Alessandro Verri

Il Caffè

Rinunzia avanti notaio degli autori

Quale italiano bisogna usare? Questa è la domanda a cui intende rispondere questo articolo uscito in uno dei primi numeri del «Caffè». L’articolo è firmato da A., sigla che sta per Alessandro Verri, ma la sua presa di posizione è condivisa da tutto il gruppo degli illuministi milanesi. La Rinunzia è un attacco frontale al purismo linguistico proposto dall’Accademia della Crusca: un modello ormai del tutto inutilizzabile in letteratura e incapace di stare al passo con le altre lingue europee nella discussione filosofica, una lingua alla quale gli intellettuali del «Caffè» – con un ironico quanto formale atto notarile – decidono di rinunciare:

Cum sit1 che gli autori del «Caffè» siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri e della ragion loro, perciò sono venuti in parere2 di fare nelle forme3 solenne rinunzia alla pretesa purezza della toscana favella4, e ciò per le seguenti ragioni.

1. Perché se Petrarca, se Dante, se Bocaccio, se Casa5 e gli altri testi di lingua6 hanno avuta la facoltà d’inventar parole nuove e buone, così pretendiamo che tale libertà convenga ancora a noi7; conciossiaché8 abbiamo due braccia, due gambe, un corpo ed una testa fra due spalle com’ eglino l’ebbero9,

[...] quid autem?
Caecilio, Plautoque dabit Romanus, ademptum
Virgilio, Varioque? ego cur adquirere pauca,
Si possum invideor? quum lingua Catonis et Enni
Sermonem patrium ditaverit ac nova rerum
Nomina protulerit.
Horat., De art. poet.10


2. Perché, sino a che non sarà dimostrato che una lingua sia giunta all’ultima sua perfezione, ella è11 un’ingiusta schiavitù il pretendere che non s’osi arricchirla e migliorarla.


3. Perché nessuna legge ci obbliga a venerare gli oracoli della Crusca12 ed a scrivere o parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi.


4. Perché se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone13 noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo per timore o del Casa o del Crescinbeni14 o del Villani15 o di tant’ altri, che non hanno mai pensato di erigersi in tiranni delle menti del decimo ottavo secolo e che risorgendo sarebbero stupitissimi in ritrovarsi16 tanto celebri, buon grado la17 volontaria servitù18 di que’ mediocri ingegni che nelle opere più grandi si scandalizzano di un c o d’un t di più o di meno, di un accento grave in vece di un acuto.

Intorno a che19 abbiamo preso in seria considerazione che, se il mondo fosse sempre stato regolato dai grammatici, sarebbero stati depressi in maniera20 gl’ingegni e le scienze che non avremmo tuttora21 né case, né morbide coltri22, né carrozze, né quant’ altri beni mai ci procacciò l’industria e le meditazioni23 degli uomini; ed a proposito di carrozza egli è24 bene il riflettere che, se le cognizioni umane dovessero stare ne’ limiti strettissimi che gli assegnano i grammatici, sapremmo bensì25 che carrozza va scritta con due erre, ma andremmo tuttora a piedi.



5. Consideriamo ch’ella è cosa ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole, onde26 noi vogliamo prendere il buono quand’anche fosse ai confini dell’universo, e se dall’inda27 o dall’americana lingua ci si fornisse qualche vocabolo ch’esprimesse un’idea nostra meglio che colla lingua italiana, noi lo adopereremo, sempre però con quel giudizio che non muta a capriccio28 la lingua, ma l’arricchisce e la fa migliore.

Dixeris egregie notum si callida verbum
Reddiderit iunctura novum. Si forte necesse est
Indiciis monstrare recentibus abdita rerum,
Fingere cinctutis non exaudita Cethegis
Continget: dabiturque licentia sumpta pudenter,
Et nova factaque nuper habebunt verba fidem…
Horat., eod.29



6. Porteremo questa nostra indipendente libertà sulle squallide pianure del dispotico Regno Ortografico e conformeremo le sue leggi alla ragione dove ci parrà che sia inutile il replicare30 le consonanti o l’accentar le vocali, e tutte quelle regole che il capriccioso pedantismo ha introdotte e consagrate31 noi non le rispetteremo in modo alcuno. In oltre, considerando noi che le cose utili a sapersi son molte e che la vita è breve, abbiamo consagrato il prezioso tempo all’acquisto delle idee, ponendo nel numero delle secondarie cognizioni la pura favella, del che siamo tanto lontani d’arrossirne che ne facciamo amende honorable avanti a tutti gli amatori de’ riboboli noiosissimi dell’infinitamente noioso Malmantile32, i quali sparsi qua e là come gioielli nelle lombarde cicalate sono proprio il grottesco delle belle lettere33.



7. Protestiamo34 che useremo ne’ fogli nostri di quella lingua che s’intende35 dagli uomini colti da Reggio di Calabria sino alle Alpi; tali sono i confini che vi fissiamo, con ampia facoltà di volar talora di là dal mare e dai monti a prendere il buono in ogni dove.

A tali risoluzioni ci siamo noi indotti perché gelosissimi di quella poca libertà che rimane all’uomo socievole36 dopo tante leggi, tanti doveri, tante catene ond’è37 caricato; e se dobbiamo sotto pena dell’inesorabile ridicolo vestirci a mò38 degli altri, parlare ben spesso a mò degli altri, vivere a mò degli altri, far tante cose a mò degli altri, vogliamo, intendiamo, protestiamo di scrivere e pensare con tutta quella libertà che non offende que’ principii che veneriamo.

E perché abbiamo osservato che bene spesso val più l’autorità che la ragione, quindi ci siamo serviti di quella di Orazio per mettere la novità de’ nostri pensieri sotto l’egida39 della veneranda antichità, ben persuasi che le stesse stessissime cose dette da noi e da Orazio faranno una diversa impressione su di coloro che non amano le verità se non sono del secolo d’oro40.

Per ultimo diamo amplissima permissione41 ad ogni genere di viventi, dagli insetti sino42 alle balene, di pronunciare il loro buono o cattivo43 parere su i nostri scritti. Diamo licenza in ogni miglior modo di censurarli44, di sorridere, di sbadigliare in leggendoli45, di ritrovarli pieni di chimere46, di stravaganze, ed anche inutili, ridicoli, insulsi in qualsivoglia maniera. I quali sentimenti siccome ci rincrescerebbe assaissimo qualora nascessero nel cuore de’ filosofi, i soli suffragi de’ quali desideriamo, così saremo contentissimi, e l’avremo per un isquisito elogio, se sortiranno dalle garrule bocche degli antifilosofi47.

A. [Alessandro Verri]

LO STILE CONTA  Mai, come qui, la verità di questa affermazione appare lampante. L’argomentazione di Verri, infatti, colpisce il lettore non tanto per quello che contiene, ma per il modo in cui viene articolata: Verri scrive le sue opinioni sulla lingua italiana come se stesse scrivendo un atto notarile. Questa scelta dà a Verri l’opportunità di fare almeno due cose: descrivere in maniera analitica le sue posizioni e, in seconda battuta, associare la lingua della giurisprudenza a quella tradizionale della letteratura, entrambe del tutto incomprensibili ai non addetti ai lavori.

L’italiano letterario proposto da Bembo e poi certificato dalla Crusca è – sostiene Verri – inservibile come modello:

1. perché nessuna lingua è perfetta, tanto meno il toscano letterario, e perciò tutte sono migliorabili;
2. perché tutti gli autori che la Crusca prende a modello hanno innovato la lingua, quindi non si vede perché non possano farlo anche gli autori contemporanei;
3. perché le idee e le cose vengono prima delle parole;
4. perché una cultura di degna di questo nome deve rivolgersi a un pubblico di intellettuali il più ampio possibile, non solo ai letterati. A essere messo in discussione è lo stesso principio di autorità: le cose non si devono fare in un certo modo perché qualcuno nel passato ha detto che andavano fatte così, ma si devono fare, indipendentemente da tutto, nel modo migliore. A questo servono gli esempi tratti dall’Ars poetica di Orazio: se i "cruscanti" obbediscono solo al principio di autorità, allora Verri userà un’autorità classica (più grande, quindi, di quella moderna della Crusca) che dice le stesse cose che dice lui.

La finzione notarile, poi, permette a Verri di affermare con chiarezza il suo punto di vista, ma anche di dare alla sua pagina quella verve, quel brio che gli autori del «Caffè» cercavano di usare nelle loro scritture giornalistiche, imitando in questo lo stile lieve e diretto della migliore stampa inglese. Ma serve anche a mascherare una debolezza nel ragionamento degli illuministi milanesi. Verri ha ben presente il modello contro cui scagliarsi, ha cioè ben presente come non si deve scrivere: ma non ha un modello altrettanto chiaro da proporre in sostituzione di quello a cui sta rinunciando.  

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Sintetizza le idee di Verri sulla lingua italiana.



ANALIZZARE


2. Quali sono le principali critiche che Verri rivolge agli «oracoli della Crusca»? Chi sono, esattamente, questi oracoli?



3. Che cosa sostiene Verri in merito all’apporto che all’italiano possono dare le lingue straniere?



INTERPRETARE


4. A tuo avviso, Verri ha vinto, alla lunga, la sua battaglia? O hanno prevalso le ragioni dell’Accademia della Crusca



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  1. Cum sit:Il primo paragrafo della Rinunzia è caratterizzato dall’uso ironic
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  3. sono venuti in parere: hanno deciso.
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  5. per le forme: "formalmente, traduce la formula latina in formis.
  6. \r
  7. toscana favella: lingua toscana, qui s’intende l’italiano letterario che trovava ne
  8. \r
  9. Casa: il poeta cinquecentesco Giovanni Della Casa (1503-1556), qui accostato alle
  10. \r
  11. testi di lingua: tutti gli autori e le opere proposti come modello dalla Crusca
  12. \r
  13. convenga ancora a noi: sia valida anche per noi.
  14. \r
  15. conciossiaché: poiché.
  16. \r
  17. com’eglino l’ebbero: come ebbero anche loro.
  18. \r
  19. Citazione dei vv. 53-58 dell’Arte poetica di Orazio: «E che? A Virgilio e a Vario verrà negato ciò che è stato concesso a Cecilio e Plauto? Perché sono oggetto di invidie se riesco a introdurre qualche nuovo vocabolo, quando Catone ed Ennio con la loro lingua hanno arricchito quella della patria dando nuovi nomi per indicare le cose?». Come gli autori del «Caffè», anche Orazio rivendicava la possibilità di utilizzare una lingua viva, aperta, non ingessata nelle rigide regole dell’imitazione degli autori antichi.
  20. \r
  21. Ella è: È.
  22. \r
  23. oracoli della Crusca: sono, di nuovo, gli autori e i testi (soprattutto trecentesc
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  25. Sclavone: slave. La Sclavonia (detta anche Schiavonia) è l’odierna Slavonia, e cio
  26. \r
  27. Crescinbeni: Giovanni Mario Crescimbeni (1663-1728) fu fra i fondatori dell’Accademia dell’Arcadia. In alcuni suoi scritti, in particolare il Dialogo delle bellezze della volgar poesia, propose una lingua poetica idealmente costruita sui modelli "classici" di Petrarca e Della Casa.
  28. \r
  29. Villani: Giovanni Villani (1280 ca.-1348), autore della Cronica, la cui l
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  31. Cronica la cui lingua era considerata un modello per la prosa.
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  33. in ritrovarsi: nel ritrovarsi.
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  35. buon grado la: grazie alla, è un francesismo.
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  37. volontaria servitù: servitù auto-inflitta.
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  39. stati depressi in maniera: stati scoraggiati in modo tale.
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  41. tuttora: ancora.
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  43. morbide coltri: comodi letti.
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  45. meditazioni: speculazioni, opere d’ingegno.
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  47. egli è: è.
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  49. bensì: sì.
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  51. onde: perciò.
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  53. inda: indiana.
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  55. a capriccio: arbitrariamente.
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  57. Ancora una citazione dall’Arte poetica di Orazio (eod. sta per eodem, che in latino significa "nel medesimo luogo", in questo caso "nel testo citato prima"), vv. 47-53: «Dirai davvero bene se accomodando le parole in modo nuovo darai loro un nuovo significato. E se ti capitasse mai di dover esprimere concetti ancora ignoti con parole di recente invenzione, ti toccherà crearne di nuove che i Cetegi e i loro gonnellini non hanno mai sentito; è ciò ti sarà permesso, a patto che sia fatto con criterio, e così le nuove parole, coniate da poco, avranno credito». I Cetegi erano un antica famiglia romana, qui presa da Orazio a simbolo della Roma delle origini, quando ancora l’uso della tunica non aveva soppiantato quello del semplice gonnellino.
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  59. replicare: raddoppiare.
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  61. consagrate: consacrate.
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  63. abbiamo consagrato... Malmantile: Abbiamo deciso di concentrare il tempo prezioso nell’acquisire le idee, ritenendo secondario il concetto (cognizioni) di purezza della lingua (pura favella), e di questo (del che) ci vergogniamo così poco (siamo tanto lontani d’arrossirne) che ne chiediamo tranquillamente perdono (amende honorable, “onorevole ammenda”, con provocatorio uso del francese) di fronte (avanti) a tutti gli amanti dei noiosissimi motti proverbiali, delle noiosissime parole argute e concettose (riboboli, è parola tipicamente fiorentina) contenuti nell’infinitamente noioso Malmantile. Il Malmantile riacquistato è un poema burlesco di Lorenzo Lippi (1606-1665), pubblicato postumo nel 1676. Venne fin subito considerato un esempio illustre della parlata fiorentina e perciò preso a modello dai cruscanti.
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  65. i quali... belle lettere: e questi riboboli quando sono usati qua e là nelle conversazioni (cicalate) lombarde a puro scopo decorativo (come gioielli) rappresentano perfettamente il grottesco delle belle lettere. Qui Verri se la prende con quelle persone che, pur non essendo fiorentine, si sforzano di parlare una lingua tanto "pura" quanto "innaturale", utilizzando così termini non più in uso e tipici di un’altra zona dell’Italia (Firenze), risultando così grottesche e ridicole.
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  67. Protestiamo: Dichiariamo con forza.
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  69. s’intende: che viene usata e capita. All’italiano innaturale e ridicolo dei puristi, schiacciato sulla parlata fiorentina, Verri oppone un italiano vivo, concreto risultato dell’incontro e della fusione dei vari italiani "colti" parlati nella Penisola.
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  71. socievole: che vive in società
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  73. ond’è: da cui è.
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  75. a mò: come.
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  77. egida: protezione.
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  79. secolo d’oro: Il Trecento, considerato dai puristi come il secolo più importante della lingua letteraria italiana, e perciò quello da prendere a modello. Verri sta dicendo che i cruscanti accettano la verità solo se appartiene al tempo antico. Per questo motivo usa le citazioni da Orazio, perché spera che, essendo antico, verrà ascoltato dai pedanti anche se dice, nella sostanza, le stesse cose degli autori del «Caffè».
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  81. amplissima permissione: la più grande libertà.
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  83. sino: fino.
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  85. buono o cattivo: positivo o negativo.
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  87. in ogni miglior modo censurarli: di correggerli nel modo più appropriato, anche in questa espressione, che ricalca la formula giuridica latina omni meliori modo risuona il linguaggio notarile.
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  89. in leggendoli: nel leggerli.
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  91. chimera: vana fantasia.
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  93. I quali... antifilosofi: E tanto quanto (siccome) ci dispiacerebbe moltissimo (assaissimo) se tali sentimenti (e cioè eventuali giudizi negativi) nascessero nell’animo dei filosofi, visto che il loro consenso (suffragi) è l’unico che ci interessi, così saremo contentissimi, e la considereremmo un una lode preziosissima (isquisita), se dovessero uscire dalle petulanti (garrule) bocche degli antifilosofi". Con filosofi Verri intende genericamente tutti gli intellettuali progressisti seguaci dei Lumi, e con antifilosofi tutti gli uomini di cultura conservatori e contrari alle nuove idee.
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