Jean-Jacques Rousseau

Discorso sulle scienze e sulle arti

Siamo sicuri che questo sia progresso?

Il fiducioso entusiasmo per lo sviluppo tecnico e scientifico, considerato segno e premessa del progresso dell’umanità, caratterizzava il pensiero illuminista. A questo inno alla modernità Rousseau risponde con un controcanto, il Discorso sulle scienze e sulle arti (1750), che denuncia il carattere illusorio e mendace della civilizzazione. Dal suo punto di vista, nella pur culturalmente avanzata civiltà francese del Settecento non si trova un grado maggiore di giustizia o di virtù che nelle società primitive. La superiorità dei parigini di metà Settecento sugli uomini primitivi è un inganno: l’unica qualità che distingue i popoli più evoluti è l’abilità nell’occultare (e non nell’evitare) la brutalità dei rapporti sociali. La raffinatezza è un velo steso sopra la barbarie. Il Discorso sulle scienze e sulle arti è un capolavoro di retorica. Si apre con un panegirico del progresso umano che riprende e porta all’ iperbole i topoi illuministi: l’eroica vittoria sulla natura, l’uscita dell’umanità dalle tenebre, lo slancio prometeico verso una conoscenza che abbraccia sia il mondo fisico sia il mondo morale.

Grande e bello spettacolo veder l’uomo uscir quasi dal nulla per mezzo dei suoi propri sforzi; disperdere, con le luci della ragione, le tenebre in cui la natura l’aveva avviluppato; innalzarsi al di sopra di se stesso; lanciarsi con lo spirito fino alle regioni celesti: percorrere a passi di gigante, al pari del sole, la vasta distesa dell’universo; e, ciò che è ancor più grande e difficile, rientrare in se stesso per studiarvi l’uomo e conoscerne la natura, i doveri e il fine. Tutte queste meraviglie si son rinnovate da poche generazioni in qua.

Ma bruscamente Rousseau sovverte il quadro dipinto: il mito del progresso è vuoto, e dietro la gloriosa apparenza perdurano la miseria umana e la barbarie sociale. Questa inversione di prospettiva, dal potente effetto retorico, si compie nel passo qui riportato, che raffigura a tinte fosche una società dove la cultura ammanta l’oppressione politica e dove le convenzioni impongono l’ipocrisia, rendendo impossibile ogni comunicazione autentica.

Lo spirito ha i suoi bisogni al pari del corpo. Questi sono il fondamento della società, quelli ne fanno l’ornamento. Mentre il governo e le leggi provvedono alla sicurezza e al benessere degli uomini consociati, le scienze, le lettere e le arti, meno dispotiche e forse più potenti, stendono ghirlande di fiori sulle catene di ferro ond’essi son carichi, soffocano in loro il sentimento di quella libertà originaria per la quale sembravan nati, fan loro amare la schiavitù e ne formano i così detti “popoli civili”. Il bisogno innalzò i troni: le scienze e le arti li hanno rafforzati. Potenti della terra, amate gl’ingegni e proteggete chi li coltiva. Popoli civili, coltivateli: schiavi felici, voi dovete loro quel gusto delicato e fine di cui vi vantate; quella dolcezza di carattere e quella urbanità di costumi che rendono così avvincenti e facili fra voi i rapporti; in una parola, le apparenze di tutte le virtù senza il possesso di alcuna.
[…]
Come sarebbe dolce viver fra noi, se il contegno esteriore fosse sempre l’immagine delle disposizioni del cuore, se la decenza fosse la virtù, se le nostre massime ci servissero di regola, se la vera filosofia fosse inseparabile dal titolo di filosofo! Ma tanti pregi van troppo di rado insieme, e la virtù non procede affatto in così gran pompa.
La ricchezza dell’adornamento può rivelare un uomo opulento e la sua eleganza un uomo di gusto; ma l’uomo sano e robusto si riconosce da altri segni: sotto l’abito rustico d’un agricoltore, non sotto la doratura di un cortigiano si troverà la forza e il vigore del corpo. L’adornamento non è meno estraneo alla virtù, la quale è la forza e il vigore dell’anima. L’uomo dabbene è un atleta, che si compiace di lottar nudo; egli disprezza tutti quei vili ornamenti che impaccerebbero l’uso delle sue forze, e che per la maggior parte non son stati inventati che per nascondere qualche deformità.
Prima che l’arte avesse ingentilite le nostre maniere e appreso alle nostre passioni a esprimersi in un linguaggio affettato, i nostri costumi eran rozzi, ma naturali; e le differenze di condotta manifestavano a colpo d’occhio le differenze del carattere. La natura umana, in fondo, non era migliore; ma gli uomini trovavano la loro sicurezza nella facilità di penetrarsi vicendevolmente; e questo vantaggio, di cui noi non sentiamo più il pregio, risparmiava loro gran somma di vizi.
Oggi che le ricerche più sottili e un gusto più fine hanno ridotto a principi l’arte di piacere, regna nei nostri costumi una vile e ingannevole uniformità, e tutti gli spiriti sembrano esser stati fusi in uno stesso stampo: senza posa la civiltà esige, la convenienza ordina; senza posa si seguono gli usi e mai il proprio genio. Non si osa più apparire ciò che si è; e, in questa costrizione continua, gli uomini, che formano quel gregge che si chiama società, posti nelle stesse circostanze fan tutti le stesse cose, se motivi più potenti non ne li distolgano. Non si saprà, quindi mai bene con chi si abbia a fare: bisognerà dunque, per conoscere il proprio amico, attendere le grandi occasioni, cioè aspettare che non ne sia più tempo; perché proprio per tali occasioni sarebbe stato essenziale conoscerlo.
Qual corteo di vizi accompagnerà mai quest’incertezza! Non più amicizie sincere, non più vera stima, non più fondata fiducia. I sospetti, le ombrosità, le paure, la freddezza, la circospezione, l’odio, il tradimento si nasconderanno continuamente sotto questo velo uniforme e perfido di cortesia, sotto questa urbanità tanto decantata che dobbiamo ai lumi di civiltà del nostro secolo.

REALTÀ E APPARENZA Tutto il testo è costruito sul contrasto tra apparenza e realtà. Il tema dell’apparenza ingannatrice, già classico nella letteratura e nel teatro barocchi, è declinato da Rousseau con un’intensità che nasce da un’esperienza intimamente vissuta: la traumatica presa di coscienza della non-trasparenza dell’io al mondo e della conseguente difficoltà di una comunicazione autentica. «Come sarebbe dolce viver fra noi, se il contegno esteriore fosse sempre l’immagine delle disposizioni del cuore», esclama Rousseau con sincero rimpianto. La distanza tra il proprio io profondo e l’immagine che gli altri se ne fanno è il primo motivo di sofferenza. Ma l’opacità dei rapporti umani non è considerata un male inevitabile: infatti essa non appartiene alla condizione umana, ma soltanto alla situazione storica delle società europee. In contrasto con i costumi corrotti di una civiltà apparentemente progredita, Rousseau immagina un passato rozzo ma puro, dove i rapporti possiedono una trasparenza confortante: «Prima che l’arte avesse ingentilite le nostre maniere e appreso alle nostre passioni a esprimersi in un linguaggio affettato, i nostri costumi eran rozzi, ma naturali; e le differenze di condotta manifestavano a colpo d’occhio le differenze del carattere» . Per Rousseau, il vantaggio di questo passato immaginato non era l’assenza di vizi, bensì l’assenza di una circostanza che genera e protegge i vizi, ossia del «velo … perfido di cortesia», che costringe alla freddezza e alla dissimulazione, alla circospezione e al sospetto. Prima che la civiltà imponesse «questa urbanità tanto decantata» , «gli uomini trovavano la loro sicurezza nella facilità di penetrarsi vicendevolmente», del comprendersi a colpo d’occhio.

LA DIMENSIONE POLITICA Ma lo scarto tra apparenza e realtà prodotto dalla civilizzazione non si osserva soltanto nei rapporti umani – che sembrano più “facili” ma sono più falsi – ma anche nei rapporti politici. Rousseau denuncia la complicità delle scienze e delle arti con il potere dispotico: mentre questo impone il giogo della schiavitù, quelle rendono l’oppressione soave, «stendono ghirlande di fiori sulle catene di ferro», sicché gli uomini non soltanto sopportano il dispotismo, ma perdono addirittura il desiderio di vivere liberi. Gli ornamenti della civiltà fanno dimenticare la sua struttura ingiusta; l’apparenza della virtù soddisfa gli animi e li distoglie dalla ricerca della vera virtù.

L’ILLUSIONE DELLA FORMA Insomma, il processo di incivilimento tanto vantato dai suoi contemporanei per lui non è altro che alienazione, ossia allontanamento dell’uomo non solo dalla natura, ma soprattutto dalla sua natura interiore. Partendo da questa premessa, il Discorso di Rousseau pone una crudele alternativa: da una parte il bello artistico, le prodezze dello spirito, l’eleganza; dall’altra una virtù austera ma genuina. Certo, l’ideale sarebbe non dover scegliere tra i vantaggi della forma e quelli della sostanza, ma Rousseau si mostra scettico su questa possibilità: «tanti pregi van troppo di rado insieme». Egli invita perciò i suoi contemporanei a prendere coscienza del carattere illusorio dei lumi e presenta loro un ideale di autenticità che prelude alla morale e all’estetica romantica.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 In quale sezione del testo Rousseau tratta dei “bisogni dello spirito”? Come vengono soddisfatti, e quale ruolo giocano nella società?

2 Qual è l’opinione di Rousseau sul decoro, sulla cortesia vuota e sulla mancata corrispondenza fra l’atteggiamento esteriore e la virtù? Indica le parti del testo in cui esprime questa opinione e sintetizzale.

CONTESTUALIZZARE

3 Con Rousseau si afferma quello che viene chiamato il mito del “buon selvaggio”, l’idea cioè che i primitivi siano migliori degli uomini civilizzati, perché più vicini alla natura. Con l’aiuto dei tuoi insegnanti e con ricerche adeguate approfondisci questo mito.

INTERPRETARE

4 «Regna nei nostri costumi una vile e ingannevole uniformità», scrive Rousseau. Spiega quali sono i bersagli della sua polemica.

5 Scrivi anche tu un breve discorso sull’omologazione e sulla finzione dei costumi nei nostri tempi.

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