Guido Cavalcanti

Rime

Perch’i’ no spero di tornar giammai: una ballata-lettera spedita alla donna lontana

Questa ballata di Guido Cavalcanti ha avuto nella storia della critica una fortuna particolare. Ciò si deve al fatto che i critici e i lettori hanno trovato o creduto di trovarvi un’originalità e una verità sentimentale che non si trovano, generalmente, nei testi medievali, e che sembrano invece piuttosto il riflesso di una sensibilità moderna. Questa verità sentimentale ha inoltre, o si è creduto avesse, un preciso fondamento nella biografia: cosa anche questa non comune nella poesia medievale, dove i riferimenti alla vita concreta e alle circostanze degli eventi – i luoghi, le date, gli episodi estranei all’amore – sono rari e sfocati. Lontano dalla Toscana, forse morente, Guido Cavalcanti invierebbe alla donna amata un ultimo messaggio. E poiché tra le poche notizie che ci sono giunte della vita di Cavalcanti c’è quella del suo esilio a Sarzana nell’anno 1300, come capo di parte bianca, esilio cui seguì, poco dopo, la morte, ecco che l’occasione della ballata ha potuto essere determinata con esattezza. Così ne parla Francesco De Sanctis: «la ballata , che scrisse esule a Sarzana, [è] il canto del cigno, il presentimento della morte. Qui lo scienziato sparisce e la rettorica è dimenticata. Tutto nasce dal di dentro, naturale, semplice, sobrio, con perfetta misura tra il sentimento e l’espressione».A questa interpretazione, che legge il testo come un documento biografico, quasi una pagina di diario, ne è stata opposta un’altra del tutto contraria. In realtà, si è detto, l’idea del “canto di lontananza” scritto dal poeta morente è solo una finzione letteraria, nel senso che non dobbiamo immaginare che Cavalcanti scriva Perch’i’ no spero mentre, esule a Sarzana, aspetta la morte: si tratta di una simulazione, di una poesia nella quale Cavalcanti immagina di essere lontano e morente, ma che non rispecchia necessariamente un episodio realmente avvenuto. Insomma, è letteratura, non autobiografia. Qual è l’interpretazione corretta? Ecco intanto la poesia.

Perch’i’ no spero1 di tornar giammai,
ballatetta2, in Toscana,
va3 tu, leggera e piana4,
dritt’a la donna mia,
che per sua cortesia 
ti farà molto onore5.
Tu porterai novelle6 di sospiri
pien’e di dogli’7 e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa8,
tanto da lei ripresa9 
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia, 
pianto e novel dolore10.
Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ’l cor si sbatte forte11 
per quel che ciascun spirito ragiona12.
Tanto è distrutta già la mia persona13,
ch’i’ non posso soffrire14
se tu mi vuoi servire15,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà dal core.

Deh, ballatetta, a la tu’ amistate16
quest’anima che trema raccomando: 
menala teco, nella sua pietate17,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le sè18 presente19:
«Questa vostra servente20
vien per istar con voi,
partita21 da colui
che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta22 mente.
Voi23 troverete una donna piacente24,
di sì dolce intelletto
che vi sarà dilettostar
le davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora25
sempre, nel su’ valore.

 

 

Metro: ballata di quattro stanze (schema ABABB ccddx) e ripresa Abbccx (uguale alla sirma). La ripresa di sei versi è una rarità: di solito le riprese delle ballate sono molto più brevi. E questa lunghezza inconsueta si riflette sulla strategia retorica. Di norma, la ripresa si limita a enunciare, in un solo periodo, il tema del componimento; qui la ripresa è invece parte integrante di una narrazione che con il primo verso della prima stanza («Tu porterai...») non inizia, ma continua.

DA UN LUOGO BEN DEFINITO La prima cosa da osservare è che gli eventi di cui parla la poesia si svolgono in uno spazio determinato: il secondo verso chiarisce infatti che, mentre la donna amata è in Toscana, il poeta se ne è allontanato. Questo genere di indicazione geografica non è usuale nella poesia antica (per esempio, in tutta la Vita nova Dante non dice mai che i fatti di cui narra si svolgono a Firenze) e può essere definito un “effetto di realtà”, cioè un dettaglio che serve a rendere il testo più autentico e più credibile.

UN TESTAMENTO IN VERSI Come accade spesso nella poesia stilnovista, il discorso del poeta non si rivolge direttamente alla donna amata. Cavalcanti personifica la ballata, la tratta come un personaggio che può comprendere e agire, e la incarica di comunicare all’amata le sue ultime parole. Cavalcanti rappresenta infatti se stesso in una condizione disperata, quasi in agonia: «Tu senti, ballatetta, che la morte / mi stringe sì, che vita m’abbandona». Verrebbe da dire che il tema della “morte per amore” è molto diffuso sia nella poesia antica sia in quella moderna (Leopardi scriverà per esempio una poesia intitolata Amore e morte). Ma il fatto è che qui il poeta non dice mai di essere sul punto di “morire per amore”, dice che sta morendo e basta. Vale a dire che Perch’i’ no spero non è, in prima istanza, una poesia d’amore, bensì una sorta di testamento che il poeta compone pensando alla propria morte reale, non metaforica (il che non significa che Cavalcanti scriva questo testo in punto di morte: significa soltanto che Cavalcanti rappresenta se stesso in questa condizione).  


UN LINGUAGGIO CHE RICORDA LE FORMULE NOTARILI Dal momento che Perch’i’ no spero è una ballata-testamento, non deve stupire il fatto che anche il linguaggio che Cavalcanti adopera si avvicini a quello che veniva usato nei testamenti veri e propri. Una delle formule ricorrenti nei testamenti medievali era la commendatio animae (“rac-comandazione dell’anima”), con cui il morente affidava la sua anima a Dio. Ecco per esempio – tradotto dal latino – un brano dal testamento del vescovo Enrico Bartolomei, morto a Viterbo nel 1271:

Rendo la mia anima al dolcissimo e buonissimo Signore mio Gesù Cristo, affinché per sua grande misericordia, quando l’anima si separerà dal corpo, la riceva e la accolga nella sua gloria. 


La somiglianza con la seconda e la terza stanza della nostra ballata è evidente. Anche Cavalcanti raccomanda la sua anima («quest’anima che trema raccomando»), non però a Dio o ai santi ma alla ballata stessa («a la tu’ amistate»), cioè, per suo tramite, alla donna amata. A essa («a quella bella donna a cu’ ti mando») dovrà essere condotta l’anima una volta uscita dal cuore («quando uscirà dal core»), perché possa «starle davanti ognora»: proprio come scrive Enrico Bartolomei nel testamento sopracitato: «quando l’anima si separerà dal corpo, la riceva e la accolga nella sua gloria». Insomma, l’idea di base è la stessa: che l’anima si presenti al cospetto di un ente superiore dopo la morte; ma diversa è la natura dell’ente: è Dio, nei testamenti; è invece la donna amata in Perch’i’ no spero

PERCHÉ CAVALCANTI SCRIVE QUESTI VERSI? Come mai Cavalcanti compone questa ballata-testamento? È davvero in punto di morte, come pensavano i critici ottocenteschi? O è solo una simulazione, una finzione retorica? È impossibile stabilirlo. Ma può darsi che l’occasione del viaggio, la lontananza dalla città natale, abbia un rapporto con il tono funebre della poesia. Nel Medioevo i viaggi erano molto più lunghi e pericolosi di quanto non siano oggi, e non era raro che chi partiva, per esempio per i luoghi santi, facesse testamento. Ebbene, spesso questi testamenti cominciavano con una frase causale che spiegava perché ci si era decisi a scriverli: 

Cupiens ire ad Sanctum Iachobum de Galicia et quia scitus de itu et non de reditu, volens dimittere facta sua inordinata...

“Volendo andare a San Giacomo di Galizia, ed essendo certo della partenza, non del ritorno, volendo lasciare le proprie cose in ordine...”

Oppure, come nel testamento del mercante Naldo di Domenico di Naldo de’ Cassi:

Intendens se de proximo a civitate Florentie absentare et ad alias longinquas partes pergere pro ipsius negotiis peragendis... 

“Avendo l’intenzione di lasciare prossimamente la città di Firenze per recarsi in zone lontane per curare i propri affari...”

La ballata Perch’i’ no spero è, a suo modo, un testamento, o almeno ne ripete le formule più tipiche: tra queste, forse, l’avvio su una proposizione causale, l’indicazione del motivo che spinge a scrivere. Il cronista Dino Compagni riporta che Cavalcanti andò in pellegrinaggio a Santiago di Compostela, nella regione spagnola della Galizia. Se un’occasione vi fu, se questa poesia di lontananza commemora una lontananza reale e non immaginaria, può darsi che sia stata questa.

UN TESTO ESEMPLARE DELLO STILNOVO Quanto allo stile e al linguaggio, se Stilnovo significa soprattutto semplicità, fluidità ed eleganza nello svolgimento dei testi, Perch’i’ no spero è un perfetto campione dello Stilnovo. I periodi sono brevi, collegati tra loro per lo più da congiunzioni coordinanti («Tu porterai [...] ma guarda»; «Tu senti [...] e senti»), oppure da facili nessi consecutivi («tanto da lei ripresa / che...»; «Tanto è distrutta ... ch’i’...»; «di sì dolce intelletto / che...»). Il lessico è altrettanto limpido, e composto per lo più – dato il tema della ballata – di termini che evocano sentimenti negativi come sospiri, paura, angoscia, morte, dolore, dogli(a)... Sono queste le parole che danno alla ballata il suo caratteristico tono dimesso, funereo, un tono al quale il vezzeggiativo ballatetta, che ricorre come un leitmotiv lungo tutta la poesia, dà una sfumatura elegiaca, di preghiera pronunciata in maniera sommessa.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Attraverso una serie di apostrofi, Guido si rivolge a diversi interlocutori: chi sono, e quali messaggi consegna a ciascuno il poeta? 

2 Nella ballata ci sono alcuni diminutivi e vezzeggiativi che danno al testo un tono affettuoso ed elegiaco. Quali? 

3 Quali passaggi del testo rimandano alle formule tipiche dei testamenti medievali?

CONTESTUALIZZARE

4 «Ciascun spirito ragiona» (v. 20). Che cosa sono gli spiriti nella fisiologia medievale? Cerca sull’enciclopedia.

INTERPRETARE

5 Questa poesia è solo finzione letteraria o nasce da un’occasione biografica reale? Argomenta la tua risposta in circa 20 righe.

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  1. spero: il senso è quello di sperare in latino: non tanto “ho speranza” quanto “mi aspetto”
  2. ballatetta: piccola ballata; è un vezzeggiativo.
  3. va: così, senza apostrofo, si scrive la seconda persona singolare dell’imperativo di andare nell’italiano antico (così fa, non fa’ come si scrive oggi).
  4. leggera e piana: veloce e lieve.
  5. farà ... onore: farà buona accoglienza.
  6. novelle: notizie.
  7. dogli’: dolori.
  8. contesa: ostacolata, combattuta.
  9. da lei ripresa: rimproverata da lei (la persona “nemica di gentil natura”).
  10. pianto ... dolore: alla morte seguirebbero nuovo pianto e nuovo dolore.
  11. si sbatte forte: aumenta il suo battito.
  12. per ... ragiona: per ciò di cui parla ognuno dei miei spiriti vitali; dove per spiriti bisogna intendere – secondo la fisiologia antica – quei fluidi o vapori interni che regolano le funzioni vitali degli individui.
  13. persona: il corpo; come «la bella persona» di Inferno, V, 101.
  14. soffrire: tollerare, dunque “resistere”.
  15. servire: rendermi servizio, essermi utile.
  16. amistate: amicizia.
  17. nella sua pietate: in questa sua mortale condizione che ispira pietà; pietate: dolore, angoscia.
  18. sè: così si scrive la seconda persona singolare dell’indicativo del verbo essere in italiano antico; la forma piena sei (se’) non è attestata nel Duecento-Trecento.
  19. presente: al cospetto di.
  20. servente: serva fedele.
  21. partita: separata.
  22. strutta: prostrata, distrutta; ma anche “consunta, liquefatta come una candela”.
  23. Voi: si rivolge alla «voce sbigottita», alla ballata e all’anima. 
  24. piacente: bella.
  25. Anim’... l’adora: in conclusione, il discorso si rivolge direttamente all’anima, che è pregata di onorare la donna amata, quando si troverà al suo cospetto.