Anonimo

Lazarillo de Tormes

L’incontro con lo scudiero

Dopo le avventure con i suoi primi due padroni, un cieco e un prete avarissimo, Lazarillo cerca miglior fortuna nella città di Toledo. Mentre chiede l’elemosina di porta in porta, si imbatte in uno scudiero ben vestito che gli propone di entrare al suo servizio. Lazarillo accetta, ma presto scopre che sotto quell’aria signorile si nasconde un disgraziato nullatenente. Nel brano seguente viene descritta la prima giornata che Lazarillo passa con lo scudiero, e la rapida transizione dalla gioia (finalmente qualcuno che gli darà da mangiare) alla delusione più cocente.

Mentre me ne andavo così di porta in porta, con ben poco profitto perché ormai la carità se n’era andata in cielo, volle Dio che mi imbattessi in uno scudiero che passeggiava per la strada, decentemente vestito, ben pettinato, con passo e portamento dignitosi. Lui guardò me, io lui e mi disse:
«Ragazzo, cerchi padrone?».
Io gli dissi:
«Sì, signore».
«Allora vienimi dietro», mi rispose, «ché Dio t’ha fatto la grazia di incontrarmi. Devi aver detto qualche buona orazione oggi».
Lo seguii ringraziando Dio per quello che gli avevo sentito dire e anche perché, a giudicare dall’aspetto, mi sembrava che fosse proprio la persona che faceva al caso mio.
Era di mattina quando incontrai questo mio terzo padrone e lo seguii per gran parte della città. Passavamo per i mercati dove vendevano pane e altre cibarie e io pensavo, speravo anzi, che mi caricasse della roba che vendevano, perché era l’ora giusta per provvedersi del necessario; ma lui tirava dritto a passo svelto senza curarsi di quelle cose.
«Forse qui non vede niente che lo soddisfi», pensavo, «e vorrà fare la spesa da qualche altra parte».
E così camminammo finché dettero le undici. Allora entrò nella cattedrale, e io dietro, e lo vidi sentir messa e gli altri uffici divini molto devotamente finché tutto fu finito e la gente se ne andò. Allora uscimmo anche noi dalla chiesa.
A passo spedito ci incamminammo per una strada. Io ero al settimo cielo nel vedere che non ci eravamo preoccupati di cercare da mangiare. Consideravo che di sicuro il mio nuovo padrone era uomo che si approvvigionava all’ingrosso1 e che il pranzo doveva essere già in tavola, e proprio come io lo desideravo; anzi come ne avevo assoluto bisogno.
A quel punto l’orologio suonò l’una del pomeriggio e arrivammo ad una casa davanti alla quale il mio padrone si fermò, e io con lui. Scostando maestosamente un lembo del mantello sulla spalla sinistra estrasse una chiave dalla manica, aprì la porta ed entrammo. La casa aveva un ingresso talmente oscuro e lugubre da incutere timore a chiunque c’entrasse, anche se all’interno c’era un piccolo patio2 e stanze decenti.
Come entrammo si tolse il mantello e, dopo avermi chiesto se avevo le mani pulite, lo scuotemmo e ripiegammo, poi soffiò con cura su un sedile di pietra che stava lì in casa e ce lo posò sopra. Fatto questo, vi si sedette accanto e mi chiese dettagliatamente da dove venivo e come ero giunto in quella città.
Io gli fornii un resoconto più lungo di quanto avrei voluto, perché l’ora mi sembrava più conveniente per apparecchiare la tavola e versare la zuppa che per perdere il tempo in chiacchiere. Tuttavia lo soddisfeci circa la mia persona con le migliori bugie che seppi inventare, descrivendo le mie virtù e tacendo il resto, ché non mi sembrava opportuno parlarne. Dopo di che rimase per un po’ immobile e io vidi subito che era un brutto segno, perché ormai erano quasi le due e non scorgevo in lui più entusiasmo per il pranzo di quanto ne potesse avere un morto.
Consideravo poi quel mantenere la porta chiusa a chiave e il fatto di non sentire nella casa, né al pianterreno né a quello di sopra, passi di persona viva. Tutto ciò che avevo notato erano pareti, ma non si vedeva un sedile o un seggiolino, né una panca o un tavolo, e neppure una certa cassa, come quella di una volta. Insomma, sembrava una casa stregata. Mentre ce ne stavamo così mi chiese:
«Tu, ragazzo, hai mangiato?».
«No, signore», dissi io; «ché non avevano dato ancora le otto quando ho incontrato Vostra Signoria».
«Beh, anche se era così presto io avevo già fatto colazione, e ti faccio sapere che quando mangio qualcosa di mattina resto così fino a sera. Quindi arrangiati come puoi, ché poi ceneremo».
Vostra Signoria può ben credere che quando udii ciò poco mancò che cadessi a terra svenuto, e non tanto per la fame, quanto perché era ormai chiaro che la sorte mi era definitivamente contraria. Mi vennero in mente tutte insieme le mie passate sventure e piansi di nuovo tutte le mie disgrazie. Mi tornarono in quel momento alla memoria i dubbi che mi venivano quando pensavo di lasciare il prete, quando dicevo che, per quanto fosse taccagno e pidocchioso, avrei potuto avere la sfortuna di imbattermi in uno ancora peggiore3. Infine, lì piansi il mio doloroso passato e la mia prossima e ormai vicina morte.

UN RACCONTO IN PRESA DIRETTA Ecco un buon esempio della tecnica attraverso la quale l’autore del romanzo costruisce il punto di vista del narratore. Tutto, qui, è visto “in presa diretta”, attraverso l’occhio del protagonista: «Il Lázaro autore evoca ciò che viene percepito dal Lázaro protagonista, nell’atto stesso della sua percezione» (F. Rico). Vale a dire che il Lázaro-narratore, che sa bene – mentre scrive la sua autobiografia – chi è veramente lo scudiero (un poveraccio!), racconta l’intero episodio ricreando la percezione del Lázaro-personaggio in quel momento, quando cioè egli era totalmente ignaro del fatto che lo scudiero fosse un miserabile. Ma in che modo l’autore riesce a ricreare la percezione del suo alter ego giovanile? Rileggiamo il brano stando attenti a quei tratti che servono a esprimere la soggettività della prospettiva di Lazarillo.

LA TECNICA NARRATIVA: UN CONTINUO TRADIMENTO DELLE ATTESE Il protagonista e il suo nuovo padrone, «uno scudiero […] decentemente vestito, ben pettinato», camminano per le strade di Toledo, una mattina d’estate. Il ragazzo non sa nulla del suo nuovo conoscente; accetta di servire lo scudiero perché l’abito e il portamento sembrano corrispondere a una buona posizione sociale. Passando per il mercato, Lázaro spera che il padrone si fermi a comprare il cibo per il pranzo, ma lo scudiero tira dritto. Allora Lázaro pensa, soddisfatto: «Forse qui non vede niente che lo soddisfi […] e vorrà fare la spesa da qualche altra parte»; più tardi, quando si rende conto che non si sono affatto preoccupati di cercare da mangiare, Lázaro congettura: «Consideravo che di sicuro il mio nuovo padrone era uomo che si approvvigionava all’ingrosso». Dopo aver partecipato alla messa mattutina, la coppia cammina «A passo spedito […] per una strada». Lazarillo è «al settimo cielo», credendo «che il pranzo doveva essere già in tavola». Quindi arrivano «ad una casa» – dettaglio molto sottile: Lázaro infatti non può ancora dire “a casa“, perché ignora che sarà la sua – «davanti alla quale il mio padrone si fermò, e io con lui». Lo scudiero apre la porta scoprendo «un ingresso […] oscuro e lugubre»; con calma depone i vestiti e chiede a Lázaro informazioni sul suo passato. Il servo lo compiace con menzogne adeguate alla circostanza, desideroso di «apparecchiare la tavola e versare la zuppa». Terminata la chiacchierata, rintoccano le due e Lazarillo comincia a preoccuparsi sul serio: ricorda che la porta era chiusa, che non ha sentito «passi di persona viva» per la casa e che mancano perfino i mobili. La domanda dello scudiero lo sottrae alle sue meditazioni: «Tu, ragazzo, hai mangiato?». L’immediata replica al suo «No, signore» mette fine a ogni speranza: «arrangiati come puoi, ché poi ceneremo». Lázaro capisce di colpo che il suo terzo padrone è tanto povero quanto i primi due, e capisce che gli toccherà ancora digiunare. Ecco che allora, improvvisamente, tutto ciò che Lázaro ha visto e sentito acquista un senso diverso: l’indifferenza al «pane e [alle] altre cibarie», dovuta alla povertà, la porta chiusa (perché in casa non ci sono servitori), le camere nude, il silenzio… I fatti e gli oggetti che fino a quel momento si presentavano neutri, non connotati, si rivelano a Lázaro – e al lettore, che ha visto tutta la scena attraverso lo sguardo di Lázaro, e ne ha condiviso le attese – per quello che veramente erano: l’annuncio di nuove tribolazioni.

Esercizio:

Laboratorio

ANALIZZARE

1 Individua e sottolinea nel testo le espressioni che mettono in luce la condizione – sociale e morale – di Lazarillo.

2 Metti in rilievo gli elementi alla luce dei quali è possibile dedurre qual è lo status sociale dello scudiero. Su quali dettagli si sofferma il narratore?

3 In quale punto il narratore usa il procedimento dell’iperbole?

CONTESTUALIZZARE

4 La fame cronica, il continuo e spasmodico tentativo di “sbarcare il lunario” sono connotati dei personaggi “da commedia” fin dalle origini della letteratura. Costruisci un percorso diacronico che comprenda testi (commedie classiche, novelle) o figure letterarie e/o storiche (il servus della commedia romana, il clericus vagans medievale, il giullare, l’attore di strada) caratterizzate in tal senso. Puoi preparare una relazione scritta, una presentazione multimediale o una relazione orale.

Stampa
  1. ingrosso: comprare all’ingrosso era ciò che si faceva nelle grandi case signorili, dove abbondava la servitù.
  2. patio: ampio cortile interno, caratteristico delle case spagnole.
  3. prete … peggiore: Lazarillo allude al suo secondo padrone, un prete spilorcio che nascondeva il cibo in una cassaforte facendogli patire la fame, e alle disavventure vissute in sua compagnia (e raccontate nel capitolo precedente).