Vasilij Grossman

Tutto scorre

Maša sente una canzone alla radio

Le pagine che seguono sono tratte dal tredicesimo capitolo del libro, e sono insieme strazianti e meravigliose. Ci troviamo in un gulag femminile nella regione della Kolyma, e al centro della scena c’è Maša, una giovane donna che, insieme al marito, e senza alcun motivo plausibile, è stata accusata di tradimento della patria, e – come scrive Grossman – sprofondata «per novemila chilometri […] fino al sepolcro della notte siberiana». Sua figlia Julja, di tre anni, le è stata tolta e messa in un orfanotrofio. 

Tutte queste donne – pure o cadute, esauste o con sette spiriti – vivevano nel mondo della speranza. Una speranza ora sveglia, ora sopita, ma che non le abbandonava mai. Anche Maša sperava – d’una speranza tormentosa; ma la speranza permette di respirare anche quando tormenta. Dopo il regime duro dell’inverno siberiano, lungo come una condanna al lager, era arrivata una pallida primavera, e Maša era stata mandata, insieme ad altre due donne, a riparare la strada che portava alla «cittadina socialista» dove abitavano, in villette di legno, i comandanti del lager e il personale salariato. Da lontano le era parso di scorgere, alle alte finestre, le sue tendine di quando abitava sull’Arbat1, e la sagoma del ficus. Vide una fanciullina con la cartella di scuola salire i gradini del ballatoio esterno ed entrare nella casa del dirigente amministrativo del lager a regime duro. La guardia di scorta aveva detto: «Ehi tu! Sei venuta a vedere il cinema?». Quando poi, alla luce del crepuscolo, tornarono al lager, verso il deposito della segheria, la radio di Magadan prese a suonare. Maša e le due donne che con lei si trascinavano, scalpicciando nel fango, misero giù le pale e si fermarono. Sullo sfondo del cielo scolorito si rizzavano le torri di vedetta, e in esse, come mosconi intirizziti, stavano le sentinelle nei loro neri pellicciotti a vita, mentre le tozze baracche sembravano essere spuntate dalla terra, incerte se rientrarvi nuovamente. La musica non era triste, era una musica allegra, da ballo, e Maša cominciò a piangere, ascoltandola, come le pareva di non avere mai pianto in vita sua. Anche le due donne al suo fianco – una di loro era una dekulakizzata2, la seconda invece era una di Leningrado, anziana, con gli occhiali dalle lenti screpolate – piangevano, ritte accanto a Maša. E sembrava che le screpolature sulle lenti degli occhiali fossero segni lasciati dalle lacrime. L’uomo di scorta rimase interdetto: le detenute piangevano di rado, i loro cuori erano rappresi dal gelo, come la tundra. Con una spinta alla schiena l’uomo le sollecitò:

«Basta adesso, piantatela, andate a farvi fottere, donnacce, ve lo chiedo come un favore». Seguitava a guardarsi attorno, mai gli sarebbe venuto in mente che le donne piangevano a causa della radio.

Maša stessa, del resto, non capiva perché il suo cuore si fosse improvvisamente riempito d’angoscia e disperazione; come se tutto ciò che era accaduto nella sua vita si fosse unito in un solo groppo: l’amore della mamma, l’abito di lana a quadretti che le stava così bene, Andrjuša, i bei versi, il grugno del giudice istruttore, l’aurora con l’improvviso scintillio del sole sul mare azzurro, a Kelasuri, vicino a Suchum, il chiacchiericcio di Jul’ka, Semisotov, le vecchie monache, gli sfrenati litigi delle donne-uomo3, angoscia che le veniva dal fatto che la caposquadra, socchiudendo gli occhi aveva preso a fissare lo sguardo su Maša, allo stesso modo con cui la guardava Semisotov. Perché mai, d’un tratto, al suono allegro di quella musica da ballo ella aveva cominciato a sentire così intensamente sulla pelle la sporcizia della camicia, e le scarpe pesanti come rozzi ferri da stiro, il puzzo di sudore della giubba; perché all’improvviso, fendendole il cuore come un rasoio, quella domanda: perché, perché era capitato a lei, Maša, perché proprio a lei quel freddo gelido, quella depravazione spirituale, quella progressiva accettazione del suo destino di ergastolana? La speranza, che sempre le era gravata sul cuore con il suo vivo peso, era scomparsa, morta. Al gaio suono di quella musica da ballo Maša aveva perduto per sempre la speranza di rivedere Julja, smarrita tra gli orfanotrofi, gli istituti per l’infanzia abbandonata, le colonie, gli asili, nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Al gaio suono di quella musica ballavano i ragazzi, nelle case dello studente e nei club studenteschi. E Maša capì che suo marito non si trovava in nessun posto, che era stato fucilato, e che lei non l’avrebbe rivisto mai più.

Ed ella rimase senza speranza, assolutamente sola… Mai avrebbe riveduto Julja, né oggi, né da vecchia con i capelli bianchi, mai. Dio, Dio, abbi misericordia di lei; Signore, abbine pietà, proteggila Tu. Un anno dopo Maša uscì dal lager. Prima di tornare in libertà essa giacque sull’assito di legno d’abete di una gelida baracca seminterrata; nessuno la sollecitava perché andasse al lavoro, nessuno la insultava; gli inservienti della baracca sanitaria distesero Maša Ljubimova in una cassa rettangolare fatta di assi inchiodate, di quelle che il reparto tecnico di controllo aveva scartato, gettarono un ultimo sguardo al suo viso – v’era in esso un’espressione di dolce estasi infantile e di sbigottimento, quella stessa con cui aveva ascoltato, nei pressi della segheria, quella gaia musica, dapprima rallegrandosi, e poi comprendendo di non avere più speranza. E Ivan Grigor’evic pensò che ai lavori forzati della Kolyma non c’era parità di diritti fra uomini e donne – che per gli uomini il destino era, malgrado tutto, meno penoso.

LA PERDITA DELLA SPERANZA   Fino alla frase «la radio di Magadan prese a suonare» Grossman racconta una storia banale, per quanto drammatica. È iniziata una pallida primavera, e la vita nel gulag si fa un po’ più leggera. Maša e due altre carcerate vengono mandate a riparare la strada che porta al villaggio. Mentre sbrigano il lavoro, Maša guarda le finestre di uno dei villini di legno che ospitano gli ufficiali e si ricorda della sua casa sull’Arbat, una delle strade principali di Mosca. Ma questo non la commuove. Il capovolgimento, l’ingresso nella tragedia, non è dato da una memoria dolorosa, dall’involontario confronto tra la sua vita passata e quella presente, ma da un dettaglio piacevole: una radio che si mette a suonare un motivetto allegro. A questo suono, come se si fossero messe d’accordo, Maša e le altre due donne mettono giù le pale e cominciano a piangere, e a farle smettere non servono neppure le minacce delle guardie. «Sembrava – scrive Grossman in una frase di mirabile forza emotiva – che le screpolature sulle lenti degli occhiali fossero segni lasciati dalle lacrime». Che cos’è successo? Che questo frammento di dolcezza, apparso per caso in mezzo alla disumanità del gulag, ha fatto crollare il muro che Maša e le altre si sono costruite attorno per proteggersi dall’orrore di cui ogni giorno sono testimoni. La violenza (il freddo, la fame, le botte, «gli sfrenati litigi delle donne-uomo», cioè delle lesbiche che comandano nel gulag) non era bastata ad abbattere quel muro; ci voleva qualcosa di bello – e quindi ditotalmente estraneo al mondo del gulag – perché le condannate “prendessero coscienza” e, intanto, si vedessero dall’esterno: abbrutite, luride, puzzolenti. Questa visione dall’esterno porta con sé una chiarezza che prima non c’era, e cancella la speranza: Maša capisce che non rivedrà mai più né suo marito, certamente fucilato, né sua figlia Julja: «né oggi, né da vecchia con i capelli bianchi, mai». Da allora, Maša cessa di combattere: e un anno dopo esce dal gulag, ma in una bara. 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Riassumi il contenuto del brano in cinque righe.



2. Maša si trova dentro un gulag femminile, quando prende coscienza della sua condizione. Ma che cosa sono i gulag? Esistono ancora?



CONTESTUALIZZARE


3. Grossman dedica grande attenzione ai particolari (per esempio: le lenti degli occhiali screpolate). Perché? Qual è la loro funzione all’interno del racconto? Fai qualche esempio e commentalo.



CONTESTUALIZZARE


4. Raccogli informazioni sul gulag di Kolyma di cui parla Grossman: dov’era? Quanti prigionieri ci sono passati e ci sono morti? Chi ne ha raccontato la storia?



INTERPRETARE


5. «Ivan Grigor’evic pensò che […] per gli uomini il destino era, malgrado tutto, meno penoso». Perché per le donne la sofferenza è maggiore?



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  1. Arbat: una delle strade principali di Mosca.
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  3. dekulakizzata: deportata. I kulaki erano i contadini benestanti che, dopo aver preso il potere in Unione Sovietica, Stalin fece incarcerare e uccidere: dekulakizzazione significa appunto "eliminazione di kulaki".
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  5. donne-uomo: le lesbiche che comandano nel gulag.
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