Dante Alighieri

Rime

Tre donne intorno al cor mi son venute

Tre donne intorno al cor mi son venute è forse la più famosa tra le canzoni morali di Dan­te. È dedicata alla giustizia e, analogamente a quanto avviene nel sonetto  Un dì si venne a me Malinconia, il tema è svolto attraverso un dialogo tra due personificazioni, l’Amore e la Giustizia (Drittura), appunto. Ma Tre donne è tutt’altro che un’arida allegoria . In realtà il discorso sulla giustizia non ha niente di astratto, e lo si scopre soprattutto nella seconda metà della canzone , quando Dante viene a parlare di sé e della terribile ingiustizia che ai suoi danni è stata compiuta: si è sempre comportato in maniera retta, ma i suoi concittadini lo hanno esiliato da Firenze; da esule, quindi, si rivolge a loro chiedendo pace e – ammesso e non concesso che lui li abbia offesi in qualche modo – perdono. 

    Tre donne intorno al cor mi son venute
    e seggonsi di fore1,
    ché dentro siede Amore2
    il quale è ’n signoria della mia vita.
5   Tanto son belle e di tanta vertute3,
    che ’l possente signore,
    dico quel ch’è nel core,
    appena del parlar di lor s’aita4.
    Ciascuna par dolente e sbigottita
10   come persona discacciata e stanca5
    cui tutta gente manca6
    e cui vertute né biltà non vale.
    Tempo fu già nel quale,
    secondo il lor parlar, furon dilette7,
15   or sono in ira a tutti e in non cale8.
    Queste così solette
    venute son come a casa d’amico,
    ché sanno ben che dentro è quel ch’io dico9.



    Dolesi10 l’una con parole molto,
20   e ’n su la man si posa11
    come succisa12 rosa,
    e ’l nudo braccio, di dolor colonna13,
    sente l’oraggio14 che cade dal volto;
    l’altra man tiene ascosa
25   la treccia lagrimosa15;
    discinta e scalza, sol di sé par donna16.
    Come Amor prima per la rotta gonna17
    la vide in parte che ’l tacere è bello18,
    e pietoso e fello19
30   di lei e del dolor fece dimanda20.
    «O di pochi vivanda21»
    rispose voce con sospiri mista,
    «nostra natura22 qui a te ci manda:
    io, che son la più trista,
35   son suora a la tua madre, e son Drittura23;
    povera, vedi, a fama e a cintura24».



    Poi che fatta si fu palese e conta25,
    doglia e vergogna prese
    lo mio signore26, e chiese
40   chi fosser l’altre due ch’eran con lei.
    E questa ch’era sì di pianger pronta27,
    tosto che lui intese,
    più nel dolor s’accese28
    dicendo: «A te non duol degli occhi miei!29».
45   Poi cominciò: «Sì come saper dei,
    di fonte nasce Nilo picciol fiume
    quivi dove ’l gran lume
    toglie alla terra del vinco la fronda30:
    sopra la vergin onda31
50   generai io costei che m’è dallato
    e che s’asciuga32 con la treccia bionda;
    questo mio bel portato33,
    mirando sé nella chiara fontana34,
    generò questa che m’è più lontana35».



55   Fenno i sospiri Amore un poco tardo36;
    poscia con gli occhi molli,
    che prima furon folli,
    salutò le germane sconsolate37.
    E poi che prese l’uno e l’altro dardo38,
60   disse: «Drizzate i colli39,
    ecco l’armi ch’io volli:
    per non usar40, vedete, son turbate.
    Larghezza e Temperanza e l’altre nate41
    del nostro sangue42 mendicando vanno;
65   però43, se questo è danno,
    piangano gli occhi e dogliasi la bocca44 
    degli uomini a cui tocca,
    che sono a’ raggi di cotal ciel giunti45;
    non noi che semo dell’etterna rocca46:
70   che se noi semo or punti,
    noi pur saremo, e pur tornerà gente
    che questo dardo farà star lucente47».



    Ed io ch’ascolto nel parlar divino48
    consolarsi e dolersi
75   così alti dispersi49,
    l’essilio che m’è dato onor mi tegno50:
    che se giudicio o forza di destino51
    vuol pur che ’l mondo versi52
    li bianchi fiori in persi53,
80   cader co’ buoni è pur di lode degno.
    E se non che degli occhi miei ’l bel segno
    per lontananza m’è tolto dal viso54,
    che m’have in foco miso55,
    lieve mi conteria56 ciò che m’è grave;
85   ma questo foco m’have
    sì consumato già l’ossa e la polpa57,
    che Morte al petto m’ha posto la chiave58.
    Onde, s’io ebbi colpa,
    più lune ha volte il sol poi che fu spenta59,
90   se colpa muore perché l’uom si penta.



    Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano60
    per veder quel che bella donna61 chiude:
    bastin le parti nude;
    el dolce pome62 a tutta gente niega,
95   per cui ciascun man piega63.
    Ma s’egli avien che tu mai alcun trovi64
    amico di vertù, ed e’ ti priega,
    fatti di color’ novi65;
    poi gli ti mostra; e ’l fior ch’è bel di fuori,
100   fa disïar negli amorosi cori66.



    Canzone, uccella67 con le bianche penne,
    canzone, caccia68 con li neri veltri,
    che fuggir mi convenne69,
    ma far mi poterian di pace dono.
105   Però nol fan, ché non san quel ch’io sono70:
    camera di perdon savio uom non serra71,
    ché perdonare è bel vincer di guerra.







Metro: canzone di cinque stanze con piedi AbbC AbbC e sirma CDdEeFEfGG, più un congedo uguale alla sirma e un secondo congedo di schema ABaCCDD. 

UN DIALOGO MISTERIOSO: CHI PARLA?  La prima parte della canzone è strutturata come un dialogo, e il modo in cui Dante lo introduce, con la presentazione ritar­data dei personaggi e il mistero mantenuto per più di tren­ta versi circa la loro identità, ricorda per esempio l’analogo effetto ottenuto nel canto XI del Paradiso, quando prima di presentare san Francesco il poeta descrive il luogo nel qua­le il santo è nato: «Intra Tupino e l’acqua che discende [...]» (v. 43). Chi siano le tre donne citate nel primo verso venia­mo a saperlo, infatti, solo alla fine della seconda e della terza stanza (rispettivamente, Drittura e le due discendenti), per l’appunto dopo una premessa sulla geografia della loro na­scita («di fonte nasce Nilo picciol fiume»). Ma le analogie con i canti della Commedia sono poi molte altre, tanto in quella che si può chiamare la macroretorica – il dialogo tra Amore e Drittura si sviluppa, di fatto, in modi e con tempi molto simili a quelli che regolano i dialoghi tra i personaggi della Commedia: si confronti per esempio il passo che in­troduce la seconda risposta di Drittura, «Poi che fatta si fu palese e conta» (v. 37), con passaggi del poema identici dal punto di vista dell’organizzazione del discorso, come Pur­gatorio VII, 1-3 «Poscia che l’accoglienze oneste e liete / furo iterate tre e quattro volte, / Sordel si trasse, e disse: “Voi chi siete?”» – quanto nella microretorica (la designazione del luogo di nascita attraverso una perifrasi, come in Inferno V, 97 «Siede la terra[...]» o in Purgatorio XIX, 100 «Intra Sïestri e Chiaveri [...]»; le formule che introducono le battute del dialogo: «poi cominciò...» e «poi che... disse»; l’idea stessa che a presentare i personaggi secondari di un gruppo non sia l’autore in prima persona ma il personaggio principale con cui sino ad allora l’io narrante ha dialogato). Insomma tutto, in Tre donne, richiama le tecniche di rappresentazio­ne della Commedia. Tutto, salvo il fatto fondamentale che qui Dante non mette in scena dei personaggi reali ma due astrazioni, l’Amore e la Giustizia.

PARLA IL POETA  La seconda parte della canzone co­mincia con il v. 73: «Ed io ch’ascolto nel parlar divino». Ci si dimentica, leggendo le prime stanze, che quello tra Amore e Drittura è un dialogo che ha luogo nel cuore, cioè non è altro che un pensiero, un concetto che Dante dramma­tizza. Invece di dire che il mondo è ingiusto egli dà vita e parole a personaggi fittizi e li fa recriminare sulla loro sor­te, sul mondo che li disprezza. Ora la parola torna al po­eta, e anche questo ritorno alle questioni private dopo la rappresentazione di una scena che l’io contempla, ma non vive, non ha nulla di lirico, e ricorda invece da vicino quel misto di allegorico-rappresentativo e autobiografico che è la Commedia: pensiamo per esempio alla svolta di Pur­gatorio VI, 76 («Ahi serva Italia, di dolore ostello»), quan­do il moto d’affetto di Sordello nei confronti di Virgilio dà modo a Dante d’interrompere il racconto, il resoconto del dialogo, e di parlare in prima persona. In Tre donne, però, la decadenza dei tempi diventa un fatto personale, una per­sonale disgrazia. Dante riflette su un esilio che – senten­dosi compagno della Giustizia, anch’essa esule, cacciata dal mondo – saluta come onore. Questa coda autobiografica di circa trenta versi situa la canzone nel tempo: verosimil­mente, essa è stata composta negli anni in cui Dante, da poco espulso da Firenze, spera ancora di tornarci e implora da chi può darglielo il perdono.

LA RETORICA DEGLI EXEMPLA  Tornando alla struttu­ra e allo stile, anche per il passaggio così brusco dal piano dell’allegoria al piano soggettivo, al v. 73, si cercherebbero invano dei paralleli nell’ambito della lirica. Simile è invece la struttura degli exempla (“esempi”, quei brevi scritti edifi­canti nei quali a un racconto esemplare relativo a un fatto segue l’applicazione morale: “la favola mostra che...”) e delle allegorie. Ovviamente exempla e allegorie si sprecano nel viaggio della Commedia: tutto ciò che Dante vede e sente è in certo modo una lezione che serve anche a giudicare la sua vita. E qui, nel dialogo tra Amore e Giustizia sullo stato del mondo, Dante trova la conferma della fondatezza del­le proprie ragioni: in un mondo in cui il Bene soccombe è giusto che i buoni vengano esiliati. La figura di cui Dante si serve per affermare questo principio è quella che in retorica si chiama prova ex maioribus ad minora (“da cose più gran­di a cose più piccole”): è bene, è giusto patire, con l’esilio, l’iniquità degli uomini, se a patirla sono addirittura queste sostanze divine.

LA “SUBLIME ARROGANZA” DI DANTE  Pur avendo parlato della struttura retorica della canzone, sui suoi due tempi coordinati dalla similitudine tra le virtù calpestate da un lato e Dante esule dall’altro, non va perso di vista il fatto che il processo di pensiero è, nei fatti, inverso, e cioè che è il Dante esule a convocare come testimoni della sua virtù nientemeno che l’Amore e la Giustizia. Il torto subìto è se­gno non del destino che si accanisce su di lui innocente ma di un metafisico stravolgimento del retto ordine delle cose: ed è la stessa sublime arroganza di chi di lì a qualche anno, sentendosi investito di una missione divina, dialogherà in cielo con gli «spiriti magni», con gli angeli e con i santi.

LE TRE DONNE  Una delle donne presenta se stessa come Drittura. È dunque la Giustizia, e la menzione del­la parentela con l’Amore (la cui madre, Venere, è sorella di Giustizia) rievoca il mito classico di Astrea, figlia di Temi e, come per l’appunto Venere, di Giove. Quanto alle figlie di Drittura (o meglio, alla figlia e alla nipote, dato che la terza donna si genera dalla seconda, dopo che questa si è specchiata nelle acque del Nilo), è probabile che qui Dante alluda alla distinzione tra ius naturale (“diritto naturale”), ius gentium (“diritto dei popoli”) e ius civile (“diritto civile”): il primo è quello comune a tutti gli uomini, e per i cristiani coincide con la legge divina, il secondo è quello che regola i rapporti tra individui appartenenti a comunità diverse e il terzo è quello che ogni popolo o città ha stabilito per sé. Quanto all’immagine della Giustizia madre, che affiora an­che ai vv. 63-64, là dove Amore parla delle virtù «nate del nostro sangue», essa riflette l’idea che la giustizia abbia un ruolo eminente tra le altre virtù, che tutte in certo modo partecipino di lei: idea che si trova già in Aristotele (Etica Nicomachea: «Nella giustizia si trovano insieme tutte le vir­tù»), e che viene ripetuta poi spesso nel Medioevo.

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Chi sono le tre donne che dialogano con Amore? In che modo sono legate tra loro?



2. Come sono descritte? Sono sempre state così? Come erano prima? Cosa le ha cambiate?



3. Che cosa c’entra il fiume Nilo con la Giustizia?



4. Che significato ha la parola «donna» al verso 26?



5. Individua le metafore e le similitudini.



6. Quale figura retorica si trova nella frase «drizzate i colli»?



7. L’apostrofe alla canzone qui raddoppia: individua i due congedi e spiegane il contenuto.



CONTESTUALIZZARE


8. In base a quanto hai letto nell’Analisi del testo, proponi una datazione per questa lirica.



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  1. Tre donne ... fore: si capirà solo più avanti chi sono queste tre donne, che si siedono non dentro ma intorno al cuore del poeta.
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  3. ché ... Amore: perché dentro al cuore sta Amore. L’Amore va inteso qui come generale tensione verso il bene, come “carità”, non come l’amore carnale che lega due esseri umani. E anche il cuore, qui, non è il luogo dei sentimenti bensì il teatro di un dialogo e di una riflessione.
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  5. di tanta vertute: tanto virtuose, nobili.
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  7. appena ... s’aita: (Amore) trova a stento il coraggio di parlare con loro; perché è turbato di fronte alle tre donne; s’aita: da aitarsi, aiutarsi; significa “riesce; osa”.
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  9. Ciascuna ... stanca: sembrano tutte addolorate e smarrite, come se fossero persone esiliate, reiette (discacciate) e prive ormai di forza; stanche come è stanco chi ha vagato a lungo senza trovare riparo.
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  11. cui ... manca: alla quale tutti vengono meno.
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  13. secondo ... dilette: secondo quanto affermano furono amate; in un’altra più felice età del mondo (e può essere un passato storico o una mitica età dell’oro).
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  15. in ira ... non cale: odiate e disprezzate da tutti.
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  17. Queste ... dico: esse sanno che nel cuore di Dante (la «casa d’amico») c’è Amore.
  18. \r
  19. Dolesi: recrimina; si lamenta. Come di consueto, a inizio assoluto di periodo la particella pronominale (si) va al fondo del verbo (in posizione enclitica) e non all’inizio (non cioè si dole: con la particella pronominale in posizione proclitica).
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  21. (i)n su ... posa: poggia il volto sulla mano: è la posa che esprime il dolore anche nella tradizione iconografica.
  22. \r
  23. succisa: tagliata; recisa.
  24. \r
  25. di dolor colonna: perché regge il viso addolorato, piangente, come si dice nel verso successivo.
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  27. oraggio: pioggia; diluvio; di lacrime (come nel francese orage).
  28. \r
  29. l’altra ... lagrimosa: soggetto è la treccia, metonimia per chioma: “i capelli bagnati di lacrime coprono (tengono ascosa, cioè “nascosta”) l’altra mano”.
  30. \r
  31. discinta ... donna: con vesti insufficienti a coprirla per intero (ma forse proprio nel senso etimologico di “senza cintura”) e scalza, e sembra padrona (donna < domina) solo di sé, del suo corpo; cioè non sembra avere altri possessi, conforme a quanto si è detto al v. 11 («cui tutta gente manca») e si dirà al v. 36 (povera).
  32. \r
  33. rotta gonna: la gonna è altra cosa rispetto al capo di vestiario femminile che ha oggi questo nome: è una tunica, una veste lunga che indossavano uomini e donne.
  34. \r
  35. in parte ... bello: in una parte del corpo che è bene tacere; quelle parti che per l’appunto le vesti, solitamente, coprono.
  36. \r
  37. e pietoso e fello: a un tempo pietoso e crudele; pietoso perché sollecito, turbato dal dolore della donna; fello, cioè crudele, perché ravviva il dolore della donna chiedendole di parlare.
  38. \r
  39. di lei ... dimanda: le chiese chi era e quale fosse il dolore che la faceva piangere.
  40. \r
  41. di pochi vivanda: cibo di pochi, perché pochi ormai “si nutrono” (vivanda) di amore.
  42. \r
  43. nostra natura: in astratto, il senso dell’espressione potrebbe essere “la nostra indole il nostro carattere”; ma il contesto richiede piuttosto qualcosa come “la nostra parentela”, cioè “la nostra comune nascita”. Sono, come dirà più avanti Dante, tutti esseri divini.
  44. \r
  45. son ... Drittura: sono sorella di tua madre, e sono Giustizia (drittura è forma frequente, nell’italiano antico, in luogo di dirittura).
  46. \r
  47. a cintura: complemento di limitazione, “quanto a”. Più ancora di quanto non lo sia oggi, la cintura era un elemento essenziale dell’abbigliamento soprattutto femminile, tant’è vero che una cintura decorata si trova anche nei corredi più poveri, e manca di rado nei ritratti femminili: «vestita di suoi più nobili vestimenti e con bella corona in capo [...] e con ricca cintura e borsa» (Novellino LXXXII, 4).
  48. \r
  49. fatta ... conta: dopo aver dichiarato la propria identità ed essersi fatta riconoscere; conta: dal latino cognita.
  50. \r
  51. lo mio signore: Amore, soggetto di prese.
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  53. sì ... pronta: così propensa a piangere.
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  55. tosto ... accese: appena sentita la domanda si addolorò ancora di più.
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  57. A te ... miei: dunque non t’importa dei miei occhi!; cioè “non t’importa se piango!’”.
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  59. quivi ... fronda: là dove i raggi del sole (il gran lume) fanno sì che la terra non possa coprirsi di fronde; perché il sole brucia la terra e impedisce alle piante di crescere; vinco: il vinco è, alla lettera, un ramoscello di salice, “vimine”, ma qui sta genericamente per “pianta, vegetazione”.
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  61. sopra ... onda: presso la pura sorgente del Nilo.
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  63. s’asciuga: le lacrime.
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  65. portato: la figlia (letteralmente, ciò che la madre ha appunto portato in grembo).
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  67. mirando ... fontana: contemplandosi nella chiara sorgente.
  68. \r
  69. generò ... lontana: la terza variante della giustizia.
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  71. Fenno ... tardo: i sospiri fecero Amore un po’ tardo a rispondere; addolorato, oppresso dai sospiri, Amore indugia a parlare.
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  73. poscia ... sconsolate: poi, con gli occhi bagnati di lacrime (molli), che prima erano stati folli, salutò le consanguinee (germane) di Drittura. La follia starà nello sguardo che si era posato – con temerarietà, con scortesia – sulle nudità di Drittura (v. 28).
  74. \r
  75. l’uno ... dardo: l’attributo delle due frecce (dardi), una capace di far innamorare e l’altra di far cessare l’amore, è un’invenzione di Ovidio: cfr. Metamorfosi I, 469 «fugat hoc, facit illud amorem» (“una freccia mette in fuga l’amore, un’altra lo genera”).
  76. \r
  77. Drizzate i colli: Amore invita le sue interlocutrici a non abbattersi, a confidare nel futuro.
  78. \r
  79. per non usar: si sono scurite, arrugginite (turbate) perché nessuno le usa.
  80. \r
  81. Larghezza ... nate: la Larghezza è sinonimo di liberalità, di generosità (che non va intesa come prodigalità, facilità a spendere, ma come il giusto mezzo tra la prodigalità e l’avarizia). La Temperanza è una delle quattro virtù cardinali, e potremmo parafrasarla come “equilibrio” nelle passioni.
  82. \r
  83. nate ... sangue: nostre consanguinee; appartenenti alla nostra stessa stirpe.
  84. \r
  85. però: per ciò (dal latino per hoc).
  86. \r
  87. dogliasi la bocca: si odano i sospiri e i lamenti.
  88. \r
  89. a’ raggi ... giunti: sono congiunti, uniti ai raggi di un simile cielo; dunque soggetti a esso.
  90. \r
  91. semo ... rocca: apparteniamo alla rocca, al regno eterno.
  92. \r
  93. se noi ... lucente: se ora noi siamo colpiti, umiliati (punti), noi continueremo a vivere (pur saremo), e tornerà chi farà di nuovo luccicare questa freccia. Cioè: uomini migliori verranno e onoreranno queste virtù.
  94. \r
  95. Ed io ... divino: brusco cambio di fronte, dal dialogo tra personificazioni alla riflessione su di sé. “E io, che ascolto nel discorso, nel colloquio di questi dei”.
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  97. così alti dispersi: esuli così eccellenti: la Giustizia nelle sue tre forme, insieme ad Amore.
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  99. onor mi tegno: considero un onore.
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  101. se giudicio ... destino: giudizio significa “condanna, punizione, castigo di Dio”, mentre la forza di destino è il fato.
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  103. versi: tramuti, scambi; nel senso non usuale del latino vertere.
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  105. bianchi ... persi: i fiori bianchi in neri: cioè gli innocenti (i fiori bianchi) vengono trattati come colpevoli (persi). Il colore perso era un rosso scuro, quasi nero.
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  107. E se ... viso: e se non fosse che la lontananza ha sottratto alla mia vista il bel segno, la bella cosa a cui guardavano i miei occhi; il bel segno è forse Firenze (il segno del giglio?), che Dante rimpiange sempre anche nella Commedia; oppure sono i familiari, gli affetti abbandonati a causa dell’esilio.
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  109. m’have … miso: mi ha messo nel fuoco.
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  111. mi conteria: reputerei.
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  113. l’ossa e la polpa: tutto il corpo, le ossa e la carne.
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  115. Morte ... chiave: la Morte sta per aprirmi il petto, per rubarmi il cuore.
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  117. più lune ... spenta: sono passati molti mesi (molte lune) da che quella colpa è cessata; cioè, come dice al verso successivo, dal momento in cui di quella colpa si è pentito cominciando a espiare; ha volte il sol: Dante scrive così perché, con il suo influsso, il Sole fa materialmente girare la Luna.
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  119. a’ panni ... mano: nessuno tocchi le tue vesti. Posto che la veste è, nel discorso sulla poesia, la bella forma, la superficie delle parole, l’autore invita la canzone a celare il suo significato profondo: la gente si accontenti di ciò che si vede (le parti nude del verso 93).
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  121. bella donna: soggetto di chiude “nasconde agli sguardi’”
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  123. pome: mela; dal latino pomus, e cioè il senso, il nocciolo del testo.
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  125. per cui ... man piega: per cogliere il quale ognuno tende la mano.
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  127. s’egli ... trovi: se mai accade che incontri qualcuno.
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  129. fatti ... novi: rinnòvati nell’aspetto; splendi di nuovi colori.
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  131. e (i)l fior ... cori: e fa desiderare il fiore, che è bello di fuori, nei cuori innamorati.
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  133. uccella: come il successivo caccia è più probabilmente verbo (da uccellare) che sostantivo: “caccia, cattura gli uccelli”.
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  135. caccia: esiste caccia come sostantivo, nel senso di “muta”, in genere di cani, e comunque di inseguitori (come in Inferno XXIII, 33 «noi fuggirem l’imaginata caccia»); ma qui, come uccella nel verso precedente, è più probabilmente verbo: “unisciti nella caccia” ai neri veltri, cioè ai guelfi neri che cacciarono Dante da Firenze. Insomma, il poeta esorta la sua poesia ad andare in ambasceria dai suoi avversari e a unirsi a loro (come uniti si va alla caccia), e a ricevere il loro perdono.
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  137. che ... convenne: da cui ho dovuto fuggire.
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  139. Però ... sono: non lo fanno perché non sanno chi sono, non conoscono il mio animo oggi.
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  141. camera ... serra: un uomo saggio non chiude la camera del perdono; cioè “non si rifiuta al perdono”.
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