Eugenio Montale

Farfalla di Dinard

La casa delle due palme

Farfalla di Dinard è diviso in quattro parti che corrispondono ad altrettanti temi dominanti: i ricordi d’infanzia o di gioventù; la rievocazione di bizzarre figure di intellettuali e snob conosciuti a Firenze; animali e oggetti fissatisi nella memoria dell’autore; la rappresentazione che Montale dà di se stesso, spesso in chiave umoristica. Il racconto riportato di seguito, intitolato La casa delle due palme, è tratto dalla prima parte della Farfalla di Dinard.

Il treno stava per giungere. Fra un tunnel e l’altro,1 in un breve squarcio – un batter d’occhio se il treno era un diretto e un’eternità se si trattava di un omnibus2 o di un trenino operaio – appariva e spariva la villa,3 una pagoda giallognola e un po’ stinta, vista di sbieco, con due palme davanti, simmetriche ma non proprio eguali. Gemelle erano nell’anno di grazia 1900, quando furono piantate, poi una prese l’aire4 e crebbe più dell’altra, né mai s’era trovato un mezzo per ritardare la prima e accelerare la seconda. Quel giorno il treno era un «operaio» e la villa, benché seminascosta da costruzioni più recenti, fu visibile a lungo. Sul lato di ponente, in cima a una scaletta mascherata da una siepe di pitòsfori,5 era d’uso che qualcuno (madre o zia o cugina o nepote) agitasse un asciugamani per salutare chi giungeva e soprattutto (se dal treno si rispondeva agitando il fazzoletto) per affrettarsi a mettere in pentola i gnocchi di patate. Sei o sette minuti dopo era previsto l’arrivo del parente di turno, debitamente stanco e affamato. Cinque ore di treno e di fumo!

Quel giorno nessuno sventolò un cencio bianco dall’alto della scaletta. Federigo n’ebbe un senso di vuoto e rimise la testa dentro, prima che il trenino affrontasse l’ultima galleria.6 Poi prese la sua valigia dalla rete e si preparò con le dita sulla maniglia. La locomotiva rallentò con un lungo sibilo, al buio successe il chiaro e con uno scossone il convoglio si fermò. Federigo scese e calò a terra il suo valigiotto con qualche sforzo. La stazione era piccola e posta tra la spaccatura di due gallerie, in faccia a uno strapiombo di vigneti e di rocce. Chi proseguiva il viaggio rientrava subito nel buio.7

«Facchino? » chiese un uomo scalzo e abbronzato accostandosi all’unico viaggiatore che portasse cravatta e colletto.

«Tieni» disse Federigo consegnandogli la valigia e interrogandosi tra sé e sé «Chi è costui?», perché la faccia non gli era nuova; finché un lampo non gli illuminò il cervello ed egli aggiunse un cordiale «Oh, Gresta, come va?», affrettandosi a stringer la mano dell’uomo che si caricava del suo peso.

Era un suo amico d’infanzia, un suo compagno di caccia e di pesca non più veduto da trent’anni e dimenticato da almeno venti. Un indigeno, un figlio di contadini ammesso a frequentare i figli dell’unico vero signore del luogo, quando Federigo era o credeva di essere figlio di signori. Scesero la scala e si trovarono subito presso al mare, separati dall’onda da un muricciolo e da un sottile filare di tamerici. A sinistra di chi scendeva un altro tunnel portava al paese, invisibile; a destra si stendevano le poche case degli ex emigranti, addossate a salti di roccia e circondate da broli8 stenti. Bisognava seguir quella via, svoltare a destra in un borro9 prosciugato per giungere alla pagoda di dove nessuno – proprio nessuno – aveva sciorinato al vento un cencio bianco. S’incamminarono parlando. Federigo ritrovava in sé un dialetto che credeva di aver dimenticato; e siccome il Gresta – così chiamato per via di una cresta di capelli di cui non si scopriva ormai traccia – era rimasto eguale in tutto il resto, e non meno eguali erano rimaste la via e le abitazioni che si scorgevano intorno, quel tuffo fuori del mondo ormai abituale, quel recupero di un tempo ch’egli credeva quasi immaginario avevano veramente qualcosa di miracoloso.10 Federigo credette per un attimo d’impazzire e si rese conto di ciò che avverrebbe se la vita trascorsa si potesse «risuonare» daccapo, in edizione ne varietur e a consumazione, come un disco inciso una volta per sempre.

A riflettere meglio le varianti c’erano11 (il mancato saluto col fazzoletto, per esempio), e lo smarrimento di Federigo fu di breve durata. Il Gresta, intanto, pareva non essersene accorto. Parlava della pesca delle acciughe, del raccolto, del primo passaggio dei colombacci – incidentalmente anche del passaggio dei tedeschi12 e delle loro angherie – e anche qui la mescolanza del vecchio e del nuovo non era fatta per confermare Federigo nella prima impressione di una reversibilità dell’ordine temporale.

Una casa color salnitro, con un tentativo di bungalow al secondo piano, pareva invece ribadire la prima illusione perché ogni pietra, ogni toppa e persino il tanfo di pesce marcio e di catrame che la circondava lo tiravano pericolosamente in giù, nel pozzo delle memorie;13 ma anche in questo caso il soccorrevole Gresta si affrettò a levarlo d’imbarazzo informandolo che il signor Grazzini, lo scalzo e corpulento padrone che aveva fatto soldi inghiottendo diamanti nelle miniere del Sud-Africa, era morto da un pezzo e la proprietà era passata in altre mani. Due mesi più in là fu la volta di una casa d’affitto, tinta di sanguinaccio, da dove Federigo temette di veder emergere il non meno panciuto signor Cardelli molto stimato in paese benché avesse ucciso la prima moglie con una pedata nel ventre. Timore vano, perché di Cardelli non c’era più l’ombra in tutto il circondario.

E l’avvocato Lamponi che aveva indotto al suicidio il fratello minore per riscuotere la sua assicurazione sulla vita? (Uno chalet appuntito, verde bottiglia.) E il cav. Frissi che aveva incendiato più volte il suo negozio vuoto a Montevideo, per riempirsi le tasche di quattrini? (Un mostro di torri, di colonnine, di serpenti intrecciati e di rampicanti che portavano in casa un nugolo d’insetti e di topi. E dall’interno il finimondo di un grammofono a tromba «Ridi pagliaccio, Niun mi tema. Chi mi frena in tal momento?»14 e i caramba! impetuosi di un vecchio collerico e alcoolizzato.)

Per un attimo Federigo temette di vederseli venire incontro i due signori del vicinato: in brachette il primo, il pancino ballonzolante sui polpacci scoperti e una catenella d’oro sul petto villoso; cupo l’altro, sotto la testa del sombrero di paglia, circondato da femmine in gramaglie e dalla folta e tangibile aureola della «posizione» raggiunta e della beneficenza sparsa a piene mani. Ma non c’era pericolo, il Gresta faceva altri nomi, parlava d’altri padroni e solo la forma delle case scrostate e le pale di una pompa a vento riportavano Federigo agli anni della gioventù.

Infine ci fu la stretta conclusiva: il botro15 asciutto, col piccolo sentiero sopraelevato, il ponte rosso, il cancello arrugginito e il viale in salita che portava alla pagoda protetta dalle due vecchie palme. La ghiaia scricchiolò sotto i piedi calzati di Federigo, su un ramo del fico si dondolò una cincia che riempì l’aria del suo ghirigoro vocale e dalla pozza delle lavandaie una donna dai capelli bianchi, non vecchia, si fece avanti a salutare.

«Oh Maria» disse semplicemente Federigo, e fu ancora come se trent’anni retrocedessero di colpo e lui Federigo tornasse ad essere l’uomo di un tempo restando in possesso16 delle ricchezze accumulate più tardi. Ma quali ricchezze? Niente diamanti, niente negozi bruciati, nessun congiunto spedito nel regno dei padri, nessun contatto materiale, utilitario, con la roba del luogo. Un’assidua e involontaria opera di sradicamento, un lungo periplo attraverso idee e forme di vita là sconosciute, l’immersione in un tempo che non era segnato dalla meridiana del signor Frissi. Era questa la ricchezza di Federigo?17 Questa, o poco di più, sebbene la valigia fosse pesante.

In fondo alla rampa il Gresta fu congedato con una mancia e una stretta di mano e Federigo seguì la ragazza invecchiata che aveva passato tutta la vita coi suoi.

Parlarono familiarmente, senza dirsi di essersi trovati tanto più vecchi. Parlarono dei vivi, e più dei morti. Giunsero davanti alla pagoda, Federigo si volse, riconobbe il vasto anfiteatro nel quale irrompeva il mare, rivide il pioppo inclinato vicino alla serra, dove aveva colpito col Flobert18 il primo uccellino, alzò gli occhi alle finestre del terzo piano, sede dei ritratti degli antenati, poi entrò nella sala da pranzo, a pianterreno, e il suo sguardo scorse sulle pareti rugose. Al muro non c’era più la panoplia19 delle lance e delle frecce, dono di un sottufficiale del semaforo20 che aveva passato anni in Eritrea,21 ma l’incisione in legno che rappresentava un Verdi giovane e austero esisteva ancora. Federigo visitò in fretta l’appartamento e provò un tuffo al cuore, come se avesse incontrato un fantasma di famiglia, quando in fondo a certo sedile di porcellana rilesse la marca di fabbrica «The Preferable, Sanitary Closet», la prima frase inglese di cui avesse memoria. In quello sgabuzzino veramente non era mutato nulla. Nel resto trovò differenze: letti aggiunti, culle vuote, nuove immagini sacre negli specchi, segni d’altre esistenze che avevano sostituito la sua. Visitò anche la cucina dove la Maria soffiava sul carbone, stese una zanzariera su quello che avrebbe dovuto essere il suo letto e presa una sedia a sdraio si allungò davanti alla casa di cui era rimasto proprietario per una quindicesima parte.

Si disse: pochi giorni di villeggiatura coi miei morti: passeranno in fretta. Ma subito pensò con preoccupazione al sapore dei cibi che gli sarebbero stati serviti. Non era un cattivo sapore, ma era quello, era il sapore di famiglia che si tramanda di generazione in generazione e che nessuna cuoca potrà distrugger mai. Una continuità che distrutta altrove resiste negli unti dei soffritti, nel fortore degli agli, delle cipolle e del basilico, nei ripieni pestati nel mortaio di marmo. Per essa anche i suoi morti, condannati a un cibo più leggero, dovevano tornare talvolta in terra.

«Eppure tu hai una casa tua al mare» gli avevano detto spesso gli amici, sorpresi di incontrarlo in certe spiagge mondane dove anche il mare sembra servito in scatola.

L’aveva infatti (per un quindicesimo) ed era tornato a vederla.

Dall’interno il tintinnio discreto di un bicchiere lo informò che la cena era servita. Non più il corno di mare che suo fratello imboccava e suonava come una bùccina22 per l’adunata della famiglia. Dov’era finito il corno? Bisognava cercarlo.

Federigo si alzò, mirò col dito la cincia che l’aveva seguito arrischiandosi fin sul pioppo vicino alla serra e sparò mentalmente un colpo.

«Sono ridicolo» balbettò poi. «Sarà un soggiorno delizioso».23

IL PASSATO RIVISSUTO   La componente autobiografica è ben riconoscibile, a cominciare dal titolo (la Casa delle Due Palme era la residenza a Monterosso di Domingo Montale e della sua famiglia). Come già negli Ossi di seppia, il tema principale è quello del passato che viene rivissuto; il protagonista del racconto, infatti, torna da adulto nei luoghi della sua infanzia, ma si rende conto che quell’epoca della sua vita è ormai conclusa e irrecuperabile.
È un tema – quello del ritorno ai luoghi d’origine – che si trova al centro anche di alcuni dei più importanti romanzi italiani degli anni Quaranta, come Conversazione in Sicilia (1941) di Elio Vittorini e La luna e i falò (1950) di Cesare Pavese.
Sul piano lessicale il racconto è notevole per le fitte occorrenze di termini già presenti nella poesia montaliana, riassumibili in due categorie principali: gli elementi che definiscono l’ambiente e il paesaggio (broli, borro, botro, cincia, tamerici); le parole chiave che identificano la poetica di Montale tra Ossi di seppia, Le occasioni e La bufera e altro (lampo, meridiana, pozzo, squarcio, strapiombo).

\r
    \r
  1. Il treno … l’altro: il riferimento è alle gallerie della linea ferroviaria che attraversa le Cinque Terre.
  2. \r
  3. omnibus: dal latino omnibus, “per tutti”, indicava in origine un veicolo a più posti adibito nel XIX secolo al trasporto pubblico; corrispondeva a un treno in servizio locale su linee di secondaria importanza.
  4. \r
  5. appariva … villa: cfr. Pascoli, Il lampo (Myricae): «una casa apparì sparì d’un tratto».
  6. \r
  7. aire: slancio, rincorsa (da a ire, “ad andare”).
  8. \r
  9. pitòsfori: grafia errata ma comune per “pittospori”, arbusti coltivati come piante ornamentali, dalle foglie lucide e dai fiori bianchi e profumati.
  10. \r
  11. Quel giorno … galleria: è il primo segno tangibile del distacco tra il tempo passato che il protagonista rievoca e il tempo presente in cui avviene il ritorno.
  12. \r
  13. rientrava … buio: cfr. La bufera: «mi salutasti – per entrar nel buio» (v. 22). Nella poesia il sintagma è intonato allo stile tragico (proprio di Finisterre), che è invece estraneo alla prosa; ciononostante, in entrambi i testi la locuzione descrive una situazione di congedo: metaforica nella Bufera (dove il buio è simbolo di morte o di lontananza), letterale in La casa delle due palme (dove il buio è quello, reale, della galleria).
  14. \r
  15. broli: orti o boschetti. È termine molto usato in poesia, ad esempio da Pascoli e da Montale stesso, in L’agave su lo scoglio (negli Ossi di seppia): «Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma» (v. 3) e in Proda di Versilia (nella Bufera e altro): «Broli di zinnie, tinte ad artificio» (v. 11).
  16. \r
  17. borro: fosso che attraversa campi o boschi. Anche questo termine rientra nella lingua poetica di Montale: cfr. ad esempio in Notizie dall’Amiata, II (Le occasioni): «e in fondo al borro l’allucciolìo».
  18. \r
  19. quel recupero … miracoloso: l’idea della reversibilità del tempo rientra nella tematica privilegiata anche dal Montale lirico.
  20. \r
  21. in edizione … c’eranov: l’edizione ne varietur è l’edizione definitiva di un’opera letteraria o, come si intende qui, musicale; le varianti sono i cambiamenti che intervengono tra un’edizione e l’altra.
  22. \r
  23. passaggio dei tedeschi: è un riferimento alla seconda guerra mondiale, che fa spesso da sfondo storico alle prose della Farfalla di Dinard (e della contemporanea La bufera e altro).
  24. \r
  25. nel pozzo delle memorie: l’immagine del pozzo, associata alla memoria, è presente in Cigola la carrucola del pozzo; in quel testo, però, l’«atro fondo» del pozzo è il luogo simbolico in cui la memoria si dissolve, non quello in cui il ricordo si raggruma, come accade invece per l’immagine del pozzo evocato nella prosa.
  26. \r
  27. «Ridi … momento?: brani operistici: Ridi pagliaccio dai Pagliacci di Ruggero Leoncavallo; Niun mi tema, dall’Otello di Verdi, atto IV; Chi mi frena in tal momento, dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti, atto II. Non va mai dimenticato che Montale aveva un’ottima cultura musicale e in gioventù per vari anni aveva preso lezioni di canto.
  28. \r
  29. botro: propriamente “fossato” o “vallone” dalle sponde scoscese in cui scorre un corso d’acqua, e per estensione il torrente che vi scorre.
  30. \r
  31. e fu ancora … possesso: è qui reso esplicito il tema del passato come dimensione non alternativa bensì contemporanea al presente.
  32. \r
  33. Era questa … Federigo?: il tema della ricchezza alternativa ai beni materiali e riservata al protagonista (e a chi può condividerne il punto di vista esistenziale e conoscitivo) era già nei Limoni (negli Ossi di seppia): «qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l’odore dei limoni».
  34. \r
  35. Flobert: fucile a retrocarica, di piccolo calibro, usato per il tiro a segno e per la caccia a piccoli animali; deve il nome al suo inventore, l’armaiolo francese Nicolas Flobert (1819-94).
  36. \r
  37. panoplia: armi disposte a trofeo, per scopi ornamentali.
  38. \r
  39. sottufficiale del semaforo: in marina, il semaforo è la stazione costiera di vedetta e di segnalazione. In particolare, il “Semaforo” di Monterosso dominava il tratto di mare su cui si affacciano i luoghi più cari a Montale.
  40. \r
  41. Eritrea: l’Eritrea fu ufficialmente istituita come colonia italiana nel 1890. Durante la seconda guerra mondiale fu occupata dagli inglesi; divenne autonoma e federata all’Etiopia nel 1952.
  42. \r
  43. bùccina: conchiglia tortile usata per emettere richiami.
  44. \r
  45. Sono … delizioso: la rassicurazione che il protagonista si impone, più che segnare una definitiva chiusura dei conti con il passato fino a quel punto rivissuto, sembra piuttosto voler ridimensionare quell’esperienza, riducendone la portata a quella di un semplice soggiorno.
  46. \r
\r