Giacomo Leopardi

Zibaldone di pensieri

Il ruolo della donna nella società ottocentesca: madre o monaca

Lo Zibaldone non è solo un diario personale. Leopardi non parla soltanto di sé, delle sue esperienze e letture: è anche un’eccezionale osservatore di ciò che gli sta intorno. E "intorno", Leopardi aveva una società che, tra l’altro, costringeva le donne al ruolo di madri o a quello di monache. 

Giovanette di 15 o poco più anni che non hanno ancora incominciato a vivere, né sanno che sia vita, si chiudono in un monastero, professano1 un metodo, una regola di esistenza, il cui unico scopo diretto e immediato si è d’impedire la vita. E questo è ciò che si procaccia2 con tutti i mezzi. Clausura strettissima, fenestre disposte in modo che non se ne possa vedere persona, a costo della perdita dell’aria e della luce, che sono le sostanze più vitali all’uomo, e che servono anche, e sono necessarie alla comodità giornaliera delle sue azioni, e di cui gode liberamente tutta la natura, tutti gli animali, le piante, e i sassi. Macerazioni,3 perdite di sonno, digiuni, silenzio: tutte cose che unite insieme nocciono alla salute, cioè al ben essere, cioè alla perfezione dell’esistenza, cioè sono contrarie alla vita. Oltreché escludendo assolutamente l’attività, escludono la vita, poiché il moto e l’attività è ciò che distingue il vivo dal morto: e la vita consiste nell’azione; laddove lo scopo diretto della vita monastica anacoretica4 ec. è l’inazione,5 e il guardarsi dal fare, l’impedirsi di fare. Così che la monaca o il monaco quando fanno professione,6 dicono espressamente7 questo: io non ho ancora vissuto, l’infelicità non mi ha stancato né scoraggito8 della vita; la natura mi chiama a vivere, come fa a tutti gli esseri creati o possibili: né solo la natura mia, ma la natura generale delle cose, l’assoluta idea e forma dell’esistenza. Io però conoscendo che il vivere pone in grandi pericoli di peccare, ed è per conseguenza pericolosissimo per se stesso, e quindi per se stesso cattivo [...], son risoluto di non vivere, di fare che ciò che la natura ha fatto, non sia fatto, cioè che l’esistenza ch’ella mi ha dato, sia fatta inutile, e resa (per quanto è possibile) nonesistenza. S’io non vivessi, o non fossi nato, sarebbe meglio in quanto a questa vita presente, perché non sarei in pericolo di peccare, e quindi libero da questo male assoluto: s’io mi potessi ammazzare sarebbe parimente meglio, e condurrebbe allo stesso fine; ma poiché non ho potuto a meno di nascere, e la mia legge mi comanda di fuggir la vita, e nel tempo stesso mi vieta di terminarla, ponendo la morte volontaria fra gli altri peccati per cui la vita è pericolosa, resta che (fra tante contraddizioni) io scelga il partito9 ch’è in poter mio, e l’unico degno del savio,10 cioè schivare quanto io posso la vita, contraddire e render vana quanto posso la nascita mia, insomma esistendo annullare quanto è possibile l’esistenza, privandola di tutto ciò che la distingue dal suo contrario11 e la caratterizza, e soprattutto dell’azione che per una parte è il primo scopo e carattere ed uffizio12 ed uso dell’esistenza, per l’altra è ciò che v’ha in lei di più pericoloso in ordine al peccare. E se con ciò nuocerò al mio ben essere, e mi abbrevierò l’esistenza, non importa; perché lo scopo di essa non dev’esser altro che fuggir se medesima, come pericolosa [...].


(2 febbraio 1822)

LA MONACAZIONE COME DISPOSITIVO SOCIALE "CONTRO LA VITA Nulla, forse, negli ultimi due secoli, è cambiato tanto quanto le condizioni di vita delle ragazze e delle donne. Al tempo di Leopardi era normale che soprattutto le figlie delle famiglie benestanti venissero messe in convento quand’erano ancora molto giovani, naturalmente senza che venisse chiesto il loro parere: lo si faceva soprattutto per non frammentare il patrimonio familiare. Le condizioni di vita nei conventi erano assai più rigide di quanto non siano oggi: e in questa pagina Leopardi riflette amaramente sia sulla durezza dello stato monacale sia, soprattutto, sulla contraddizione tra un’esistenza che nasce – quella della «giovanetta di 15 o poco più anni» – e la non-esistenza alla quale subito la si condanna attraverso «macerazioni, perdite di sonno, digiuni, silenzio»: tutte pratiche che hanno lo scopo di togliere a queste fanciulle ogni tentazione, ogni possibilità di peccare, ma che finiscono per togliere a esse anche qualsiasi desiderio o gusto per la vita. E a questo corrisponde, secondo Leopardi, la monacazione delle fanciulle: a un innaturale, atroce dispositivo sociale “contro la vita”.

LA CONDANNA MANZONIANA: I PROMESSI SPOSI E LA MONACA DI MONZA Leopardi scrisse questo pensiero nel 1822. È interessante osservare che pochissimi anni dopo, nei Promessi sposi, Manzoni racconta una storia che ruota appunto attorno a una monacazione sbagliata, cioè al tragico destino di Gertrude, la «monaca di Monza», che il padre aveva deciso di mandare in convento quando «era ancor nascosta nel ventre della madre», cioè quando non era ancora nata. Leopardi parla del primo Ottocento, Manzoni parla del primo Seicento, ma è evidente che le cose, in due secoli, non erano affatto cambiate; né cambia il giudizio dei due autori, dato che su questo punto le considerazioni dell’ateo Leopardi e del cattolico Manzoni coincidono – tutti e due trovano barbaro l’uso di chiudere in convento chi per il convento non ha alcuna vocazione, ed è privato della libertà di decidere sulla sua vita:

 [Gertrude] era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua presenza.1 Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro,2 e che fosse stato portato da una santa d’alti natali,3 la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: – bello eh? – Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de’ maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l’aspetto prosperoso4 della fanciullina, pareva che non trovasser modo d’esprimer bene la loro idea, se non con le parole: - che madre badessa!5 - Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentemente,6 in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva7 a qualche atto un po’ arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava molto facilmente, – tu sei una ragazzina, – le si diceva: – queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso –.8 Qualche altra volta il principe, riprendendola di cert’altre maniere troppo libere e famigliari alle quali essa trascorreva con uguale facilità, – ehi! ehi! – le diceva; – non è questo il fare d’una par tua:se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te:10 ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il sangue si porta per tutto dove si va.

Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l’idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l’altre insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d’un padrone austero; ma quando si trattava dello stato futuro de’ suoi figli, dal suo volto e da ogni sua parola traspariva un’immobilità di risoluzione, una ombrosa11 gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d’una necessità fatale.

1. la sua presenza: la sua esistenza.
2. chiostro: il cortile interno di un convento, e, per sineddoche, il convento stesso.
3. d’alti natali: di nascita nobile.
4. prosperoso: prospero, sano.
5. madre badessa: la madre superiora che è a capo di un convento.
6. incidentemente: per inciso, solo per accenni.
7. trascorreva: si lasciava andare.
8. farai alto e basso: farai tutto ciò che vorrai (oggi diremmo “il buono e il cattivo tempo”).
9. il fare d’una par tua: l’atteggiamento adatto a una persona del tuo rango.
10. a star sopra di te: a dominare te stessa.
11. ombrosa: cupa, irritabile.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cosa intende Leopardi con la parola nonesistenza?



2. Che cosa è “naturale”, invece, per gli uomini in generale, e per i giovani e i bambini in particolare?



ANALIZZARE


3. Leopardi in questo brano usa il corsivo: quali parole marca in questo modo? Perché?



4. Come si segna, anche oggi, il corsivo, nella scrittura a mano?



CONTESTUALIZZARE


5. In quali opere di Leopardi ci sono giovinette che possono simboleggiare la vita attiva e spensierata? Riassumi e descrivi tali figure.



Stampa
\r
    \r
  1. professano: osservano solennemente.
  2. \r
  3. si procaccia: si cerca di fare.
  4. \r
  5. Macerazioni: sacrifici, penitenze.
  6. \r
  7. anacoretica: solitaria.
  8. \r
  9. inazione: inattività.
  10. \r
  11. fanno professione: pronunciano i voti.
  12. \r
  13. espressamente: chiaramente.
  14. \r
  15. scoraggito: scoraggiato, sfiduciato.
  16. \r
  17. partito: possibilità, soluzione.
  18. \r
  19. savio: persona saggia.
  20. \r
  21. dal suo contrario: dalla non-esistenza di cui Leopardi ha detto sopra.
  22. \r
  23. uffizio: compito.
  24. \r
\r