Dante Alighieri

Lettere

Il titolo, i sensi e il genere della Commedia

Dalla lettera a Cangrande riproduciamo la salutatio (“saluto”) iniziale, i paragrafi 3 (dedica), 7-8 (i due sensi della Commedia) e 10 (il titolo e il genere della Commedia).

Al Magnifico e vittorioso Signore messer Cangrande della Scala, vicario generale del sacratissimo Principato Cesareo1 nella città di Verona e sul popolo di Vicenza, il suo devotissimo Dante Alighieri, fiorentino per nascita, ma non per costumi2, augura una lunga vita felice e una perpetua crescita del nome glorioso.

[3] Considerando la vostra amicizia un tesoro carissimo, desidero conservarla con diligente prudenza e accurata sollecitudine. Quindi, poiché fra i dogmi della morale si insegna che l’amicizia deve essere pareggiata e mantenuta con un equivalente, mi propongo di mantenere l’equivalenza per contraccambiare i benefici ricevuti non una sola volta3; e perciò spesso considerai attentamente i miei piccoli doni e li separai gli uni dagli altri, e poi riconsiderai quelli che non avevo escluso, cercando di capire quale fosse più degno di voi e più apprezzato. E non ho trovato nulla di più adatto alla vostra grandezza della sublime cantica della Commedia che si intitola Paradiso: che, offerta con questa lettera, come un epigramma di dedica, vi attribuisco, offro, e anche raccomando. [...]
[7] Per rendere esplicito ciò che diremo, bisogna sapere che quest’opera non ha un solo significato, ma può essere detta polisemica, cioè portatrice di molti significati; infatti il primo significato si evince dalla lettera, un altro si ha dal senso che si vuol dare alla lettera. E il primo significato si dice letterale, il secondo allegorico, o morale o anagogico. I modi di trattare un argomento possono essere considerati, per maggior chiarezza, in questi versetti4: «Nell’esodo di Israele dall’Egitto, cioè della stirpe di Giacobbe da un popolo barbaro, la Giudea fu consacrata a Dio e Israele fu suo dominio». Infatti, se guardiamo alla sola lettera, intendiamo l’uscita dei figli di Israele dall’Egitto, al tempo di Mosè; se guardiamo all’allegoria, intendiamo la nostra salvezza realizzata da Cristo; se guardiamo al significato morale, intendiamo la conversione dell’anima dal lutto e dalla miseria del peccato allo stato di grazia; se guardiamo al senso anagogico, intendiamo l’uscita dell’anima sanata dalla servitù di questa corruzione all’eterna libertà della gloria. E sebbene questi significati mistici siano chiamati con vari termini, tutti possono essere detti in generale allegorici, perché sono diversi dai letterali, o storici. Infatti allegoria deriva da alleon, greco, che in latino si dice “alieno” o “diverso”.
[8] Ciò detto, è evidente che deve essere duplice un soggetto intorno al quale crescono significati alterni. E perciò bisognerà esaminare il soggetto di quest’opera come risulta dalla lettera; e quindi considerarlo come si evince dall’allegoria. E pertanto il soggetto di tutta l’opera, limitatamente alla lettera, è semplicemente lo stato delle anime dopo la morte; infatti tutta l’opera procede trattandolo e circoscrivendolo. Se invece si considera l’opera dal punto di vista dell’allegoria, il soggetto è l’uomo, in quanto, con meriti e demeriti, per la libertà di arbitrio, è esposto alla giustizia che premia e punisce. [...]
[10] Il titolo del libro è: Comincia la Commedia di Dante Alighieri, per nascita ma non per costumi fiorentino; per la cui spiegazione bisogna sapere che comedìa deriva da comos, villa, e oda, cioè canto, onde comedìa quasi “canto villano”. E la commedia è un genere di narrazione poetica diversa da tutte le altre. È diversa dalla tragedia in ciò, poiché la tragedia in principio è meravigliosa e serena e in fine, cioè nella conclusione, ripugnante e orribile; e perciò trae il nome da tragos, che significa caprone, e oda, ossia “canto del caprone”, cioè fetido come il caprone, come si evince dalle tragedie di Seneca5. La commedia, in verità, inizia con una situazione avversa ma termina la sua materia con esito lieto: come appare nelle commedia di Terenzio6. E perciò alcuni dettatori7, nei loro saluti, avevano l’abitudine di usare la formula: “tragico inizio e fine comica”. Così anche si differenziano nel linguaggio: alto e sublime nella tragedia, dimesso e umile nella commedia, come vuole Orazio, nella sua Poetica, dove ammette che, talora i comici parlino come i poeti tragici e viceversa:


Ma qualche volta anche la commedia alza la voce e un Cremete irato litiga con un ampolloso lingiaggio, mentre, nella tragedia, Telefo e Peleo piangono con linguaggio banale etc.


E perciò si dimostra perché quest’opera si chiama Commedia. Se consideriamo la materia, in principio è fetida e orribile, poiché tratta dell’Inferno, in fine lieta, desiderabile e gradita, poiché tratta del Paradiso; per quel che concerne il linguaggio, è dimesso e umile poiché è la lingua volgare, con cui comunicano anche le donnette. E così sono chiare le ragioni per cui si chiama Commedia.

IL DONO A CANGRANDE Poco prima della sua morte, in un anno compreso tra il 1317 e il 1319, Dante (anche se dobbiamo ricordare che l’attribuzione a lui non è sicura) offre a Cangrande della Scala, che lo ha generosamente ospitato a Verona, la terza cantica della Commedia, il Paradiso. Il tono dell’offerta è solenne: in questo esordio, Dante è largo di ringraziamenti e di elogi nei confronti del suo dedicatario, e mette grande cura nella scelta dei vocaboli e nella costruzione dei periodi (la cosa è evidente se si legge il testo nell’originale latino: si veda almeno la costruzione a chiasmo in «providentia diligenti et accurata solicitudine», qui tradotta “con diligente prudenza e accurata sollecitudine”). 

I “QUATTRO SENSI” DIVENTANO DUE Conclusa la dedica, Dante entra nel merito e distingue il significato letterale dell’opera da quello allegorico «o morale o anagogico», e per farsi comprendere dal suo lettore cita un brano della Bibbia, cioè dell’opera alla quale si applicava comunemente il criterio interpretativo dei “quattro sensi”: letterale, allegorico, morale, anagogico. Adoperandolo in riferimento alla Commedia, Dante semplifica questo criterio, risolvendolo in un’opposizione tra senso letterale e senso allegorico: «questi significati mistici [...] tutti possono essere detti in generale allegorici, perché sono diversi dai letterali». Resta comunque il fatto che, trattando di un’esperienza soprannaturale, il viaggio nell’aldilà, Dante prende come modello non l’opera di un autore classico, come Virgilio o Lucano, ma la Bibbia: il lettore della Commedia dev’essere pronto a uno sforzo interpretativo paragonabile a quello che devono fare gli esegeti delle Sacre Scritture. 

PERCHÉ COMMEDIA Il paragone con il più importante dei libri, la Bibbia, è bilanciato da una definizione del genere “umile” a cui il poema appartiene. La commedia, scrive Dante, si distingue da tutti gli altri generi letterari innanzitutto perché ha una caratteristica traiettoria narrativa: inizia male ma si conclude felicemente; e poi perché adotta un linguaggio «dimesso e umile». Entrambe le caratteristiche sono presenti nel poema dantesco: per quanto riguarda la prima caratteristica, la traiettoria narrativa, il viaggio di Dante comincia all’inferno ma finisce in paradiso; quanto al linguaggio, Dante scrive in volgare, la lingua che tutti, anche le muliercule (le “donnette”), conoscono.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

1 Chi era Cangrande della Scala? 

2 Che cosa significa anagogico? Cerca nel dizionario.

3 Come funzionava nel Medioevo il servizio postale? Leggi la voce “posta” dell’Enciclopedia Treccani online e riassumila.
 

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  1. vicario ... Cesareo: Cangrande della Scala aveva, a Verona e Vicenza, la dignità di legittimo rappresentante (vicario) dell’imperatore tedesco.
  2. non per costumi: Dante è nato a Firenze ma, polemicamente, dice di non condividere i pessimi costumi dei suoi concittadini.
  3. i benefici ... volta: Dante allude ai molti benefici che ha ricevuto da Cangrande durante il suo soggiorno a Verona.
  4. questi versetti: per far capire che cosa intenda sotto i nomi di senso letterale, allegorico, morale e anagogico, Dante cita un brano del libro dei Salmi (114,1-2).
  5. Seneca: il grande filosofo latino (4 a.C.-65 d.C.) fu anche autore di tragedie, che Dante probabilmente lesse negli anni dell’esilio.
  6. Terenzio: insieme a Plauto, il massimo commediografo latino (II secolo a.C.).
  7. dettatori: traduce il latino dictatores, che erano coloro che, nelle cancellerie, si occupavano della scrittura delle lettere ufficiali.