Italo Svevo

La coscienza di Zeno

«Muoio!»

Il rapporto di Zeno con la figura paterna, delineato nel capitolo 3, Il fumo, è al centro anche del capitolo La morte di mio padre, in cui vengono rievocati gli ultimi momenti della vita del padre.

La stanza di mio padre, non grande, era ammobiliata un po’ troppo. Alla morte di mia madre, per dimenticare meglio, egli aveva cambiato stanza, portando con sé nel nuovo ambiente più piccolo, tutti i suoi mobili. La stanza illuminata scarsamente da una fiammella a gas posta sul tavolo da notte molto basso, era tutta in ombra. Maria1 sosteneva mio padre che giaceva supino, ma con una parte del busto sporgente dal letto. La faccia di mio padre coperta di sudore rosseggiava causa la luce vicina. La sua testa poggiava sul petto fedele di Maria. Ruggiva dal dolore e la bocca era tanto inerte che ne colava la saliva giù per il mento. Guardava immoto la parete di faccia e non si volse quand’io entrai […]. 
M’avvicinai all’orecchio di mio padre e gridai: 
– Perché ti lamenti, papà? Ti senti male? 
Credo ch’egli sentisse, perché il suo gemito si fece più fioco ed egli stornò2 l’occhio dalla parete di faccia come se avesse tentato di vedermi; ma non arrivò a rivolgerlo a me. Più volte gli gridai nell’orecchio la stessa domanda e sempre con lo stesso esito. Il mio contegno virile sparve subito. Mio padre, a quell’ora, era più vicino alla morte che a me, perché il mio grido non lo raggiungeva più. 
[…] Non ricordai che a questo mondo c’erano i medici e che si supponeva che talvolta portassero la salvezza. Io avevo già vista la morte su quella faccia sconvolta dal dolore e non speravo più. Fu Maria che per prima parlò del medico e andò poi a destare il contadino per mandarlo in città. 
Restai solo a sostenere mio padre per una decina di minuti che mi parvero un’eternità. Ricordo che cercai di mettere nelle mie mani, che toccavano quel corpo torturato, tutta la dolcezza che aveva invaso il mio cuore. Le parole egli non poteva sentirle. Come avrei fatto a fargli sapere che l’amavo tanto? […]. Poi seguirono delle lunghe ore d’attesa […]. 
Passai alcune ore gettato su un sofà, mentre Maria stava seduta accanto al letto. Su quel sofà piansi le mie più cocenti lacrime. Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino. Piangevo perché perdevo il padre per cui ero sempre vissuto. Non importava che gli avessi tenuto poca compagnia. I miei sforzi per diventare migliore non erano stati fatti per dare una soddisfazione a lui? Il successo cui anelavo doveva bensì essere anche il mio vanto verso di lui, che di me aveva sempre dubitato, ma anche la sua consolazione. Ed ora invece egli non poteva più aspettarmi e se ne andava convinto della mia insanabile debolezza. Le mie lacrime erano amarissime. 
Scrivendo, anzi incidendo sulla carta tali dolorosi ricordi, scopro che l’immagine che m’ossessionò al primo mio tentativo di vedere nel mio passato, quella locomotiva che trascina una sequela di vagoni su per un’erta, io l’ebbi per la prima volta ascoltando da quel sofà il respiro di mio padre. Vanno così le locomotive che trascinano dei pesi enormi: emettono degli sbuffi regolari che poi s’accelerano e finiscono in una sosta, anche quella una sosta minacciosa perché chi ascolta può temere di veder finire la macchina e il suo traino a precipizio a valle. Davvero! Il mio primo sforzo di ricordare, m’aveva riportato a quella notte, alle ore più importanti della mia vita. 
Il dottore Coprosich3 arrivò alla villa quando ancora non albeggiava, accompagnato da un infermiere che portava una cassetta di medicinali. Aveva dovuto venir a piedi perché, a causa del violento uragano, non aveva trovata una vettura. 
Lo accolsi piangendo ed egli mi trattò con grande dolcezza incorandomi4 anche a sperare. Eppure devo subito dire, che dopo quel nostro incontro, a questo mondo vi sono pochi uomini che destino in me una così viva antipatia come il dottor Coprosich. Egli, oggi, vive ancora, decrepito e circondato dalla stima di tutta la città. Quando lo scorgo così indebolito e incerto camminare per le vie in cerca di un poco d’attività e d’aria, in me, ancora adesso, si rinnova l’avversione […]. 
Egli stava pulendosi le orecchie, guardando in alto. 
Fra un paio d’ore probabilmente ricupererà la coscienza almeno in parte, – disse. 
– C’è qualche speranza dunque? – esclamai io. 
– Nessunissima! – rispose seccamente. – Però le mignatte5 non sbagliano mai in questo caso. Ricupererà di sicuro un po’ della sua coscienza, forse per impazzire. 
[…] Più spaventato che mai, lo supplicai di non applicargli le mignatte. Egli allora con tutta calma mi raccontò che l’infermiere gliele aveva sicuramente già applicate perché egli ne aveva dato l’ordine prima di lasciare la stanza di mio padre. Allora m’arrabbiai. Poteva esserci un’azione più malvagia di quella di richiamare in sé un ammalato, senz’avere la minima speranza di salvarlo e solo per esporlo alla disperazione, o al rischio di dover sopportare – con quell’affanno! – la camicia di forza? Con tutta violenza, ma sempre accompagnando le mie parole di quel pianto che domandava indulgenza, dichiarai che mi pareva una crudeltà inaudita di non lasciar morire in pace chi era definitivamente condannato. 
[…] M’indussero a coricarmi perché avrei dovuto passare la notte con l’infermiere ad assistere l’ammalato presso il quale bastava fossimo in due; uno poteva riposare sul sofà. Mi coricai e m’addormentai subito, con completa, gradevole perdita della coscienza e – ne son sicuro – non interrotta da alcun barlume di sogno. 
Invece la notte scorsa, dopo di aver passata parte della giornata di ieri a raccogliere questi miei ricordi, ebbi un sogno vivissimo che mi riportò con un salto enorme, attraverso il tempo, a quei giorni. Mi rivedevo col dottore nella stessa stanza ove avevamo discusso di mignatte e camicie di forza, in quella stanza che ora ha tutt’altro aspetto perché è la stanza da letto mia e di moglie. Io insegnavo al dottore il modo di curare e guarire mio padre, mentre lui (non vecchio e cadente com’è ora, ma vigoroso e nervoso com’era allora) con ira, gli occhiali in mano e gli occhi disorientati, urlava che non valeva la pena di fare tante cose. Diceva proprio così: «Le mignatte lo richiamerebbero alla vita e al dolore e non bisogna applicargliele!». Io invece battevo il pugno su un libro di medicina ed urlavo: «Le mignatte! Voglio le mignatte! Ed anche la camicia di forza!». 
[…] 

Passano alcuni giorni; le condizioni del padre di Zeno migliorano leggermente, ma secondo il dottor Coprosich le speranze di recupero continuano a essere nulle.

Quando il medico ritornò, egli si lasciò esaminare tentando persino di respirare più profondamente come gli si domandava. Poi si rivolse a me: 
– Che cosa dice? 
Mi abbandonò per un istante, ma ritornò subito a me: 
– Quando potrò uscire? 
Il dottore incoraggiato da tanta mitezza mi esortò a dirgli che si forzasse di restare più a lungo nel letto. Mio padre ascoltava solo le voci a cui era più abituato, la mia e quelle di Maria e dell’infermiere. Non credevo all’efficacia di quelle raccomandazioni, ma tuttavia le feci mettendo nella mia voce anche un tono di minaccia. 
– Sì, sì, – promise mio padre e in quello stesso istante si levò e andò alla poltrona. 
Il medico lo guardò e, rassegnato, mormorò: 
– Si vede che un mutamento di posizione gli dà un po’ di sollievo. 
Poco dopo ero a letto, ma non seppi chiuder occhio. Guardavo nell’avvenire indagando per trovare perché e per chi avrei potuto continuare i miei sforzi di migliorarmi. Piansi molto, ma piuttosto su me stesso che sul disgraziato che correva senza pace per la sua camera. 
Quando mi levai, Maria andò a coricarsi ed io restai accanto a mio padre insieme all’infermiere. Ero abbattuto e stanco; mio padre più irrequieto che mai. 
Fu allora che avvenne la scena terribile che non dimenticherò mai e che gettò lontano lontano la sua ombra, che offuscò ogni mio coraggio, ogni mia gioia. Per dimenticarne il dolore, fu d’uopo che ogni mio sentimento fosse affievolito dagli anni. 
L’infermiere mi disse: 
– Come sarebbe bene se riuscissimo di tenerlo a letto. Il dottore vi dà tanta importanza! 
Fino a quel momento io ero rimasto adagiato sul sofà. Mi levai e andai al letto ove, in quel momento, ansante più che mai, l’ammalato s’era coricato. Ero deciso: avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz’ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere? 
Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione e levarsi. Con mano vigorosa poggiata sulla sua spalla, gliel’impedii mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non moversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedì. Poi esclamò: 
– Muoio! 
E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallentai la pressione della mia mano. Perciò egli poté sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Io penso che allora la sua ira fu aumentata al trovarsi – sebbene per un momento solo – impedito nei movimenti e gli parve certo ch’io gli togliessi anche l’aria di cui aveva tanto bisogno, come gli toglievo la luce stando in piedi contro di lui seduto. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto! 
Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi. Con l’aiuto di Carlo lo sollevai e lo riposi in letto. Piangendo, proprio come un bambino punito, gli gridai nell’orecchio: 
– Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato! 
Era una bugia. Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo più: 
– Ti lascerò movere come vorrai. 
L’infermiere disse: 
– È morto. 
Dovettero allontanarmi a viva forza da quella stanza. Egli era morto ed io non potevo più provargli la mia innocenza! 

L’OSCILLAZIONE TRA PASSATO E PRESENTE Questa è una delle parti del romanzo in cui il tempo narrativo scorre più lentamente: vale a dire che, per raccontare ciò che accade in un periodo molto breve – poche ore, pochi giorni – al narratore occorrono molte pagine. Questa “lentezza” è direttamente proporzionale all’importanza dell’episodio, nel quale convergono alcuni motivi cruciali: il complesso edipico che porta Zeno a temere ma al tempo stesso forse a desiderare la morte del padre; il sogno, con le implicazioni freudiane che i sogni hanno nel romanzo; l’inettitudine, che rende Zeno incapace di assistere il padre morente con prontezza e lucidità.
Nel brano antologizzato Zeno ricorda i momenti dell’agonia paterna attraverso una continua alternanza tra il passato della vicenda e il presente della scrittura, dando con ciò l’impressione che la memoria degli eventi sia condizionata, se non proprio alterata, dalle sue esperienze successive. Ad esempio, Zeno capisce adesso che l’immagine della locomotiva, che gli era venuta in mente durante il suo primo tentativo di autoanalisi («chissà donde venga e dove vada e perché sia ora capitata qui!», scrive nella Prefazione), nasce appunto dal ricordo del respiro affannoso del padre infermo:

Scrivendo […], scopro che l’immagine che m’ossessionò al primo mio tentativo di vedere nel mio passato, quella locomotiva che trascina una sequela di vagoni su per un’erta, io l’ebbi per la prima volta ascoltando da quel sofà il respiro di mio padre.

«NON RICORDAI CHE A QUESTO MONDO C’ERANO I MEDICI» La scena dell’agonia del padre è piena di dettagli sui quali la psicanalisi avrebbe molto da dire.

«IL PIANTO OFFUSCA LE PROPRIE COLPE» «Il pianto offusca le proprie colpe»: vale a dire che il dolore e soprattutto la sua esibizione attraverso il pianto diventano un alibi per non riconoscere le proprie colpe. Non è chiaro a quali colpe Zeno alluda: probabilmente al senso di colpa nei confronti del padre, dal quale – come sappiamo anche dal capitolo precedente – il protagonista si era sentito distante e con il quale era entrato più o meno apertamente in conflitto. Il senso di colpa ha a che fare anche con l’ostilità, taciuta ma evidente, che Zeno nutre verso il padre nel frangente della sua morte.

«EBBI UN SOGNO VIVISSIMO» A distanza di molti anni, Zeno rielabora, in uno dei sogni più espliciti riportati nel romanzo («ebbi un sogno vivissimo»), l’episodio della discussione con Coprosich. Ma le parti sono invertite e, nel sogno, è Zeno che vuole ostinatamente cercare di far rinvenire il padre.

«ERA UNA BUGIA» Zeno cerca di discolparsi, come farebbe un bambino, per aver proibito al padre di alzarsi e averne provocato la reazione violenta e letale; ma, con il senno di poi del narratore ormai anziano, ammette di aver mentito («Era una bugia»). Non era stata tanto una volontà esterna, quella del dottore, a imporre al figlio di far stare a letto il padre; era lo stesso Zeno che, approfittando del consiglio del medico, si era precipitato a compiere il proprio “dovere” – così gli appariva –, cogliendo in tal modo un’occasione per affermare la propria autorità e forza sul padre.

Esercizio:

L’OSCILLAZIONE TRA PASSATO E PRESENTE

1 Quali altri nessi tra passato e presente emergono in queste pagine?

2 Rievocando il passato, Svevo alterna dialoghi e riflessioni. Perché adotta questa tecnica “mista”?

«NON RICORDAI CHE A QUESTO MONDO C’ERANO I MEDICI»

3 «Non ricordai che a questo mondo c’erano i medici» (r. 17). Quali caratteristiche di Zeno rispecchia questa frase? Inettitudine? Sfiducia nei medici? Un desiderio inconscio di vedere il padre morto?

«IL PIANTO OFFUSCA LE PROPRIE COLPE»

4 Quali sentimenti affiorano nel racconto di Zeno della morte del padre?

«EBBI UN SOGNO VIVISSIMO»

5 In che senso? Quale significato può avere questa inversione?

«ERA UNA BUGIA»

6 Che cosa vuole dimostrare Zeno in questo modo, sia al medico sia a se stesso?

Stampa
  1. Maria: la serva di casa, che prima del figlio capisce che è necessario mandare a chiamare un medico. i.
  2. stornò: distolse.
  3. Coprosich: si tratta probabilmente di un “nome parlante”, che nasconde cioè un significato, legato in questo caso all’ostilità di Zeno nei confronti del personaggio. Il cognome del dottore contiene infatti il prefisso “copro-“ (a cui il narratore ha aggiunto una terminazione tipica dei cognomi slavi, in accordo con il contesto etnico-linguistico di Trieste), che viene dal greco kópros, “sterco”.
  4. incorandomi: incoraggiandomi.
  5. mignatte: sanguisughe, specie di vermi che assorbono il sangue dei mammiferi con cui entrano in contatto. Un tempo erano usate in medicina: venivano applicate sulla pelle dei pazienti, come al padre di Zeno, per decongestionare le parti del corpo dove si formavano coaguli sanguigni.