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Un’idea delle Rime di Dante

Dante, come tutti i poeti del suo tempo, scrive canzoni, sonetti, ballate. Ma, come tutti i poeti del suo tempo, s’impegna anche in tenzoni poetiche, cioè in scambi di sonetti (a volte costruiti sulle stesse rime) con i suoi amici e colleghi (da Cavalcanti a Cino da Pistoia, da Dante da Maiano a Forese Donati). Su questa parte molto significativa della lirica dantesca riflette Claudio Giunta nella pagina che segue.

Nel leggere le Rime di Dante, il lettore odierno dovrà dunque riflettere sul fatto che a differenza di quella che è la normale prassi moderna molte delle rime di Dante non sono rivolte al pubblico indeterminato dei lettori bensì a un preciso destinatario. Questo perché nel Medioevo la poesia ebbe spesso una funzione che nell’età moderna ha progressivamente perduto, la funzione cioè di strumento per il dialogo tra l’autore e un destinatario o un gruppo di destinatari selezionati. Ciò avveniva principalmente attraverso il genere della tenzone. Nata fra i trovatori come scambio di coblas che si univano a formare una canzone amebea1, in Italia la tenzone trovò nel sonetto una forma metrica particolarmente congeniale: e sonetti di corrispondenza si trovano in pratica nei canzonieri di tutti i poeti italiani del Duecento, da Giacomo da Lentini in poi. Cino da Pistoia, Cavalcanti e Dante partecipano spesso a tenzoni, non diversamente dai loro predecessori. Ma c’è, rispetto a questi ultimi, una differenza importante. Per i siciliani e i siculo-toscani la tenzone era stato lo spazio per la discussione su temi oggettivi come la filosofia, la morale, la scienza, l’astratta teoria dell’amore. Il maggiore dei poeti toscani, Guittone d’Arezzo, se ne era servito per trasmettere ai suoi corrispondenti e allievi insegnamenti simili a quelli che impartiva più distesamente nelle lettere: anche il dialogo in versi poteva diventare uno strumento della parenesi. Questo impegno resta quasi del tutto estraneo ai poeti dello Stilnovo. Le loro numerose corrispondenze in versi vertono quasi sempre non su temi oggettivi ma sulle private vicende amorose di uno dei due partners, proprio come accade nella normale poesia monologica2. In altre parole, Dante e i suoi contemporanei liricizzano il genere. L’apertura retorica verso l’esterno – parlare, in poesia, ad un interlocutore preciso e non a un pubblico indeterminato – è compensata dalla declinazione in chiave soggettiva dei contenuti: l’io parla di sé.
Ma questa inedita unione tra soggettività e dialogo finisce per influenzare il contenuto stesso della poesia. Quella sostanza biografica di cui non si trova traccia nella lirica antica – ragione per cui, secondo un non infondato luogo comune, tutte le poesie di questa età sembrano uguali, e intercambiabili i nomi degli autori – affiora invece dal codice ristretto delle tenzoni. Sulle reali private vicende dei poeti esse ci danno informazioni che non troviamo in nessun altro genere letterario, neppure nelle rare scritture autobiografiche coeve, dal momento che queste ultime, mirando a esprimere l’essenza, depurano i loro racconti dalle minuzie dell’esistenza quotidiana. Così, il sonetto Guido, i’ vorrei dice chi sono gli amici di Dante e come si chiamano le loro amanti, ma si tratta per l’appunto di un testo di corrispondenza. Questa sfilata di nomi sarebbe impensabile senza l’appello iniziale a uno di loro, Guido Cavalcanti:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;
[...]
E monna Vanna e monna Lagia poi,
con quella ch’è sul numer de le trenta,
con noi ponesse il buono incantatore:
 
E così, in una tenzone con Dante, veniamo a sapere della tendenza di Cino da Pistoia a innamorarsi di troppe donne con troppa facilità:

Io mi credea del tutto esser partito
da queste nostre rime, messer Cino,
ché si conviene omai altro camino
alla mia nave più lungi dal lito;
ma perch’i’ ho di voi più volte udito
che pigliar vi lasciate a ogni uncino,
piacemi di prestare un pocolino
a questa penna lo stancato dito.
Chi s’innamora sì come voi fate
or qua or là, e sé lega e dissolve,
mostra ch’Amor leggermente il saetti.
 
Né l’elenco degli amici e delle compagne (primo sonetto) né la critica del libertinaggio (secondo) troverebbero posto facilmente nella lirica monologica. Questo avvicinamento alla vita concreta, alla minuta realtà biografica, ha luogo soltanto nelle rime di corrispondenza perché queste partecipano – ripeto, dallo Stilnovo in poi – tanto del genere lirico quanto del genere epistolare: là dove è normale che si scambino confidenze intorno a vicende delle quali entrambi i corrispondenti, e solo i corrispondenti, sono al corrente.

(Dante Alighieri, Rime, a cura di C. Giunta, Mondadori, Milano 2014)

Le tenzoni poetiche non sono una novità, nell’età di Dante: le avevano già scritte i poeti siciliani e i poeti siculo-toscani, e in particolare Guittone d’Arezzo, che anche attraverso le rime di corrispondenza aveva esercitato il suo magistero morale di convertito. Ma – osserva Giunta – con Dante e con lo Stilnovo questo genere letterario cambia pelle: i poeti cominciano infatti a parlare non di questioni oggettive (non di filosofia, o morale, o scienza) ma della loro vita privata, dei loro amori. La conseguenza è che, leggendo le tenzoni poetiche di quest’epoca, noi impariamo qualcosa sulla biografia dei poeti che le scrivono, qualcosa che le loro “normali” poesie (sonetti, canzoni, ballate) non dicono.
  1. amebea: a due voci.
  2. monologica: a una voce sola