Aleksandr Sergeevič Puškin

La figlia del capitano

L’educazione di Pëtr Andreevič Grinëv

Puškin era un aristocratico, ma alcuni suoi epigrammi contro lo zar Alessandro I e contro vari esponenti dell'aristocrazia attirarono su di lui le attenzioni della censura, finché nel 1824 fu costretto a lasciare Pietroburgo e a risiedere nel villaggio di Michàilovskoe (che apparteneva alla famiglia della madre). È qui, lontano dalla vita frenetica di Pietroburgo, che Puškin porta a termine le sue opere più importanti e inizia a interessarsi alla storia russa, che sarà al centro delle opere degli ultimi anni. Ispirato dai romanzi storici di Scott e dai Promessi sposi di Manzoni, nel 1836 Puškin pubblica La figlia del Capitano, un romanzo ambientato nel sud della Russia durante la rivolta dei cosacchi. Pëtr Andreevič Grinëv, il giovane protagonista, ci è stato mandato a forza, visto che la sua educazione non ha dato i frutti sperati.

La mamma era ancora incinta di me1 quando sono stato arruolato nel reggimento Semënovskij come sergente, per il gentile intervento del maggiore della Guardia principe B., nostro parente stretto. Se, a dispetto di ogni attesa, la mamma avesse partorito una figlia, papà avrebbe denunciato all’apposito ufficio la morte del mai esistito sergente e la faccenda sarebbe finita così2. Fino alla conclusione degli studi, mi sono considerato in licenza. A quel tempo non si veniva istruiti come si usa oggi. Dall’età di cinque anni ero stato affidato allo stalliere Savél’ič, che per il suo sobrio comportamento mi era stato assegnato come maestro. Sotto la sua sorveglianza, a dodici anni avevo imparato a leggere e scrivere in russo ed ero in grado di valutare con molto giudizio le doti di un maschio di borzój3. In quel periodo papà mi prese un francese, mos’è4 Bopré, ordinato da Mosca insieme alla scorta annuale di vino e di olio d’oliva. Il suo arrivo a Savél’ič dispiacque molto.

«Grazie a Dio» borbottava tra sé «mi sembra che il bambino sia lavato, pettinato, nutrito. Che bisogno c’è di buttare via altri soldi e prendere un mus’è, come se di gente nostra non ce ne fosse abbastanza!»

Bopré in patria faceva il parrucchiere, in Prussia il soldato, poi era venuto in Russia pour être outchitel5, senza capire granché il significato della parola. Era un brav’uomo, ma sventato e scapestrato all’estremo. La sua principale debolezza era la passione per il bel sesso; non di rado per le sue effusioni riceveva certi colpi che lo riducevano a gemere per giornate intere. Per di più non era nemmeno (come diceva lui) nemico della bottiglia, ossia (tradotto) gli piaceva darci dentro parecchio. Ma dato che da noi il vino veniva servito soltanto a pranzo, un solo bicchierino a testa, e che per di più di solito il maestro veniva saltato, il mio Bopré molto presto si abituò alla vodka alle erbe, e anzi la preferiva ai vini della sua patria perché faceva molto meglio alla digestione: non c’era confronto. Ci mettemmo subito d’accordo e, sebbene per contratto fosse tenuto a insegnarmi di francese, di tedesco e di tutte le scienze, lui preferì imparare in fretta da me a parlucchiare in qualche modo in russo, e per il resto ognuno di noi si occupava degli affari propri. Vivevamo in completa armonia, non desideravo altro maestro. Ma presto il destino ci divise. Ecco come andò.

La lavandaia Palàška, una fanciulla grassa e butterata, e la guercia mungitrice Akùl’ka un giorno si misero d’accordo di andare a buttarsi insieme ai piedi della mamma, confessando la loro colpevole debolezza e, in lacrime, dando la colpa al mus’è che le aveva sedotte nella loro inesperienza. Su certe cose alla mamma non piaceva scherzare e se ne lamentò con papà. La punizione di mio padre fu sommaria. Volle subito vedere quella canaglia di un francese. Gli riferirono che il mus’è stava dando lezioni a me. Papà venne in camera mia. In quel momento Bopré, a letto, stava dormendo il sonno dell’innocente. Io ero indaffarato. Bisogna sapere che, per me, era stata ordinata da Mosca una carta geografica. Era appesa alla parete senza nessun profitto e da tempo mi allettava per la larghezza e la buona qualità della carta. Mi ero deciso a farne un aquilone e, approfittando del sonno di Bopré, mi ero messo all’opera. Papà entrò proprio nel momento in cui stavo attaccando una coda di corteccia sfilacciata al Capo di Buona Speranza. Vedendo i miei esercizi di geografia, mi diede una tirata d’orecchi, poi piombò su Bopré, lo svegliò senza troppe cerimonie e prese a coprirlo di rimproveri. Bopré, preso dal panico, avrebbe voluto alzarsi e non riusciva: lo sventurato francese era ubriaco fradicio. Sette disgrazie, un solo rimedio, dice il proverbio russo. Papà lo sollevò dal letto afferrandolo per il bavero, lo sbatté fuori dalla porta e lo cacciò di casa quel giorno stesso, con indescrivibile gioia di Savél’ič. E con ciò ebbe fine la mia educazione.

(traduzione di Bruno Osimo, Mondadori 2012)

EDUCAZIONE FRANCESE ED EDUCAZIONE RUSSA   All’epoca in cui è ambientato il romanzo, tra il 1773 e il 1775, i giovani aristocratici russi venivano spesso istruiti da precettori francesi. L’educazione di Pëtr, però, è una vera e propria parodia di questo modello: il suo maestro infatti non gli insegna nulla e pensa soltanto a bere. Dall’altra parte, il padre di Pëtr ci viene presentato subito come un uomo ottuso e violento: pronto ad abbandonare (o uccidere) un’eventuale figlia femmina, autoritario e dispotico nel rapporto coi servitori («In quel periodo papà mi prese un francese», dice Pëtr, e il verbo prendere – che si usa con gli animali domestici – dice più di una lunga descrizione). È il perfetto emblema dell’aristocrazia zarista: e il conflitto tra Pëtr e questo rappresentante dell’establishment sarà uno dei motivi ricorrenti del romanzo.
Dato che Pëtr non ha voglia di studiare, i genitori lo spediscono a fare il servizio militare in un luogo dove non avrà distrazioni, una fortezza sperduta ai confini della Russia. Durante il viaggio sarà scortato dal servitore Savél’ič, che, con la sua schiettezza e il suo senso pratico, incarna, come la njanja di Tatiana nel romanzo Eugenio Oneghin, “l’anima russa”, e che diventa per Pëtr (più avanti definito “Don Chisciotte della Belogòrskaja”) una sorta di Sancio Panza materialista e sfacciato. Ancora una volta, dunque, l’eroe si trova in qualche modo “a metà” tra un mondo moderno e occidentalizzato, verso il quale lo spinge l’educazione ricevuta dai genitori, e un mondo più arcaico, ingenuo e popolare, la cui saggezza risuona nelle parole e nei consigli di Savél’ič.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Come in tutte le famiglie aristocratiche, il piccolo Pëtr ha il destino segnato: che cosa hanno deciso, i suoi genitori, per lui? A quale carriera lo vogliono avviare?



2. Perché i genitori del protagonista decidono di reclutare un precettore francese? Cosa faceva un precettore, nelle case aristocratiche?



ANALIZZARE


3. Chi sono i cosacchi dei quali parla La figlia del Capitano?



INTERPRETARE


4. Quella descritta da Puskin è la vita di un giovane aristocratico in età zarista. Chi erano gli zar? Qual era la situazione politica della Russia nella prima metà dell’Ottocento?



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  1. me: la storia è narrata in prima persona da Grinëv, il protagonista.
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  3. papà ... così: evidentemente, il padre voleva un figlio maschio, e una femmina sarebbe stata abbandonata o uccisa.
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  5. borzój: levriero russo.
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  7. mos’è: storpiatura di monsieur, in francese “signore”.
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  9. pour être outchitel: per fare l’insegnante. Učìtel’, in russo “insegnante”, viene pronunciato alla francese.
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