Italo Svevo

La coscienza di Zeno

Zeno, il Veronal e il funerale sbagliato

Il personaggio centrale del capitolo è Guido Speier, già rivale di Zeno e ora suo socio nel commercio. Nel capitolo 5, La storia del mio matrimonio, Zeno aveva rievocato il suo pri­mo incontro con Guido, avvenuto in casa Malfenti. Uomo brillante e avvenente, Guido aveva presto conquistato la più bella delle sorelle Malfenti, Ada, di cui lo stesso Zeno era innamorato. Di qui l’antipatia del protagonista, dapprima esplicita, poi latente.
Dopo i rispettivi matrimoni (di Zeno con Augusta e di Guido con Ada), l’antica rivalità sembrava essersi trasformata in un’amicizia, favorita da un imprevedibile capovolgimen­to dei destini dei due cognati: mentre l’apparentemente inetto Zeno diventava un uomo d’affari accorto e un marito felice, il “vincente” Guido andava incontro a fallimenti profes­sionali e sentimentali, arrivando a simulare il suicidio per impietosire i familiari e superare il crollo finanziario provocato dalla sua incapacità. I brani seguenti raccontano proprio l’ultimo, fatale, tentativo di suicidio di Guido e la mancata partecipazione di Zeno al fune­rale dell’amico.
Nel brano che riportiamo Zeno e Guido sono in barca insieme e stanno pescando. 

Guido improvvisamente mi domandò:

– Tu che sei chimico, sapresti dirmi se sia più efficace il veronal1 puro o il veronal al sodio?

Io veramente non sapevo neppure che ci fosse un veronal al sodio. Non si può mica pretendere che un chimico sappia il mondo a mente. Io di chimica so tanto da poter trovare subito nei miei libri qualsiasi informazione e inoltre da poter discutere – come si vide in quel caso – anche delle cose che ignoro.

Al sodio? Ma se era saputo da tutti che le combinazioni al sodio erano quelle che più facilmente si assimilavano.

Anzi a proposito del sodio ricordai – e riprodussi più o meno esattamente – un inno a quell’elemento elevato da un mio professore all’unica sua prelezione2 cui aves­si assistito. Il sodio era un veicolo sul quale gli elementi montavano per moversi più rapidi. E il professore aveva ricordato come il cloruro di sodio passava da organismo ad organismo e come andava adunandosi per la sola gravità nel buco più profondo della terra, il mare. Io non so se riproducessi esattamente il pensiero del mio profes­sore, ma in quel momento, dinanzi a quell’enorme distesa di cloruro di sodio3, parlai del sodio con un rispetto infinito. Dopo un’esitazione, Guido domandò ancora:

– Sicché chi volesse morire dovrebbe prendere il veronal al sodio?

– Sì, – risposi.

Poi ricordando che ci sono dei casi in cui si può voler simulare un suicidio e non accorgendomi subito che ricordavo a Guido un episodio spiacevole della sua vita, aggiunsi:

– E chi non vuole morire deve prendere del veronal puro.

Gli studii di Guido sul veronal avrebbero potuto darmi da pensare. Invece io non compresi nulla, preoccupato com’ero dal sodio […].

Molto più tardi seppi come poté accadere una cosa simile. Alle undici di sera circa, quando la signora Malfenti si fu allontanata, Guido avvertì la moglie ch’egli aveva ingoiata una quantità enorme di veronal. Volle convincere la moglie che era condan­nato. L’abbracciò, la baciò, le domandò perdono di averla fatta soffrire. Poi, ancora prima che la sua parola si convertisse in un balbettio, l’assicurò ch’essa era stata il solo amore della sua vita. Essa non credette per allora né a quest’assicurazione né ch’egli avesse ingoiato tanto veleno da poter morirne. Non credette neppure ch’egli avesse perduti i sensi, ma si figurò4 che fingesse per strapparle di nuovo dei denari.

Poi, trascorsa quasi un’ora, vedendo ch’egli dormiva sempre più profondamente, ebbe un certo terrore e scrisse un biglietto ad un medico che abitava non lontano dalla sua abitazione […].
Il dottor Mali era un uomo di circa cinquant’anni, tutt’altro che una genialità, ma un medico pratico che aveva fatto sempre il suo dovere come meglio aveva potuto. Non aveva una grande clientela propria, ma invece aveva molto da fare per conto di una società dai numerosissimi membri, che lo retribuiva poco lautamente. Era rincasato poco prima ed era arrivato finalmente a riscaldarsi e rasciugarsi accanto al fuoco. Si può immaginare con quale animo abbandonasse ora il suo caldo cantuccio. Quando io mi misi ad indagare meglio le cause della morte del mio povero amico, mi preoccupai anche di fare la conoscenza del dottor Mali. Da lui non seppi altro che questo: quando giunse all’aperto e si sentì bagnare dalla pioggia traverso l’ombrello, si pentì d’aver studiato medicina invece di agricoltura, ricordando che il contadino, quando piove, resta a casa.

Giunto al letto di Guido, trovò Ada del tutto calmata. Ora che aveva accanto il dottore, ricordava meglio come Guido l’avesse giocata mesi prima simulando un suicidio. Non toccava più a lei di assumersi una responsabilità, ma al dottore il quale doveva essere informato di tutto, anche delle ragioni che dovevano far credere in una simulazione di suicidio. E queste ragioni il dottore le ebbe tutte come prestava nello stesso tempo l’orecchio alle onde che spazzavano la via. Non essendo stato avvisato che lo si aveva chiamato per curare un caso di avvelenamento, egli mancava di ogni ordigno5 necessario alla cura. Lo deplorò balbettando qualche parola che Ada non intese. Il peggio era che, per poter imprendere un lavacro dello stomaco6, egli non avrebbe potuto mandar a prendere le cose necessarie, ma avrebbe dovuto andar a prenderle lui stesso traversando per due volte la via. Toccò il polso di Guido e lo trovò magnifico. Domandò ad Ada se forse Guido avesse sempre avuto un sonno molto profondo. Ada rispose di sì, ma non a quel punto. Il dottore esaminò gli occhi di Guido: reagivano prontamente alla luce! Se ne andò raccomandando di dargli di tempo in tempo dei cucchiaini di caffè nero fortissimo.

Seppi anche che, giunto sulla via, mormorò con rabbia:

– Non dovrebbe essere permesso di simulare un suicidio con questo tempo! […]

Dopo poco più di un’ora, Ada si stancò di cacciare a Guido il cucchiaino fra’ denti e vedendo ch’egli ne sorbiva sempre meno e che il resto andava a bagnare il guanciale, si spaventò di nuovo e pregò la fantesca7 di recarsi dal dottor Paoli. Questa volta la fan­tesca tenne da conto il bigliettino. Ma ci mise più di un’ora per raggiungere l’abitazione del medico. È naturale che quando piove tanto si senta il bisogno di tempo in tempo di fermarsi sotto qualche portico. Una pioggia simile non solo bagna, ma sferza.

Il dottor Paoli non era in casa. Era stato chiamato poco prima da un cliente e se ne era andato dicendo che sperava di ritornare presto. Ma poi pare avesse preferito di attendere presso il cliente che la pioggia cessasse. La sua donna di servizio, una buo­nissima persona in età, fece sedere la fantesca di Ada accanto al fuoco e si preoccupò di rifocillarla. Il dottore non aveva lasciato l’indirizzo del suo cliente e così le due donne passarono insieme varie ore accanto al fuoco. Il dottore ritornò, solo quando la pioggia fu cessata. Quando poi arrivò da Ada con tutti gli ordigni che già aveva esperiti8 su Guido, albeggiava. A quel letto ebbe un solo compito: celare ad Ada che Guido era già morto e far venire la signora Malfenti prima che Ada se ne accorgesse, per assisterla nel primo dolore […].

Il dottore era commosso per aver assistito al dolore di Ada. Mi disse qualche cosa dell’orrenda notte ch’essa aveva passata. Oramai si era riusciti a farle credere che la quantità di veleno ingerita da Guido era stata tale che nessun soccorso avrebbe po­tuto giovare. Guai se avesse saputo altrimenti!

– Invece – aggiunse il dottore con sconforto – se io fossi arrivato qualche ora pri­ma l’avrei salvato. Ho trovate le boccette vuote del veleno.

Le esaminai. Una dose forte ma poco più forte dell’altra volta. Mi fece vedere alcune boccette sulle quali lessi stampato: Veronal. Dunque non veronal al sodio. Come nessun altro io potevo ora essere certo che Guido non aveva voluto morire. Non lo dissi però mai a nessuno.

[…]

Partimmo dall’ufficio alle tre e corremmo perché allora ricordammo che il fune­rale doveva aver luogo alle due e tre quarti.

All’altezza dei volti di Chiozza9, vidi in lontananza il convoglio e mi parve persino di riconoscere la carrozza di un amico mandata al funerale per Ada. Saltai col Nili­ni10 in una vettura di piazza11, dando ordine al cocchiere di seguire il funerale […].

Quando si arrivò al posto dove di solito le vetture si fermano, il Nilini sporse la testa dalla finestra e diede un grido di sorpresa. La vettura continuava a procedere dietro al funerale che s’avviava al cimitero greco12.

– Il signor Guido era greco? – domandò sorpreso. Infatti il funerale passava oltre al cimitero cattolico e s’avviava a qualche altro cimitero, giudaico, greco, protestante o serbo.

Può essere che sia stato protestante! – dissi io dapprima, ma subito mi ricordai d’aver assistito al suo matrimonio nella chiesa cattolica.

Dev’essere un errore! – esclamai pensando dapprima che volessero seppellirlo fuo­ri di posto.

Il Nilini improvvisamente scoppiò a ridere di un riso irrefrenabile che lo gettò pri­vo di forze in fondo alla vettura con la sua boccaccia spalancata nella piccola faccia.

– Ci siamo sbagliati! – esclamò. Quando arrivò a drenare lo scoppio della sua ila­rità13, mi colmò di rimproveri. Io avrei dovuto vedere dove si andava perché io avrei dovuto sapere l’ora e le persone ecc. Era il funerale di un altro!

Irritato, io non avevo riso con lui ed ora m’era difficile di sopportare i suoi rim­proveri. Perché non aveva guardato meglio anche lui? Frenai il mio malumore solo perché mi premeva più la Borsa, che il funerale. Scendemmo dalla vettura per oriz­zontarci meglio e ci avviammo verso l’entrata del cimitero cattolico. La vettura ci se­guì. M’accorsi che i superstiti dell’altro defunto ci guardavano sorpresi non sapendo spiegarsi perché dopo di aver onorato fino a quell’estremo limite quel poverino lo abbandonassimo sul più bello.

Il Nilini spazientito mi precedeva. Domandò al portiere dopo una breve esitazione:

– Il funerale del signor Guido Speier è già arrivato?

Il portiere non sembrò sorpreso della domanda che a me parve comica. Rispose che non lo sapeva. Sapeva solo dire che nel recinto erano entrati nell’ultima mezz’ora due funerali.

Perplessi ci consultammo. Evidentemente non si poteva sapere se il funerale si trovasse già dentro o fuori. Allora decisi per mio conto. A me non era permesso d’in­tervenire alla funzione forse già cominciata e turbarla. Dunque non sarei entrato in cimitero. Ma d’altronde non potevo rischiare d’imbattermi nel funerale, ritornando. Rinunziavo perciò ad assistere all’interramento e sarei ritornato in città facendo un lungo giro oltre Servola14. Lasciai la vettura al Nilini che non voleva rinunziare di far atto di presenza per riguardo ad Ada ch’egli conosceva.

Con passo rapido, per sfuggire a qualunque incontro, salii la strada di campagna che conduceva al villaggio. Oramai non mi dispiaceva affatto di essermi sbagliato di funerale e di non aver reso gli ultimi onori al povero Guido. Non potevo indugiarmi in quelle pratiche religiose. Altro dovere m’incombeva: dovevo salvare l’onore del mio amico e difenderne il patrimonio a vantaggio della vedova e dei figli. Quando avrei informata Ada ch’ero riuscito di ricuperare tre quarti della perdita (e riandavo con la mente su tutto il conto fatto tante volte: Guido aveva perduto il doppio del patrimonio del padre e, dopo il mio intervento, la perdita si riduceva a metà di quel patrimonio. Era perciò esatto. Io avevo ricuperata proprio tre quarti della perdita), essa certamente m’avrebbe perdonato di non essere intervenuto al suo funerale.

Quel giorno il tempo s’era rimesso al bello. Brillava un magnifico sole primaverile e, sulla campagna ancora bagnata, l’aria era nitida e sana. I miei polmoni, nel movi­mento che non m’ero concesso da varii giorni, si dilatavano. Ero tutto salute e forza. La salute non risalta che da un paragone. Mi paragonavo al povero Guido e salivo, salivo in alto con la mia vittoria nella stessa lotta nella quale egli era soggiaciuto. Tutto era salute e forza intorno a me. Anche la campagna dall’erba giovine.

[…] Avevo perfettamente dimenticato che venivo dal funerale del mio più intimo amico. Avevo il passo e il respiro del vittorioso. Però la mia gioia per la vittoria era un omaggio al mio povero amico nel cui interesse ero sceso in lizza. 

IL FUNERALE, UN ATTO MANCATO   L’episodio del funerale è tra i più “freudiani” del romanzo, nel senso che può corrispondere perfettamente a un atto mancato. Zeno sbaglia funerale: ma questa potrebbe non essere una sem­plice distrazione, bensì un segno del fatto che l’ostilità di Zeno, che sembrava superata, non è invece mai scomparsa. Ancora più significativo, in quest’ordine di idee, è ciò che Zeno racconta sulle modalità del suicidio di Guido: l’inten­zione di Guido non era davvero quella di togliersi la vita; l’effetto della sostanza che Guido assume si rivela mortale perché le dosi sono sbagliate. E a provocare l’errore è stato proprio un consiglio avventato di Zeno: di fatto è Zeno che, in modo più o meno consapevole, ha detto a Guido come uccidersi, realizzando così un desiderio che, inconsciamen­te, aveva provato a lungo.

LA “NEGAZIONE FREUDIANA” DI ZENO   Del resto, le parole di Zeno sembrano tradire, talvolta, i suoi veri senti­menti, la sua inimicizia per Guido. «Gli studii di Guido sul veronal – scrive Zeno – avrebbero potuto darmi da pen­sare. Invece io non compresi nulla. Zeno non ha sospetti sulle intenzioni di Guido, ma ciò che afferma è poco credibile: subito prima, infatti, ha accennato ai pre­cedenti tentativi di suicidio di Guido. Potrebbe trattarsi di quella che si definisce “negazione freudiana”: si afferma il contrario di ciò che corrisponde al nostro pensiero o alle nostre intenzioni autentiche. E la verità affiora poi in modo addirittura esplicito nelle ri­ghe finali, là dove Zeno constata che «Tutto era salute e forza intorno a me», una frase che non solo esprime l’indifferenza di Zeno nei confronti della morte di Guido, ma mostra anche come Zeno tragga vantaggio dal precipi­tare della situazione: quegli stessi eventi che portano altri al fallimento e alla morte regalano a lui il successo, lo rendono più forte.

ZENO «SCENDE IN LIZZA»   A suo modo, Zeno sta compiendo un paradossale itinerario di formazione che lo porta finalmente (come dice nell’ultima riga del brano) a “scendere in lizza”, cioè a combattere nell’interesse del defun­to Guido. La metafora bellica (la lizza era il recinto entro cui si svolgevano le prove d’armi) è significativa: Zeno è ormai in grado di partecipare a una competizione e di lottare anche in senso darwiniano: la lotta per l’affermazione del più forte. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Sintetizza in un elenco per punti le fasi della vicenda narrata.



ANALIZZARE


2. Quali toni e quale sfumatura di sentimento dominano il passo?



3. Come viene presentato il personaggio di Guido?



INTERPRETARE


4. La narrazione si svolge tutta al passato. Il punto di vista su quanto accaduto coincide con quello del presente del narratore?



5. Come vive Zeno il suo rapporto con Guido, prima e dopo il suicidio?



6. Perché Zeno non segue il funerale del cognato? Quale nesso trovi tra le motivazioni dichiarate e quelle taciute?



7. Zeno e gli affari commerciali: questo rapporto, conflittuale per tutto il romanzo, assume qui una connotazione molto diversa e viene completamente ribaltato. Perché, infatti, Zeno dichiara che «La salute non risalta che da un paragone»?



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  1. veronal: un potente sedativo, commercializzato con questo nome dalla ditta Bayer. È usato anche dalla protagonista del racconto La signorina Else (1924) dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler, che, come Guido Speier, muore in seguito all’assunzione di una dose eccessiva.
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  3. prelezione: lezione introduttiva di un corso universitario.
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  5. enorme … sodio: l’acqua salata del mare (il cloruro di sodio è il comune sale da cucina).
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  7. si figurò: immaginò.
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  9. ordigno: rimedio, strumento di cura.
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  11. imprendere … stomaco: praticare una lavanda gastrica.
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  13. fantesca: donna di servizio, cameriera.
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  15. esperiti: sperimentati, provati.
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  17. volti di Chiozza: i portici del palazzo della famiglia Chiozza, nel centro di Trieste.
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  19. Nilini: è un collega di lavoro di Zeno e di Guido.
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  21. vettura di piazza: carrozza usata per servizio pubblico, trainata da cavalli.
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  23. cimitero greco: cimitero dove sono sepolti i defunti di religione ortodossa.
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  25. drenare … ilarità: controllare lo scoppio di risa.
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  27. Servola: rione storico di Trieste, a pochi chilometri dal centro.
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