e il nome a cui si riferisce (qui adipe); i casi analoghi sono, per esempio: «e le gravi per molto adipe dame» (sempre Parini), «su la d’olivo inghirlandata prora» (Fantoni: qui, addirittura, a essere separato dal sostantivo cui si riferisce non è l’aggettivo, ma l’articolo: la). Come ha osservato il linguista Bruno Migliorini, «le rudi trasposizioni [sintattiche] dell’Alfieri colpivano lettori e ascoltatori: prova ne sia quel verso parodistico che un bello spirito coniò nel teatro dei Dilettanti a Roma, una sera di scarso concorso: “Oh poca quanto nel teatro gente!”».
  23. nettarea bevanda: la bevanda che il precettore propone come alternativa alla cioccolata è il caffè, forse la bevanda allora più in voga, della quale si vantano proprietà dimagranti e stimolanti (per questo è prescritto contro l’ipocondrìa). Il caffè viene definito “divino” (nettarea, da “nettare”, mitica bevanda degli dèi) appunto perché di gran moda tra le classi abbienti, e anche perché ironicamente “nobilitato” dal fatto che il «giovin signore» si degna di berlo, anzi, anche solo di intingervi le labbra («de’ tuoi labbri onora»).
  24. Aleppo … Moca: si tratta di due porti, all’epoca famosi per il commercio di merci esotiche (fra cui il caffè): il primo si trova in Siria, il secondo nella penisola araba (è l’attuale Mokha, nello Yemen).
  25. dal prisco … ancora: il riferimento è chiaramente al Regno di Spagna, che finanziò l’impresa di Cristoforo Colombo, il quale, dopo aver superato lo stretto di Gibilterra (le mitiche Colonne d’Ercole che, secondo gli antichi, segnavano i confini del mondo abitato), navigando verso ovest scoprì l’America (da dove arrivarono la cioccolata e il caffè).



    Fu certo necessario (duopo) che un Regno uscisse dalla sua sede tradizionale (prisco seggio) e con navi coraggiose (ardite vele), fra tempeste in mari sconosciuti (straniere procelle), mostruosità mai viste prima (novi mostri), paure (teme), rischi e privazioni (fami) disumane, superasse i confini del mondo, da lungo tempo («per lunga etade») ancora inviolati; e fu proprio giusto (dritto) che Cortés e Pizarro non considerassero (non istimàr) umano il sangue che scorreva nelle membra degli uomini che vivevano al di là dell’Oceano, così che (onde), con i tuoni (tonando) e con i lampi (fulminando) delle loro armi da fuoco, alla fine rovesciarono (balzaron giù) spietatamente dai loro troni ereditari (aviti) i re del Messico e i nobili (generosi) Incas (Incassi), affinché nuove delizie giungessero (venner) al tuo palato, o gemma degli eroi.
  26. ben fu dritto: il tono è ovviamente ironico: agli occhi del «giovin signore» la scoperta dell’America è stata importante soprattutto perché gli permette, adesso, di bere cioccolata e caffè; e pazienza se per avere queste delizie è stato necessario sterminare intere popolazioni. Allo stesso modo è ironica l’affermazione secondo cui «Certo fu d’uopo» (latino opus, “necessario”) che il Regno di Spagna uscisse dai suoi antichi confini. La solennità e la perentorietà del tono, sostenuto anche dai latinismi (uopo, prisco), stride con la piccolezza delle preoccupazioni del «giovin signore».
  27. Cortes … Pizzarro: Hernán Cortés (1485-1547) e Francisco Pizarro (1475-1541) sono i più noti e sanguinari condottieri che guidarono la conquista spagnola dell’America centro-meridionale, sterminando le popolazioni indigene. Il primo conquistò il Messico (1518-1520), il secondo il Perù (1531-1532).
  28. o gemma degli eroi: o tu, il più brillante degli eroi (detto sempre ironicamente).