Giuseppe Parini

Il Giorno

La «vergine cuccia»

Le varie favole eziologiche contenute nel Giorno sono uno dei rari momenti narrativi di un’opera che è soprattutto descrittiva. Un altro espediente usato da Parini per ricavare degli spazi di puro racconto è quello di riportare ricordi o vicende passate relative alla vita di uno dei protagonisti. È il caso del celebre episodio della «vergine cuccia». Il «giovin signore» è a un pranzo mondano, e il precettore descrive i commensali: si passa dal carnivoro, che divora ogni piatto che gli viene servito, allo schizzinoso vegetariano, che porta all’estremo eccesso il filantropismo tipico degli illuministi: a impietosirlo non è tanto la sorte degli uomini, quanto quella degli animali. La dama corteggiata dal «giovin signore» si ricorda allora della terribile sventura capitata a una sua cagnolina (cuccia, cioè “cucciola”).

[…] Or le sovvien del giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia1 de le Grazie alunna,
giovanilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con gli eburnei denti
segnò di lieve nota: e questi audace
col sacrilego piè lanciolla: ed ella
tre volte rotolò; tre volte2 scosse
lo scompigliato pelo, e da le vaghe
nari soffiò la polvere rodente:3
indi i gemiti alzando, aita aita
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei la impietosita eco rispose4;
e dall’infime chiostre5 i mesti servi
asceser tutti6; e da le somme stanze7
le damigelle pallide tremanti
precipitàro. Accorse ognuno: il volto
fu d’essenze spruzzato a la tua dama8:
ella rinvenne al fine. Ira e dolore
l’agitavano ancor: fulminei sguardi
gettò sul servo; e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le Grazie alunna9.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre10: a lui non valse
zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne
de le assise11 spogliato onde pur dianzi
era insigne a la plebe: e in van novello
signor sperò; ché le pietose dame
inorridìro; e del misfatto atroce
odiàr l’autore. Il perfido si giacque
con la squallida prole e con la nuda
consorte12 a lato su la via spargendo
al passeggero inutili lamenti:
e tu vergine cuccia idol placato
da le vittime umane isti superba13.

Metro: endecasillabi sciolti.

LA REALTÀ ROVESCIATA Ritroviamo qui lo stesso meccanismo visto all’opera nel testo Il risveglio del «giovin signore». Il gioco ironico del paragone con le divinità del mito viene portato all’estremo: è addirittura una cagnolina a diventare allieva delle Grazie e a essere soccorsa dalla pietosa ninfa Eco, che fa risuonare i suoi guaiti per tutta la casa. La descrizione del precettore è così appassionata e partecipe, così accorata, che sembra di assistere alla scena di un’operetta: ecco il grido di dolore al ricordo («ahi fero giorno!»), ecco lo sdegno per il «sacrilego piè», ed ecco che – dopo il fattaccio, dopo che alla cagna è stata assestata una pedata – la scena si popola di servitori che atteggiano i visi a espressione di lutto (mesti) e di «damigelle pallide»; la dama sviene, come nella scena madre di un vaudeville (commedia leggera in cui alle parti in prosa si alternano parti cantate: si diffonde nei teatri francesi nel corso del Settecento).

DAL COMICO AL TRAGICO Il tono cambia però bruscamente a partire dal verso Ira e dolore, quando si dice quali conseguenze ha avuto il gesto del servitore. Il comportamento della dama, dei servitori e delle ancelle ricorda quello degli attori di una tragedia; e altrettanto tragica è la fine del povero servitore, che viene scacciato insieme alla sua famiglia, vittima sacrificale della cagnetta, dipinta infine come una divinità infernale (idol) che si ciba di esseri umani. C’è un fondamentale cambio di prospettiva: dal punto di vista del precettore – che è pur sempre quello della nobiltà – si passa a quello personale di Parini; il gioco ironico si trasforma in risentimento indignato.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riscrivi l’episodio raccontandolo in prosa, come se fosse una relazione, quindi depurandolo da ogni connotazione: enfasi narrativa, retorica, perifrasi e riferimenti mitologici.

2 Costruisci lo schema dei personaggi di questa “operetta tragica”.

ANALIZZARE

3 Chi pronuncia l’esclamazione «ahi fero giorno!»? Con quale intento?

4 Rileggi i versi in cui Parini racconta il morso della bestiola, e indica gli elementi che rendono la descrizione ironica.

5 Il brano letto presenta una personificazione: individuala.

6 Quali aggettivi adopera Parini per sottolineare la distanza tra nobili e servi?

7 In che cosa si trasforma la reazione del servo nella descrizione ironica di Parini?

8 La conclusione dell’episodio può ancora essere considerata ironica?

CONTESTUALIZZARE

9 Il brano ha un forte sapore epico: quali sono, a tuo parere, gli aspetti formali che gli danno questo carattere? Nota in particolare le azioni della cagnetta e gli aggettivi che la riguardano.

10 Una fonte epica del passo potrebbe essere il libro XXII dell’Iliade (che narra il duello tra Achille e Patroclo), naturalmente ripreso in chiave ironica. Dopo averlo recuperato (in rete o in biblioteca) prova a ritrovare in esso i versi di Parini: «col sacrilego piè lanciolla: ed ella / tre volte rotolò; tre volte scosse / lo scompigliato pelo».

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  1. vergine cuccia: cuccia è sinonimo di “cucciola” e vergine, riferito a una cagna, informa ironicamente sulla sua giovane età.
  2. tre volte … tre volte: così come, poco più avanti, tre volte la cagna verrà chiamata dalla padrona: anafora che dà alla scena un’aura tragica, marziale, e che ricorda le parole di Ulisse in Inferno, XXVI, 139: «Tre volte il fé girar con tutte l’acque».
  3. Ora si ricorda (le sovvien) il giorno, ahimè crudele giorno (fero giorno), quando la sua cagnolina, allevata (alunna) dalle Grazie (e dunque elegante e graziosa), scherzando (vezzeggiando) come fanno i cuccioli (giovanilmente), marchiò (segnò) con lieve segno («di lieve nota») con i suoi denti d’avorio (eburnei) il vile (villan) piede del servo e costui sfrontato (audace) la scaraventò lontano (lanciolla) con il malvagio (sacrilego) piede (piè); la cagnetta rotolò tre volte; per tre volte scosse il pelo scompigliato, e soffiò la polvere irritante (rodente, che prude) dalle belle narici (vaghe nari), cioè starnutì:
  4. e da le … rispose: i guaiti della cagnolina scalciata risuonano per tutto il palazzo, riecheggiati dai soffitti dorati; lo stesso fenomeno acustico dell’eco (che rimanda alla figura mitologica di Eco) viene personificato: anch’essa sembra commossa (impietosita) per la sorte dell’animale, e sembra ripetere, per compassione, i guaiti della cagnetta. La ninfa Eco fu punita dalla dea Giunone per aver coperto le infedeltà di Giove: fu obbligata a tacere sempre, salvo che per ripetere gli ultimi suoni delle parole che venivano pronunciate davanti a lei.
  5. infime chiostre: sono stanze al pianterreno, dove normalmente lavora la servitù: le cucine, i cortili, le scuderie.
  6. i mesti … tutti: tutti i servi salgono accorati perché sanno quale sorte toccherà al loro collega.
  7. somme stanze: sono le stanze situate ai piani superiori, quelli che ancora oggi si chiamano i “piani nobili”. La scena è, ovviamente, comica, ma Parini, per bocca del suo precettore, le fa prendere un’aria da tragedia, e a questo effetto di drammatizzazione è funzionale la scelta di vocaboli solenni – e goffamente fuori luogo in una descrizione del genere – come mesti servi, «damigelle pallide tremanti», somme stanze: parole che descrivono l’ordinario, come se fossimo all’ultimo atto di una tragedia greca.
  8. tua dama: la dama è la donna corteggiata dal «giovin signore».
  9. vergine … alunna: si ripete esattamente, e con forte effetto di enfasi, di sottolineatura emotiva, la formula con cui si era aperto l’episodio: «vergine cuccia de le Grazie alunna»; ma qui l’apostrofe diretta «e tu vendetta avesti», dà al verso il suono solenne dell’invocazione a un idolo (vedi infatti il verso: «idol placato»): la cagnolina diventa, in questa parodia dello stile epico, una tiranna che vuole il sangue di chi l’ha offesa.



    quindi (indi) innalzando (alzando) i propri lamenti (gemiti) sembrava (parea) dicesse: «Aiuto! Aiuto!» (aita aita) e dalle dorate volte della stanza le rispose l’eco, mossa a pietà dal suo lamento; tutti i servi salirono accorati (mesti) dalle loro stanze al pianterreno (infime chiostre), mentre dalle stanze situate ai piani superiori (somme) si precipitarono (precipitàro) le ancelle pallide e tremanti. Accorsero tutti: il volto della tua dama fu spruzzato di essenze balsamiche (essenze) ed ella infine riprese i sensi. La collera e il dolore la agitavano ancora: scagliò contro il servo sguardi che inceneriscono (fulminei), e con voce dolce (languida) chiamò tre volte la sua cagnetta; e questa le corse al petto (sen), e il suo atteggiamento («in suo tenor») sembrò chiederle (chieder sembrolle) vendetta; e ottenesti la tua vendetta, o cagnetta graziosissima.
  10. merito quadrilustre: un lustro è composto di cinque anni.
  11. assise: livrea, l’abito gallonato di cui erano vestiti i servitori delle case signorili; si trattava di un vestito riservato ai servitori di livello elevato (maggiordomi, cocchieri) e per questo era considerato segno di distinzione.
  12. nuda consorte: la moglie è nuda così come nudo è il servitore licenziato.
  13. L’empio servo tremò per la paura, e ascoltò la sua condanna con gli occhi rivolti a terra. A lui non servì il merito di aver servito in modo impeccabile per vent’anni (merito quadrilustre), né l’aver svolto con zelo le missioni segrete, amorose («zelo d’arcani ufici»). Lui (Ei) se ne andò (andonne) spogliato di quella livrea (assise) grazie alla quale (onde) era stato fin lì (pur dianzi) tenuto in gran considerazione (insigne) dal popolino (plebe), e invano sperò (di trovare) un nuovo padrone (novello signor), perché (ché) le nobili e compassionevoli signore (pietose dame) erano rimaste inorridite (inorridìro) da quel gesto e presero in odio (odiàr, e quindi si guardarono bene dall’assumere) l’autore di quel misfatto atroce. Il perfido servo si sdraiò (si giacque) sul bordo di una strada («a lato su la via»), con la misera (squallida) prole e con accanto la moglie priva di ogni cosa (nuda), cercando di impietosire i passanti (passeggero) con i lamenti, ma invano; e tu, cagnetta, andasti fiera (isti superba) come una divinità placata dalle vittime umane («idol placato da le vittime umane»).