Natalia Ginzburg

Le piccole virtù

L’educazione dei figli

L’attitudine a vedere le cose con uno sguardo limpido e privo di pregiudizi è evidente tanto nei romanzi quanto nei saggi, là dove la Ginzburg riflette sui casi della sua esistenza personale e più in generale sulla vita di tutti i giorni, sulle cose che tutti quanti hanno sotto gli occhi ma spesso non riescono a mettere a fuoco. Il brano che segue è un buon esempio di questa sua capacità di analisi, applicata all’educazione dei figli e alla scuola.

Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.
Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna. Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate.
In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione. L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri.
[...]
Appena i nostri figli cominciano ad andare a scuola, noi subito gli promettiamo denaro in premio, se studieranno bene. È un errore. […] E in genere, credo si debba andare molto cauti nel promettere e somministrare premi e punizioni. Perché la vita raramente avrà premi e punizioni: di solito i sacrifici non hanno alcun premio, e sovente le cattive azioni non sono punite, ma anzi a volte lautamente retribuite insuccesso e denaro. Perciò è meglio che i nostri figli sappiano fin dall’infanzia, che il bene non riceve ricompensa, e il male non riceve castigo: e tuttavia bisogna amare il bene e odiare il male: e a questo non è possibile dare nessuna logica spiegazione.
Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare una importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo […]. Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la barriera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta una offesa. Allora i nostri figli, tediati, s’allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d’un’ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni. In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e irrisorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c’è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d’essere continuamente incompresi e misconosciuti, e di esser vittime d’ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi […]. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d’esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno.
Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti. Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell’orgoglio, frustrati d’una soddisfazione. Se il meglio del loro ingegno non hanno l’aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti. Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati su un prato a giocare a foot-ball, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell’energia e dell’ingegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.
[...]
Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore alla vita. Esso può prendere diverse forme, e a volte un ragazzo svogliato, solitario e schivo non è senza amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato di attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione d’un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? Noi dobbiamo allora aspettare, accanto a lui, che la sua vocazione si svegli, e prenda corpo. Il suo atteggiamento può assomigliare a quello della talpa o della lucertola, che se ne sta immobile, fingendosi morta: ma in realtà fiuta e spia la traccia dell’insetto, sul quale si getterà con un balzo. Accanto a lui, ma in silenzio e un poco in disparte, noi dobbiamo aspettare lo scatto del suo spirito. Non dobbiamo pretendere nulla: non dobbiamo chiedere o sperare che sia un genio, un artista, un eroe o un santo; eppure dobbiamo essere disposti a tutto; la nostra attesa e la nostra pazienza deve contenere la possibilità del più alto e del più modesto destino.

UNA VOCE MODESTA E PERENTORIA Il brano dà bene l’idea della “voce” con cui la Ginzburg ci parla: una voce insieme modesta e perentoria, che possiede la tranquillità di chi ragiona solo di situazioni vissute sulla propria pelle. Per non cedere alla tentazione di travestirsi, allo scopo di apparire più aggiornati, nel nostro mondo intellettuale occorrono un considerevole coraggio e un senso della propria dignità simile a quello descritto nel brano.

VIRTÙ E BORGHESIA MEDIOCRE Opponendo le virtù più difficili alle virtù che si acquisiscono facilmente adattandosi al galateo sociale, la scrittrice conduce qui un’implicita polemica contro l’etica di quella piccola o mediocre borghesia che è il bersaglio di molti intellettuali del tempo (da Gaetano Salvemini a Carlo Levi a Elsa Morante).
Più di ogni altra, infatti, quella classe media tende a una tranquillità conformista che riduce le virtù grandi alle piccole. Essendo divenuti sempre più abili a evitare i rischi che possono scuotere l’esistenza, i piccoli borghesi maturano una «paura di vivere» che trasforma la legittima ricerca di sicurezza in semplice viltà. Per questo la Ginzburg scrive che «è meglio che i nostri figli sappiano fin dall’infanzia, che il bene non riceve ricompensa, e il male non riceve castigo: e tuttavia bisogna amare il bene e odiare il male: e a questo non è possibile dare nessuna logica spiegazione». Solo così si può insegnare la distanza che sempre rimane tra la reale crescita delle persone e la «piccola virtù del successo». Solo così si può sperare che i futuri adulti non identifichino un tale successo con la giustizia tout court; e che dunque non diventino tracotanti quando trionfano, né viceversa si umilino e dimentichino il proprio valore quando vengono sconfitti. Questo pericolo va sventato fin da quella prima gara pubblica in cui rischia di trasformarsi la scuola.

IL RISCHIO DEL CONFORMISMO L’enfasi posta sulla “carriera” dei figli induce a farne una mera appendice dei genitori: da esseri dotati di una propria inviolabile personalità li si vuole ridurre a parti di sé, a mezzi di affermazione pubblica, e magari a vendicatori delle proprie aspirazioni frustrate. Senza abbandonare il suo tema familiare, la Ginzburg tocca qui in modo efficace un tema socialmente cruciale: quello della contraddizione, connaturata a ogni percorso educativo, tra l’aspirazione a formare persone dotate di autonomia critica e l’esigenza di trasformare i ragazzi in rispettabili membri di una comunità, cioè di un’istituzione che richiede un certo conformismo.

GENITORI: REGISTI DIETRO LE QUINTE Anche per queste ragioni, secondo la scrittrice, i genitori devono essere molto cauti nel correggere le inclinazioni apparentemente “devianti” dei loro figli: perfino l’ozio, infatti, può rivelarsi una inattesa fonte di crescita. Da un figlio, ribadisce in un’altra pagina del saggio, «non dobbiamo pretendere nulla». Di tutti gli esseri, ricorda la Ginzburg, occorre saper rispettare i peculiari modi di sviluppo. Anziché tentare invano di “salvare” il proprio figlio, bisogna amarlo: cioè dedicargli un’attenzione tenace e discreta, da registi che lavorano dietro le quinte per fargli posto sulla scena della vita.
Dal punto di vista formale, la voce della Ginzburg si fa sentire in due modi fondamentali: da una parte, fa affermazioni decise, ma le fa con modestia, con un’attitudine dialogante; dall’altra, sviluppa la sua argomentazione in maniera rigorosa, quasi geometrica.

OPINIONI PERSONALI E DEFINIZIONI OGGETTIVE Quanto al primo aspetto, osserviamo come la scrittrice introduce le proprie opinioni: «Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro...», «Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo», «In realtà la differenza è solo apparente», «Le grandi virtù sgorgano da un istinto...». Come si vede da questi esempi, l’autrice alterna affermazioni molto nette, assunzioni di responsabilità segnate dall’uso dell’io (un io dialogante: penso che, io credo che), ad altre in cui l’uso del noi ha lo scopo di sollecitare l’esperienza dei lettori, di coinvolgerli nel discorso, e infine a definizioni “oggettive”. Ne risulta un andamento del pensiero molto mosso e aperto, propenso al dialogo: un pensiero che “ferma dei punti” argomentativi e rilancia il discorso paragrafo dopo paragrafo.

UN’ARGOMENTAZIONE ORDINATA E RIGOROSA Quanto al secondo aspetto, l’argomentazione della Ginzburg è un modello di ordine e rigore. Vediamo, per esempio, come la nozione di “istinto”, di per sé mal definibile, si specifica da sé.
Un criterio d’ordine è evidente anche nella composizione complessiva del discorso. Nella prima parte il tema dell’educazione è trattato partendo dalla distinzione tra piccole e grandi virtù; nella parte centrale il tema è quello dell’educazione come liberazione dell’istinto basata sul rispetto; nella parte finale la Ginzburg si concentra sul tema dell’«amore alla vita». I tre “blocchi” argomentativi sono compatti (e corrispondono a diversi punti di vista: la società e la morale; la prospettiva degli adulti; la prospettiva dei giovani) e trattati in maniera molto analitica, con una prosa veloce ed estremamente varia, che alterna frasi brevi a frasi sintatticamente più elaborate.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 In che cosa consiste la differenza tra virtù “piccole” e virtù “grandi”? Che cosa succede quando si educa alle une o alle altre?

2 Su che cosa si fonda, per la Ginzburg, l’educazione? E quel è il suo scopo?

3 Che cosa pensa la Ginzburg della scuola?

4 Perché non funziona il sistema premio-punizione?

ANALIZZARE

5 Il testo presenta alcune metafore che servono a chiarire meglio i concetti: prova a individuarle.

INTERPRETARE

6 Perché i genitori non avrebbero il diritto di sgridare i figli?

7 Che differenza c’è tra attendere e pretendere?

8 Cerca in rete la celebre lettera di Leopardi al padre del luglio del 1819 (dalle parole «sebbene dopo aver saputo…») e confrontala con il brano proposto. Credi che Leopardi sarebbe stato d’accordo con ciò che dice la Ginzburg?

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