Giovanni Giudici

La vita in versi

Una sera come tante

La serie di liriche L’educazione cattolica, dove la maschera dell’“italiano medio” si manifesta per la prima volta in modo compiuto, fa parte del libro La vita in versi, che nel 1965 impone definitivamente Giovanni Giudici all’attenzione dei critici e dei lettori italiani. Il primo componimento della serie ha un chiaro valore programmatico e si intitola Una sera come tante.

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani... pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

Metro: sette strofe di versi liberi (endecasillabi e versi più lunghi di varia misura); molte le assonanze e le rime, che danno alla poesia come un tono di cantilena triste, perfettamente adeguato all’argomento del testo, che è la ripetizione della vita quotidiana, le giornate tutte uguali spese tra il lavoro e la famiglia.

UNA SITUAZIONE NORMALE, «COME TANTE» Giudici mette in versi una situazione tipica, e lo dichiara già nel titolo: Una sera come tante. I gesti, i pensieri del protagonista della poesia sono normali, prevedibili, e sono scanditi dalla misura regolare delle strofe, tutte di sette versi, e spesso collegate l’una all’altra attraverso la tecnica che nella poesia dei trovatori si chiamava delle coblas capcaudadas (stanze di canzone in cui la rima dell’ultimo verso di ogni stanza è uguale a quella del primo verso della stanza successiva: qui commenti / proponimenti; mentire / morire ecc.).

LA VITA QUOTIDIANA DELL’UOMO-MASSA A ciò si aggiunge la struttura anaforica delle strofe stesse: la prima, la seconda, la terza e l’ultima, in particolare, si aprono con le stesse parole del titolo. A esse puntualmente fanno seguito considerazioni diverse ma convergenti sulla circolarità delle esperienze che si stanno vivendo: «Una sera come tante, e nuovamente / noi qui»; «Una sera come tante, e i miei proponimenti / intatti, in apparenza, come anni / or sono»; «Una sera come tante (quante ne resta a morire / di sere come questa?)».
Fino all’ultima strofa, che svela definitivamente l’illusorietà di ogni cambiamento e afferma una volta per tutte la ripetitività della vita dell’uomo-massa: «Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura / che dice: domani, domani... pur sapendo / che il nostro domani era già ieri da sempre».
È come se l’autore stesse riflettendo ad alta voce, e questa riflessione lo portasse a constatare che tutta la sua vita consiste nella stessa routine, e che ormai è inutile pensare di cambiarla.

UNA CONDIZIONE COLLETTIVA Giudici scrive «il nostro domani», non “il mio domani”: altro elemento interessante di questa poesia è l’oscillazione, frequente del resto in tutta La vita in versi, tra l’“io” e il “noi”. Questi versi non raccontano tanto una vicenda individuale, quanto una condizione collettiva. Sono costruiti come un ritratto sociale. Si sente qui, sia pure molto distante, l’eredità del Neorealismo, immersa però in un tono disincantato e depresso, molto lontano dall’enfasi tragica o euforica dell’immediato dopoguerra. La violenza non si vede, le grandi masse sono scomparse: al loro posto ci sono «private persone senza storia», murate in esistenze quotidiane che si somigliano tutte.

RITRATTO DI GENTE COMUNE La sera descritta nella poesia è infatti una serata trascorsa in famiglia («al nostro / settimo piano»), con moglie (il “tu” a cui si indirizza il soggetto lirico), figli («i bambini si sono addormentati») e cane («dorme anche il cucciolo»). La dimensione è quella, apertamente evocata nella quinta strofa, della gente comune: «lettori di giornali, spettatori / televisivi, utenti di servizi», cioè consumatori contemporanei, con le proprie «impiegatizie frustrazioni». L’io, che è uno di loro, si pone le domande che si fanno tutti: «Potremmo avere domani una vita più semplice?», «Ha un fine il nostro subire il presente?», «Da quanto in questa viltà ci assicura / la nostra disciplina senza percosse? / Da quanto ha nome bontà la paura?».

COMPETIZIONE E ASSERVIMENTO Ciò che lo distingue dagli altri impiegati, dai milioni di altri singoli individui senza storia, è però la sua capacità di formulare alcune impietose risposte: è lì che la coscienza dell’autore (Giovanni Giudici poeta e intellettuale) sopravanza quella del personaggio (l’impiegato nel suo dopocena). È inutile consolarsi con un sorriso o sperare in ipotesi irrealizzabili, la verità va guardata in faccia come sanno fare gli uomini semplici e forti: la società dei consumi, apparentemente democratica e libertaria, è in realtà costruita sulla competizione di tutti contro tutti e quindi sull’asservimento dei singoli, senza che peraltro essi ne siano consapevoli («questa grigia innocenza che inermi ci tiene / qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene»).
Dello sfruttamento sono consapevoli, invece, i pochi veri padroni della società, i despoti, come quello che appare al terz’ultimo verso, nell’atto di riconoscere tra i suoi servi il soggetto poetico stesso («mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo».

MEGLIO TRADIRE CHE «ESSERE FEDELI A METÀ» A partire da questa immagine, da questo faccia a faccia tra il despota e lo schiavo, l’ultimo verso consegna al lettore un messaggio di rivolta: sarebbe più dignitoso trovare il coraggio di ribellarsi alle regole della società capitalista, cioè tradire, piuttosto che «essere fedeli a metà», cioè obbedire e lamentarsi. Tradire, in altri termini, significa sottrarsi allo sradicamento, all’impoverimento psicologico, alla devitalizzazione che si accompagna al benessere dell’esistenza borghese. Ma una vera ribellione, e di conseguenza una vera salvezza, non sarà individuale; essa non potrà venire che da una mobilitazione collettiva: «dovremmo essere in molti». È a questa mobilitazione generale delle coscienze che in fondo aspira la poesia Giudici, nonostante il tono crepuscolare e dimesso; la sua ricerca di una poesia colloquiale ma lucida, priva di retorica e forte soprattutto di un’amara ironia, implica fiducia nella partecipazione di ogni lettore, nella sua comprensione razionale più che nella sua emotività.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Commenta il primo verso: che cosa vuol dire l’espressione «Una sera come tante»?

2 Descrivi il contesto psicologico e sociale in cui vive l’io poetico. Quali segni di mortificante quotidianità lo circondano? Quali espressioni ribadiscono l’immutabilità di tale situazione?

3 A quale “noi” si rivolge il poeta? È sempre lo stesso o muta nel corso del testo?

4 Che cosa vogliono dire i versi: scrivere versi cristiani in cui si mostri / che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti; / due ore almeno ogni giorno per me; / basta con la bontà, qualche volta mentire? Di che cosa si lamenta il poeta?

5 Rifletti sulla costruzione: è possibile individuare un ordine nella disposizione delle rime e nella costruzione delle strofe?

6 Per esprimere la mediocrità e la passività della vita che conduce, il poeta si serve di un linguaggio prosastico e antilirico. Fai degli esempi.

CONTESTUALIZZARE

7 Ti sembra che il protagonista abbia tratti in comune con la figura dell’inetto comune nella narrativa del primo Novecento, che hai già incontrato in Svevo, Pirandello e Tozzi? Rispondi attraverso un testo argomentativo e con le opportune citazioni.

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