Jacopo Sannazaro

Arcadia

La primavera che non ritorna

Il primo capitolo dell’Arcadia introduce lo scenario pastorale e i primi personaggi. Il mondo bucolico è descritto nei termini classici del locus amoenus: un’eterna primavera, una natura generosa nella quale gli uomini trascorrono il tempo immersi in liete attività. Nell’egloga, Selvaggio cerca di consolare Ergasto, che racconta di come si è innamorato.

SELVAGGIO
Ergasto mio1, perché solingo e tacito2
pensar ti veggio? Oimè, che mal si lassano
le pecorelle andare a lor ben placito3!
Vedi quelle4 che ’l rio varcando passano5;
vedi quei duo monton6 che ’nsieme correno
come in un tempo per urtar s’abassano7.
Vedi ch’al vincitor tutte soccorreno
e vannogli da tergo8, e ’l vitto9 scacciano
e con sembianti schivi ognor l’aborreno10.
E sai ben tu che i lupi (ancor che tacciano11),
fan le gran prede12; e i can dormendo stanno
si, però che13 i lor pastor non vi s’impacciano14.
Già per li boschi i vaghi15 ucelli fannosi
i dolci nidi, e d’alti monti cascano
le nevi, che pel sol tutte disfannosi.
E par che16 i fiori per le valli nascano,
et ogni ramo abbia le foglia tenere,
e i puri agnelli per l’erbette pascano17.
L’arco ripiglia il fanciullin di Venere18,
che di ferir non è mai stanco, o sazïo
di far de le medolle19 arida cenere.
Progne20 ritorna a noi per tanto spazio
con la sorella sua dolce Cecropïa21
a lamentarsi22 de l’antico strazïo23.
A dire24 il vero, oggi è tanta l’inopia25
di pastor che cantando all’ombra seggiano,
che par che stiamo in Scizia o in Etiopïa.
Or poi che o nulli o pochi ti pareggiano
a cantar versi sì leggiadri e frottole,
deh canta omai, che par che i tempi il cheggiano26.


ERGASTO
Selvaggio mio27, per queste oscure grottole28
Filomena né Progne29 vi si vedono,
ma meste strigi30 et importune nottole31.
Primavera e suoi dì per me non riedono32,
né truovo erbe o fioretti che mi gioveno33,
ma solo pruni34 e stecchi35 che ’l cor ledono36.
Nubbi mai da quest’aria non si moveno37,
e veggio, quando i dì son chiari e tepidi,
notti di verno38, che tonando39 pioveno40.
Perisca il mondo, e non pensar ch’io trepidi41;
ma attendo sua rüina42, e già considero43
che ’l cor s’adempia di pensier più lepidi.
Caggian baleni e tuon44 quanti ne videro
i fier giganti in Flegra45, e poi sommergasi
la terra e ’l ciel, ch’io già per me il desidero.
Come vuoi che ’l prostrato mio cor46 ergasi
a poner cura in gregge47 umile e povero,
ch’io spero che fra’ lupi anzi dispergasi48?
Non truovo tra gli affanni altro ricovero49
che di sedermi solo appiè d’un acero,
d’un faggio, d’un abete o ver d’un sovero50;
ché pensando a colei che ’l cor m’ha lacero51
divento un ghiaccio e di null’altra curomi,
né sento il duol ond’io mi struggo e macero52.

 

Metro: terzina dantesca di endecasillabi sdruccioli.

NUBI SULL’ARCADIA Nella prima egloga dell’Arcadia si delineano già alcuni dei temi che torneranno nel corso del libro. Compaiono i pastori impegnati nel canto e una natura generosa che fa da scenario alla vicenda, e viene introdotto il tema dell’amore infelice. Nella prima parte dell’egloga, Selvaggio descrive il ritorno della primavera, e si stupisce della tristezza di Ergasto: la stagione è propizia alla gioia e all’amore: perché l’amico se ne sta in un angolo, «solingo e tacito», e non bada neppure alle sue pecore? Nella sua risposta, Ergasto rovescia la descrizione ottimistica di Selvaggio e tratteggia uno scenario naturale anti-idillico: parla evidentemente della sua condizione interiore, e la proietta sul mondo esterno, del quale si augura addirittura la fine; nella condizione in cui si trova non ha certo voglia di dedicarsi al gregge, e l’unica sua consolazione è sedere apatico sotto un albero e pensa-re alla donna di cui è innamorato. Si fa strada così, già in questa prima egloga, l’idea di un mondo che un tempo (la mitica età dell’oro) era sereno e ordinato, ma che è ormai intaccato dai mali dell’esistenza umana, qui simboleggiati dalla violenza dei montoni e dei lupi. La pace è finita: l’Arcadia non è più l’Arcadia.

IL LESSICO E LA SINTASSI Il rovesciamento di prospettiva tra Selvaggio ed Ergasto traspare anche dal lessico e dalla sintassi. Selvaggio, che descrive un quadro roseo, una situazione felice, usa diminutivi che danno ai suoi versi una sfumatura di tenerezza e di affetto (erbette, fanciullin), e accosta ai sostantivi aggettivi che evocano un’atmosfera fiabesca: vaghi ucelli, dolci nidi, i fiori, le foglia tenere, i puri agnelli. Ergasto, al contrario, parla di «meste strigi et importune nottole», pruni e stecchi, notti di verno: il suo umor nero si proietta sulle parole che adopera, e negatività e pessimismo affiorano in maniera anche più chiara nelle negazioni che costellano il suo discorso: né, non riedono, né truovo, mai.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Il paesaggio idilliaco dovrebbe essere bello e pacifico, ma in realtà non è così. Perché? Che cosa minaccia la tranquillità dei pastori? 

2 Una particolarità dell’Arcadia è che si tratta di un prosimetro e che, nelle parti in poesia, i versi sono sdruccioli. Che cos’è un’endecasillabo sdrucciolo? Versi sdruccioli si trovano spesso nelle canzoni odierne: trovali, per esempio, nel testo della canzone di Jovanotti Terra degli uomini.

CONTESTUALIZZARE

3 Chi sono gli autori che nell’antichità si sono misurati con il genere bucolico? Quali di questi erano certamente noti a Sannazaro?

4 Trova altri dipinti (oltre a quelli riprodotti nell’approfondimento Et in Arcadia ego) che rappresentino l’Arcadia.

INTERPRETARE

5 Rimpiangere la vita agreste, la serenità della campagna: ti pare un’atteggiamento legato al passato oppure è una nostalgia ancora ben viva ai nostri giorni? È una nostalgia che condividi?

Stampa
  1. Ergasto mio: Selvaggio si rivolge a Ergasto chiamandolo per nome, secondo un modulo tipico della bucolica (già nel primo verso delle Bucoliche di Virgilio).
  2. solingo e tacito: solo e silenzioso.
  3. Oimè ... placito: ahimè, che è male lasciare andare le pecore come vogliono loro, a loro arbitrio. 
  4. quelle: le pecore. 
  5. varcando passano: vanno al di là (del fiume).
  6. monton: i maschi delle pecore.
  7. in un tempo ...  s’abassano:  abbassano le corna per colpirsi allo stesso tempo.
  8. tutte ... tergo: tutte le pecore accorrono e vanno dietro al vincitore.
  9. (i)l vitto: il vinto (latinismo). 
  10. con sembianti ... aborreno: lo evitano dimostrando il loro disprezzo. 
  11. ancor che tacciano: anche se se ne stanno silenziosi.
  12. fan ... prede: fanno un grande bottino (possono rapire molte pecore).
  13. però che: dal momento che. 
  14. non vi s’impacciano: non vigilano.
  15. vaghi: belli.
  16. E par che: e si vede che.
  17. pascano: pascolino sull’erba verde.
  18. L’arco ... Venere: il figlio di Venere, Amore, riprende in mano il suo arco, cioè l’arma che usa per far innamorare.
  19. medolle: midollo; la parte più interna dell’uomo; l’immagine, di origine classica, è quella dell’amore che, come un fuoco, brucia l’uomo innamorato e gli entra nelle ossa.
  20. Progne ... strazïo: Progne (la rondine) ritorna qui da noi giungendo da lontano, con la sua dolce sorella Filomena (l’usignolo), e si lamenta dell’antica violenza; il riferimento è al mito di Progne e Filomena, discendenti di Cecrope, il fondatore di Atene: Filomena viene violentata da Tereo, marito di sua sorella Progne; per vendicarsi, Progne dà da mangiare a Tereo le carni del loro figlio. Progne viene quindi trasformata in rondine e Filomena in usignolo. 
  21. Cecropïa: l’epiteto usato per designare Filomena indica la sua stirpe (“discendente di Cecrope”).
  22. lamentarsi: con il canto.
  23. antico strazïo: la violenza subita da Tereo.
  24. A dire ... Etiopïa: sono pochi i pastori capaci di cantare, tanto che, più che in Arcadia, sembra di trovarsi in Scizia o in Etiopia, cioè in terre inospitali e selvagge (la Scizia gelida, l’Etiopia torrida), molto diverse dall’Arcadia, che come si è visto è, nella fantasia degli scrittori, sempre verde e popolata da placidi e colti pastori-cantori.
  25. inopia: scarsità.
  26. Or ... cheggiano: visto che sono pochi i pastori, o forse non ce ne sono proprio, capaci di eguagliarti (ti pareggiano), nel cantare versi eleganti o nelle frottole (versi tipici dei pastori), ti prego, Ergasto: canta tu, perché ormai te lo richiedono (il cheggiano) questi tempi (privi di veri poeti).
  27. Selvaggio mio: è la risposta di Ergasto.
  28. grottole: grotte.
  29. Filomena né Progne: capovolge l’immagine usata da Selvaggio. 
  30. strigi: gufi.
  31. nottole: civette; insieme ai gufi sono dette meste (funeree) e importune (infauste, negative) perché segni tradizionali di cattivo auspicio, in quanto uccelli notturni.
  32. riedono: ritornano.
  33. che mi gioveno: che mi diano piacere.
  34. pruni: arbusti spinosi.
  35. stecchi: rami secchi e senza foglie. Si tratta naturalmente di una proiezione emotiva, per indicare il cuore ferito da amore.

     
  36. ledono: feriscono.
  37. Nubbi ... moveno: le nubi non si allontanano mai da questi cieli.
  38. verno: inverno.
  39. tonando: tuonando. 
  40. pioveno: portano pioggia (anche quando è primavera, mi sembra di stare in inverno).
  41. Perisca ... trepidi: anche se il mondo muore, non pensare che io abbia paura.
  42. attendo sua rüina: aspetto la fine del mondo. 
  43. già considero ... lepidi: rifletto tra me che il mio cuore si riempirà di pensieri piacevoli (lepidi): perché se viene meno il mondo, verrà meno anche il dolore di Ergasto.
  44. Caggian ... tuon: fulmini e tuoni cadano dal cielo.
  45. i fier ... Flegra: i Giganti, che secondo il mito erano stati uccisi a Flegra da Giove con le sue saette, puniti per aver cercato di raggiungere il cielo.
  46. prostrato mio cor: il mio cuore stanco e sfinito, il mio animo travagliato.
  47. ergasi ... gregge: si sollevi per prendersi cura del mio gregge.
  48. dispergasi: si disperga, venga disperso dai lupi.
  49. ricovero: conforto.
  50. sovero: sughero.
  51. m’ha lacero: mi ha lacerato, mi ha spezzato il cuore (lacero è un participio forte)
  52. divento ... macero: divento freddo come il ghiaccio, e non mi curo di nessun’altra, e non sento più nemmeno il dolore (il duol) che mi consuma e tormenta.