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Dante, estrattore di quintessenze

Erich Auerbach è stato uno dei più intelligenti e colti studiosi di letteratura del XX secolo. Di formazione era un filologo romanzo, cioè uno specialista di lingue e letterature romanze del Medioevo, ma nei suoi saggi ha saputo superare di molto quei confini, dandoci alcune delle pagine più belle che siano mai state scritte sull’intera tradizione letteraria occidentale (in particolare nel suo capolavoro, Mimesis, scritto durante la Seconda guerra mondiale e uscito nel 1946 in Germania, nel 1953 in Italia).
Auerbach scrisse molto su Dante, e in particolare un saggio dal titolo Dante, poeta del mondo terreno, che è ancor oggi la migliore introduzione possibile alla Commedia.

Egli non racconta tutta una vita, non analizza l’anima, aperta dinanzi a lui in tutte le sue parti; egli tralascia qualcosa. Rabelais in un titolo si chiama «abstracteur de quinte essence»; si racconta che un pittore moderno abbia detto che dipingere è “lasciar fuori”; anche Dante, come pare, fa qualcosa del genere. Ma i nostri confronti sono tratti dall’età moderna: aveva già fatto qualcosa di simile un poeta anteriore a Dante? È chiaro di no; i poeti antichi e anche quelli medioevali, se volevano ridare tutta la figura, avevano bisogno dello sviluppo epico, in cui l’essenza si manifesta; se invece davano un frammento di vita, rinunciavano in partenza alla comprensione generale e non li preoccupava che cosa potesse essere l’amante, il geloso, il crapulone, il noioso, oltre che innamorato, geloso, goditore e importuno. Persino la tragedia classica, di cui si può ben dire che “tralascia” molto, e tuttavia mira alla totalità dell’uomo, ha bisogno di un avvenimento che si svolga nell’estensione del tempo; da esso prende ordine la scelta degli elementi da comprendere e da tralasciare, e in esso l’eroe dà una risposta, che a poco a poco si chiarisce e infine diventa definitiva, alla domanda del destino, il quale gli chiede chi egli sia in verità. Dante invece non fa accadere alcun avvenimento; egli ha soltanto un momento, in cui tutto deve svelarsi; certo un momento particolarissimo, perché è l’eternità. E ci dà qualcosa che la tragedia greca disdegnava di chiarire, e cioè le qualità sensibili individuali: dalla lingua, dall’accento, dal gesto, dall’atteggiamento egli penetra nell’essenza. Certo il lettore di una tragedia greca può, e ancor più lo poteva lo spettatore di un tempo, raffigurarsi concretamente Prometeo, Antigone o Ippolito; ma a questa raffigurazione è dato assai maggior campo, che nel poema di Dante, in cui ogni accento e ogni gesto è esattamente determinato; […] Dal confronto coi poeti precedenti, che abbiamo testé istituito, risulta subito: egli tralascia gli avvenimenti temporali. Nell’aldilà non accade più nulla di temporale: la storia è finita. E al suo posto è subentrato il ricordo. Alle anime non accadrà più nulla di nuovo, tranne che al giorno del giudizio; e anche questo porterà soltanto un’intensificazione della loro condizione presente. Essi hanno lasciato lo status viatoris1 e sono nello status recipientis pro meritis2; con limitazioni insignificanti, questo vale anche per le anime del purgatorio. Non c’è più da sperare né da temere alcun cambiamento; nessun incerto futuro dà loro la coscienza della dimensione “tempo.” Non accade loro più nulla, o meglio, ciò che loro accade accadrà in eterno. […] Perciò il poema consiste in una lunga serie di auto rappresentazioni, così evidenti ed esaurienti che delle persone in questione, morte da tempo e vissute in condizioni così diverse da noi, oppure forse non vissute affatto, noi sappiamo ciò che ci rimane forse nascosto di noi e dei nostri più prossimi, con i quali giornalmente siamo congiunti; e cioè l’arcana cifra che domina ed ordina tutta la loro esistenza. La cifra che Dante ci dà, è per lo più molto semplice, spesso una breve frase; ma se essa in sé sembra povera e semplice, tuttavia ci vuole una forza di approfondimento quasi sovrumana per trovarla, ed essa riceve la sua ricchezza dalla massa di avvenimenti che comprende, e da cui è ricavata; gli avvenimenti sono espressi soltanto in minima parte; ma ciò che è espresso è l’elemento decisivo, e quanto è tralasciato vi è contenuto e risuona in esso. Quando il vecchio Montefeltro dice «io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero» (Inferno XXVIII, 67) è data la cifra di quest’uomo duro e astuto, in cui viveva una segreta, ma non sufficiente aspirazione alla purezza, e quand’egli poi di tutte le sue azioni ne racconta una sola, come non sapesse resistere alla tentazione di far agire ancora un’unica volta la ben provata astuzia, con ciò non solo è decisa la sua sorte eterna, ma è definito egli stesso, e tutta la pienezza della sua vita, che rimane inespressa, – lotte, strapazzi, intrighi, e i giorni della vana speranza – è contenuta in quella cifra.

(E. Auerbach, Studi su Dante, Feltrinelli, Milano 1988)

Un «estrattore di quintessenze»: così Rabelais definiva se stesso; e così, secondo Auerbach, si potrebbe definire Dante. Che cosa significa questa etichetta? Significa che Dante si trova di fronte a due obblighi e a due limitazioni: 1) deve rappresentare, in un ridottissimo numero di versi, un grandissimo numero di esseri umani defunti; e 2) deve rappresentarli in una dimensione che è ormai fuori dal tempo e dalla storia, una dimensione nella quale non accadrà mai più nulla. Ecco allora che Dante non racconta e non descrive ma, attraverso poche frasi, o anche una sola battuta, individua, con una conoscenza dell’animo umano che ha del sovrumano, la cifra, la matrice psicologica, e insomma appunto la “quintessenza” dell’anima che ha davanti a sé. E questo, come osserva Auerbach, è qualcosa che nessuno scrittore prima di lui – né i poeti epici né i tragici classici – aveva saputo fare.
  1. status viatoris: stato, condizione del viandante.
  2. status recipientis pro meritis: stato, condizione di chi riceve il premio o la pena che ha meritato.