Giannozzo Manetti

De dignitate et excellentia hominis

L’uomo è un essere meraviglioso

Proprio per confutare le argomentazioni di Innocenzo III il fiorentino Giannozzo Manetti scrisse, alla metà esatta del Quattrocento, i quattro libri De dignitate et excellentia hominis (“Sulla dignità e l’eccellenza dell’uomo”; 1450-1451), un trattato che – pur senza tentazioni pagane – esalta il corpo umano, le sue doti e i suoi piaceri, la posizione centrale dell’uomo nel creato e il suo attivo operare nel mondo, che perfeziona l’operato del Creatore.

Il già ricordato Innocenzo compose uno specifico trattato intitolato Sulla miseria della condizione umana, in cui ha riunito molti argomenti, cominciando dalla prima origine del nascere e proseguendo fino all’ultima fine, di questi abbiamo scelti quelli che ci sono sembrati più degni di menzione e più adatti al nostro proposito di una piena confutazione. Egli, dunque, dopo avere parlato della vile e putrida concezione dell’embrione, aggiunge che «Tutti, quando si nasce, quando ancora non possiamo essere infetti e viziati a causa dell’età, maschi e femmine, si piange e si geme con queruli lamenti per esprimere la certa e verace miseria della nostra natura» [...].

Se non fossimo troppo queruli [cioè lamentosi] e troppo ingrati e ostinati e delicati, dovremmo riconoscere e dichiarare che in questa nostra vita quotidiana possediamo molti più piaceri che non molestie. Non c’è infatti atto umano, ed è mirabile cosa, sol che ne consideriamo con cura e attenzione la natura, dal quale l’uomo non tragga almeno un piacere non trascurabile: così attraverso i vari sensi esterni, come il vedere, l’udire, l’odorare, il gustare, il toccare, l’uomo gode sempre piaceri così grandi e forti, che taluni paiono a volte superflui ed eccessivi e soverchi. Sarebbe infatti difficile a dirsi, o meglio impossibile, quali godimenti l’uomo ottenga dalla visione chiara ed aperta dei bei corpi, dall’ascolto di suoni e sinfonie e armonie varie, dall’odore dei fiori e di simili cose profumate, dal gustare cibi dolci e soavi, e infine dal toccare cose morbidissime. E che diremo degli altri sensi interni? Le parole non bastano a spiegare quando piacere possa portare quel senso che i filosofi chiamano comune nel determinare le differenze delle cose sensibili; o qual piacere ci dia la varia immagi­nazione delle diverse sostanze e accidenti, o il giudicare, il ricordare, e infine l’inten­dere, quando prendiamo a immaginare, comporre, giudicare, ricordare ed intendere le cose già apprese mediante qualche senso particolare. Perciò se gli uomini nella vita gustassero quei piaceri e quei diletti, piuttosto che tormentarsi per le molestie e gli affanni, dovrebbero rallegrarsi e consolarsi invece di piangere e di lamentarsi, soprat­tutto poi avendo la natura fornito con larghezza copiosa numerosi rimedi del freddo, del caldo, della fatica, dei dolori, delle malattie; rimedi che sono come sicuri antidoti di quei malanni, e non aspri, o molesti, o amari, come spesso suole accadere con i farmaci, ma piuttosto molli, grati, dolci, piacevoli. A quel modo infatti che quando mangiamo e beviamo, mirabilmente godiamo nel soddisfare la fame e la sete, così ugualmente ci allietiamo nel riscaldarci, nel rinfrescarci, nel riposarci [...].

In tal modo tutte le opinioni e le sentenze sulla fragilità, il freddo, il caldo, la fati­ca, la fame, la sete, i cattivi odori, i cattivi sapori, visioni, contatti, mancanze, veglie, sogni, cibi, bevande, e simili malanni umani; tutte, insomma, tali argomentazioni appariranno frivole, vane, inconsistenti a quanti considereranno con un po’ più di diligenza e di accuratezza la natura delle cose.

IL DISPREZZO PER LA CORPOREITÀ NEL MEDIOEVO  Il Medioevo cristiano aveva sempre guardato al corpo umano come a qualcosa di basso, sporco, peccaminoso. Nel suo trattato Sul disprezzo del mondo, Innocenzo III aveva per esempio passato in rassegna, come riassume Manetti, «la nudità, i pidocchi, gli sputi, l’orina, le feci, la brevità della vita, la vecchiaia, le varie fatiche e dolori dei mortali, i diversi affanni degli uomini, la morte incombente, i molteplici generi di tormenti e i molti simili malanni del corpo umano». Davvero, non un bel quadro... Del resto, quasi tutte le fedi religiose tendono a privilegiare le virtù dello spirito e a guardare con sospetto i piaceri del corpo (in quanto allontanano, appunto, dalla perfezione spirituale).

ESSERE FATTI DI CARNE E SANGUE  Ebbene, gli intellettuali del Quattrocento cominciano a mettere in discus­sione questo modo di vedere le cose. Essere fatti di carne e sangue era, per Innocenzo III come per molti pensatori cristiani, una disgrazia, perché di lì derivavano i dolori e i peccati. Manetti la pensa diversamente: l’eccellenza dell’uomo tra gli animali – osserva – non è legata solo alla sua superiore intelligenza e sensibilità ma anche alla sua capacità di provare piacere: «Perciò se gli uomini nella vita gustassero quei piaceri e quei diletti, piuttosto che tormentarsi per le molestie e gli affanni, dovrebbero rallegrarsi e consolarsi invece di piangere e di lamentarsi» (righe 24-26). È una magnifica dichiarazione di fiducia nella vita. A noi oggi può sembrare scontata, perché siamo portati a pensare ai piaceri materiali come a cose positive (e anche perché le nostre vite sono molto più comode, sicure e lunghe di quelle che si vivevano al tempo di Innocenzo III o di Manetti); ma non è affatto scontata, se la mettiamo accanto a quel disprezzo per le cose del mondo che molti pensatori cristiani avevano predicato nel corso del Medioevo. L’aria sta cambiando, essere fatti di carne e sangue non è più una condanna ma è (anche) una meraviglia, e una pagina come questa di Manetti è la testimonianza di questo mutamento nella visione del mondo. Un poeta francese dell’Ottocento, Lautréamont (1846-1870), scrisse: «Non conosco altra grazia se non quella di essere nati. Uno spirito imparziale la trova completa». Manetti non avrebbe detto, probabilmente, che questa è l’unica grazia che tocchi agli uomini (perché credeva anche in una grazia ultraterrena), ma certo avrebbe sottoscritto l’opinione che essere venuti al mondo è una splendida cosa.

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. In che cosa consiste l’importanza del “corpo” e dei sensi secondo Manetti?



2. Manetti fa una distinzione fra sensi esterni e sensi interni. Che cosa intende con queste espressioni?



3. Il testo presenta parallelismi e antitesi nella struttura di alcune frasi. Individua i più significativi.



INTERPRETARE


4. In età medievale l’apprezzamento per il “mondo” aveva trovato una voce nel Cantico delle creature di san Francesco. Rileggi il Cantico e mettilo a confronto con il testo di Giannozzo Manetti: quali sono le analogie e le differenze più evidenti nel messaggio dei due autori?



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