Cesare Beccaria

Dei delitti e delle pene

La tortura non è degna dell’uomo

Torturare i sospetti è stata una pratica diffusa sin dall’antichità, per estorcere una confessione o per costringere a rivelare i nomi dei propri complici. Contro di essa avevano scritto in molti, nei secoli; ma le considerazioni di Beccaria, e quelle di poco successive di Pietro Verri (Osservazioni sulla tortura, pubblicate postume nel 1804), ebbero una risonanza senza precedenti in tutta Europa. Se oggi consideriamo la tortura una pratica barbara, inammissibile in qualsiasi circostanza, dobbiamo ringraziare anche e soprattutto questi due uomini.

Una crudeltà consacrata1 dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma2 il processo, o per constringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia3, o finalmente4 per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato. Un uomo non può chiamarsi reo5 prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata6. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà7 ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi8, ed inutili sono i tormenti9, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, e’ non devesi10 tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di più, ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo11 della verità, quasi che il criterio di essa12 risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un cannibale, che i Romani, barbari anch’essi per più d’un titolo13, riserbavano ai soli schiavi […]. Una strana conseguenza che necessariamente deriva dall’uso della tortura è che l’innocente è posto in peggiore condizione che il reo; perché, se ambidue sieno applicati al tormento14, il primo ha tutte le combinazioni contrarie15, perché o confessa il delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente, ed ha sofferto una pena indebita; ma il reo ha un caso favorevole per sé, cioè quando, resistendo alla tortura con fermezza, deve essere assoluto16 come innocente; ha cambiato una pena maggiore in una minore. Dunque l’innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare. La legge che comanda la tortura è una legge che dice: Uomini, resistete al dolore, e se la natura ha creato in voi uno inestinguibile17 amor proprio, se vi ha dato un inalienabile diritto alla vostra difesa, io creo in voi un affetto18 tutto contrario, cioè un eroico odio di voi stessi, e vi comando di accusare voi medesimi, dicendo la verità anche fra gli strappamenti dei muscoli e gli slogamenti delle ossa.

L’INUTILITÀ DELLA TORTURA Osserviamo bene come procede l’argomentazione. Beccaria non comincia dicendo che la tortura è una pratica inumana, comincia dicendo che la tortura non ha alcun senso e non è giustificabile all’interno del processo penale: le sue sono, innanzitutto, le riserve di un tecnico della legislazione. Come può, infatti, un giudice, irrogare una pena a un imputato quando non si sia ancora deciso se questo imputato è colpevole o innocente? Con quale diritto si tormenta il corpo di un uomo che, finché non si dimostri la sua colpevolezza, è ancora sotto la protezione della società della quale fa parte? La tortura è dunque illegittima in linea di principio, e cioè se una comunità vuole essere coerente con le leggi che essa stessa si è data. Ma (secondo snodo dell’argomentazione) la tortura è anche assurda a fil di logica, perché «è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti» (rr. 17-18). Ovvero: il torturatore non assoda l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, assoda la sua maggiore o minore resistenza alla tortura. Ma è chiaro che un criminale può benissimo essere (e di solito è) più forte di un innocente, e non confessare la sua colpa, laddove l’innocente – vinto dal dolore – può confessare una colpa immaginaria. Terza osservazione (non centrale, però, nell’argomentazione di Beccaria, che non scrive in primo luogo in base a principi umanitari): la tortura è una pratica degna di un cannibale (r. 19).

LA FORZA DELLO STILE Dei delitti e delle pene è, si è detto, un breve trattato. Ma lo stile di Beccaria è tutt’altro che privo di passione e di forza oratoria: mira a dimostrare, certamente, ma mira soprattutto a convincere, e a questo scopo adopera tutti i mezzi argomentativi più opportuni, come le domande retoriche («Qual è dunque quel diritto […] innocente?», rr. 8-10), la scansione del discorso secondo alternative secche («o il delitto è certo o incerto; se certo […] se incerto…», rr. 10-12; «o confessa il delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente», rr. 23-24), e addirittura, nel finale, la personificazione della legge, che Beccaria fa parlare come se si trattasse di un essere in carne e ossa (è la figura che si chiama prosopopea: quando si dà la parola a concetti astratti personificati).

Esercizio:

ANALIZZARE

1 Quali argomenti porta a favore della propria tesi l’autore?

INTERPRETARE

2 Beccaria afferma un principio fondamentale del diritto e dei rapporti civili, cioè che «Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice» (r. 6). Riformula questo principio con le parole odierne: lo trovi espresso nell’articolo 27 della Costituzione italiana. Trova un buon commento a questo articolo (per esempio il lemma “Presunzione di non colpevolezza” nell’Enciclopedia Treccani, anche online) e illustrane il senso e le implicazioni ai tuoi compagni.

3 Spiega in che modo il principio di “presunzione d’innocenza” dovrebbe difendere, secondo Beccaria, dall’abuso della tortura, e soprattutto come esso sottrae gli indagati a «non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia» (rr. 3-4).

Stampa