Giacomo da Lentini

Poesie

Meravigliosamente: se l’amante è timido...

Non dobbiamo pensare che i sentimenti e le emozioni degli scrittori antichi fossero troppo diversi da quelli che proviamo noi oggi. Amare significa essere deboli, incerti, timidi: perché la nostra felicità o la nostra infelicità dipendono da un’altra persona. In questa canzone , Giacomo da Lentini mette in versi appunto questa paura e questa speranza: ama, ma teme di confessare il suo sentimento per paura di essere respinto; prega allora la donna di guardarlo, e dai segni che Amore ha impresso sul suo volto capirà quanto la ama.

Meravigliosamente
un amor mi distringe1 
e mi tene ad ogn’ora2.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura3,
così, bella, facc’eo4,
che ’nfra lo core5 meo
porto la tua figura6.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete7,
e non pare di fore8.
O Deo, co’ mi par forte9.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo10 di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso11 
e non vi mostro amore12.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura13,
bella14, voi simigliante,
e quando voi non vio15,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante16.

Al cor m’arde una doglia17,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso18,
e quando più lo ’nvoglia,
allora arde più loco
e non pò stare incluso19:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso20.

S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare21.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare22;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio23,
tanto bella mi pare24.

Assai v’aggio25 laudato,
madonna, in tutte parti
di bellezze ch’avete26.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia27 per arti28,
che voi pur v’ascondete29.
Sacciatelo per singa30,
zo ch’eo no dico a linga31,
quando voi mi vedrite.

Canzonetta novella32,
va’ canta33 nova34 cosa;
lèvati da maitino35
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa36,
bionda più c’auro fino37:
«Lo vostro amor, ch’è caro38,
donatelo al Notaro39
ch’è nato da Lentino40».

 

 

Metro: canzone di sette strofe, ciascuna composta da nove settenari secondo lo schema ritmico abc abc (fronte) ddc (sirma). Da notare le rime siciliane (ora, pintura, figura), (porti, forte), (ascoso, incluso, amoroso) e (avete, ascondete, vedrite). Da notare anche la presenza dell’artificio retorico che in provenzale si chiama coblas capfinidas41*.

PRIMA ANCORA DELL’AMORE Meravigliosamente... Difficile immaginare un inizio migliore. Sette sillabe che fissano subito l’atmosfera della poesia e ci dicono che quella che segue è una dichiarazione di gioia, amore e gratitudine. Ma gli amori dei poeti antichi sono sempre contrastati, e questo non fa eccezione. Di solito, l’ostacolo all’amore è dato dalla resistenza, dalla ritrosia della donna (è un topos di tutta la lirica romanza: l’uomo che desidera e prega, la donna che si sottrae al desiderio e alle preghiere). Ma qui in realtà ci troviamo prima della dichiarazione d’amore, o meglio: questa canzone è la dichiarazione d’amore che, sino a ora, il poeta non è riuscito a pronunciare a causa della sua timidezza. Non è dunque sbagliato leggere questa poesia come una lettera, nella quale chi scrive confessa per la prima volta i suoi sentimenti a chi legge. E che si tratti di una poesia-lettera lo conferma il finale, nel quale l’autore si firma (cosa rarissima nella poesia italiana antica) attraverso una perifrasi: date il vostro amore – dice – «al Notaro / ch’è nato da Lentino».

UN CONTENUTO ORIGINALE Se la forma del testo è interessante e originale, altrettanto bisogna dire del suo contenuto. Perché Giacomo mette in scena un vero e proprio teatro della timidezza. Come un adolescente (e può darsi benissimo che Giacomo lo fosse, quando scriveva questi versi) è vergognoso, cioè appunto timido, guarda di nascosto la donna che ama, e non ha il coraggio di mostrarle il suo amore, tanto che si domanda se lei almeno sia al corrente del suo sentimento (e lo fa con una frase quasi goffa: «Non so se lo sapete...»). Non riuscendo a parlarle, a manifestarsi, s’inventa un surrogato: un’immagine di lei che porta nel cuore, in segreto (è il motivo svolto nelle prime due stanze). Ma poi (terza stanza) questa immagine immateriale diventa – con un’originalissima invenzione poetica – un’immagine reale, un dipinto: a tal punto ha bisogno di vederla che ha dipinto il suo ritratto, e lo tiene lì come un’icona sacra, contemplandolo quando lei è altrove. Neppure questo però è sufficiente a spegnere il fuoco della sua passione, che anzi arde più forte quanto più egli cerca di nasconderlo (quarta stanza); e anche la visione di lei finisce per rivelarsi causa di nuova angoscia (quinta stanza). Non resta che pregarla di “non nascondersi più”, cioè di concedersi agli occhi dell’amante, e di osservarlo a sua volta, per capire – dal volto, non dalle parole che non riesce a dire – quanto è innamorato (sesta stanza).

TUTTI SETTENARI Dal punto di vista formale va osservata soprattutto la struttura metrica del testo: tutti settenari. Nelle prossime pagine leggeremo altre canzoni medievali, ma vedremo che nessuna ha una struttura così leggera, e nessuna ha un tono così cantabile (perciò Giacomo la chiama, nel finale, canzonetta): è come se la dolcezza del contenuto – una dichiarazione d’amore appassionata, fiduciosa, non tragica – avesse influenzato il poeta nella scelta del metro. Ogni stanza, nella sua brevità, racchiude un significato compiuto (non ci sono cioè stanze che non si concludano al nono verso), e tre su sette sono impreziosite da similitudini: quella tra il pittore che imita un modello e l’amante che chiude nel cuore l’immagine dell’amata; quella tra il cristiano che crede senza vedere l’oggetto della sua fede e l’amante che contempla l’immagine dipinta dell’amata; quella tra l’uomo che cerca di spegnere il fuoco e invece lo attizza e l’amante che cerca di spegnere il fuoco della passione. 

LE FORME MERIDIONALI Il lessico è, come sempre in Giacomo da Lentini, ricco di forme meridionali come vio (“vedo”), ancosciare, conoscio; e la stessa origine ha il sintagma va’ canta, o forme come aggio e aggia (per “abbia”), che penetreranno poi anche nella lingua poetica toscana e italiana. Dato che Giacomo è siciliano, sono tratti che appartengono al suo volgare nativo, e quindi non devono stupire (semmai può stupire che ce ne siano così pochi: ma ciò è dovuto al fatto che noi leggiamo la poesia siciliana in forma toscanizzata).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto di ogni singola strofa con una parola o una breve frase. 

2 Attraverso quali immagini è espresso, nei primi versi, il sentimento dell’amore? 

ANALIZZARE

3 Le prime due strofe sono particolarmente ricche di allitterazioni, giochi di parole, antitesi. Indica alcuni di questi artifici retorici. 

INTERPRETARE 

4 L’Analisi del testo parla di “lessico” della timidezza. Prova a trovare nel testo le parole e le frasi che rimandano a questo tratto caratteriale. 

5 L’ultima strofa contiene un messaggio rivolto direttamente alla canzone che si sta concludendo. È un procedimento originale o si tratta di un luogo comune nella lirica delle origini? Documentati cercando le definizioni di “congedo” o “invio” sul dizionario o sull’enciclopedia.

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  1. distringe: lega.
  2. mi ...  ogn’ora: mi imprigiona, mi tiene legato sempre.
  3. Com’om ... pintura: come chi osserva con attenzione un modello (exemplo) dipinge una copia simile a quello.
  4. facc’eo: faccio io.
  5. che ... core: che dentro al cuore.
  6. figura: immagine.
  7. pinta ... parete: dipinta così come apparite.
  8. e ... di fore: e (la vostra immagine, che porto nel cuore) non traspare all’esterno.
  9. co’ ... forte: come mi sembra crudele.
  10. con’ v’amo: come vi amo.
  11. ca ... ascoso: che vi guardo soltanto (pur) di nascosto.
  12. e ... amore: e non vi faccio vedere quanto vi amo.
  13. dipinsi una pintura: il poeta, amando la donna ma non avendo il coraggio di confessarsi a lei, né di guardarla, dice di aver dipinto il suo ritratto, per poterla contemplare in libertà. 
  14. bella: vocativo rivolto alla donna amata.
  15. vio: vedo.
  16. come ... inante: al modo in cui fa chi pensa di salvare la sua anima grazie alla fede, benché di questa fede non veda l’oggetto davanti a sé (vale a dire: come chi crede in Dio, anche se Dio non può vederlo).
  17. doglia: dolore.
  18. a lo ... ascoso: nascosto nel petto.
  19. e quando ... incluso: e quando più lo tiene nascosto (’nvoglia, “avvolge”), proprio allora, lì (loco, avverbio), quel fuoco brucia, e non può (più) stare rinchiuso, deve erompere.
  20. amoroso: che suscita amore.
  21. risguardare: guardare un’altra volta.
  22. facemi ancosciare: mi mozza il respiro, mi dà l’affanno (ancosciare e poi ancoscio sono forme siciliane).
  23. a ... conoscio: mi riconosco appena.
  24. tanto ... pare: tanto bella mi appari.
  25. aggio: ho.
  26. in tutte ... ch’avete: due sono le interpretazioni possibili: la prima è “per tutte le bellezze che voi avete”; la seconda: “vi ho lodato ovunque, con tutti, per le vostre bellezze” (questa seconda lettura è forse preferibile alla luce di ciò che segue, dato che il poeta fa entrare in scena gli “altri”, quelli che sanno del suo amore).

     
  27. Non so ... arti: non so se vi hanno raccontato che io sono un simulatore, che il mio amore non è grande come dico.
  28. per arti: ad arte, in modo artificioso.
  29. pur v’ascondete: continuate a nascondervi.
  30. Sacciatelo per singa: comprendetelo attraverso i segni esteriori, per i segni (dovuti all’amore) che porto su di me. Singa (“segni”) e poi linga (“lingua”) sono forme meridionali.
  31. zo ... linga: ciò (zo) che non dico con le parole (insomma, il poeta prega la donna non di ascoltarlo ma di guardarlo: dal suo aspetto capirà quanto la ama).
  32. novella: nuova, appena scritta.
  33. va’ canta: va’ a cantare (perifrasi per l’imperativo usuale nel dialetto siciliano).
  34. nova: nel senso latino di “inaudita, straordinaria”.
  35. lèvati da maitino: alzati di buon’ora.
  36. fiore ... amorosa: la migliore di tutte le ragazze che ispirano amore.
  37. auro fino: oro zecchino.
  38. ch’è caro: che è prezioso.
  39. Notaro: il poeta si firma, indicando prima la sua mansione professionale (notaio), poi il suo luogo di nascita.
  40. ch’è ... Lentino: che è originario di Lentini (una cittadina nella piana di Catania).
  41. *Coblas capfinidas

    La definizione deriva dal fatto che nelle strofe (coblas in occitano) l’inizio (il cap, “capo”) è legato al fin (“fine”) di quella precedente: per esempio in si ripetono le parole porto e porti tra la prima e la seconda stanza, mentre tra la quarta e la quinta si ripetono a breve distanza i sintagmi pass’e non guardo e guardo, quando passo. Era molto diffusa nella poesia provenzale perché, dal momento che i trovatori e i giullari eseguivano pubblicamente i loro componimenti, accompagnati dalla musica, questa tecnica favoriva la memorizzazione: cioè aiutava l’esecutore a ricordarsi le parole iniziali di una strofa tramite quelle finali della strofa precedente.