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Guicciardini tragico

Nel saggio Machiavelli e Guicciardini, lo storico tedesco Felix Gilbert (1905-1991) colloca la vita e le idee dei due grandi scrittori nel contesto dell’Italia di primo Cinquecento, e riflette sul loro ruolo nell’evoluzione del pensiero politico e storiografico occidentale. Diversi in molte cose, i due uomini hanno un tratto comune: entrambi cercano di comprendere e di spiegare che cosa sia successo in Italia dopo la discesa dei francesi nel 1494, una data che ha segnato, per il nostro Paese, l’inizio di una tragedia della quale né Machiavelli né Guicciardini vedranno la fine.

A considerarla come un tutto coerente, la Storia d’Italia diventa una tragedia, che si svolge in un certo numero di atti. Sullo sfondo di una descrizione dei tempi pacifici e prosperi, assicurati dalla saggia guida di Lorenzo il Magnifico e di Ferdinando d’Aragona, Guicciardini pone un’analisi dei vizi, delle stoltezze e delle irrequiete ambizioni dei loro figli, che avevano portato alla chiamata in Italia del re francese. L’entrata trionfale di Carlo VIII a Napoli, la formazione della Lega italiana e la battaglia di Fornovo occupano il resto dei due primi libri. In questa parte iniziale Guicciardini solleva il quesito in cui si esprime il problema che sta al fondo dell’opera: era possibile ristabilire la pace prima dell’invasione francese, e in caso affermativo, perché gli italiani si erano lasciati sfuggire la possibilità di recuperare la felice condizione di un tempo? […]
Come spiega Guicciardini la catastrofe piombata sull’Italia? Una delle sue spiegazioni è che Dio aveva punito gli uomini per i loro peccati; talune sue osservazioni sembrano indicare che egli riteneva tutta l’umanità corrotta, e meritevole quindi di questa sorte. Altrove parla particolarmente dei peccati dei principi, che indulgevano ai vizi, ad ambizioni sfrenate, a un’insensata crudeltà. In altri passi ancora i disastri d’Italia sono da lui attribuiti alle debolezze umane, e in primo luogo a mancanza di prudenza: invece di farsi guidare dalla ragione, gli uomini preferivano seguire le loro voglie e i loro desideri. Ciò nondimeno peccati e debolezze non erano stati i soli elementi determinanti, e neppure i fattori principali della rovina italiana. Anche se tutti avessero agito in modo saggio e prudente, ponderando tutte le circostanze e prendendo ogni possibile precauzione, le cose avrebbero potuto andare molto diversamente dal previsto. L’uomo non ha modo di garantirsi sicuramente il successo: è più probabile, anzi, che venga sconfitto. Gli eventi storici sono dominati dalla fortuna: l’impressione più forte e più durevole che la Storia d’Italia comunica e vuol comunicare, è infatti l’ineluttabile impotenza dell’uomo di fronte al fato. Fin dall’esordio, Guicciardini dichiara che nella sua storia «per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane»; chi guida i destini dei popoli dev’essere sempre consapevole delle «spesse variazioni della fortuna». Oltre a ciò la storia può insegnare all’uomo qualcosa sulla condotta della guerra e l’arte di governo, e ricordargli che non bisogna lasciare che le passioni e le ambizioni signoreggino sulla ragione; ma l’unica verità generale che si può imparare dalla storia, e dalla storia soltanto, è l’incostanza delle cose umane.
Ma quale importanza ha la storia, se non mostra nient’altro che l’imperscrutabile arbitrarietà della fortuna? Più volte, nella Storia d’Italia, Guicciardini insiste che «non è certo opera perduta o senza premio» apprendere dallo studio della storia le umane vicissitudini. L’uomo deve capire che non può aspettarsi ricompense per la sua buona condotta e che l’uso dell’intelligenza non gli garantisce il successo; bisogna che si armi della forza necessaria per resistere alle avversità che possono colpirlo qualunque cosa faccia. Per Guicciardini la storia non fornisce regole di condotta, ma è piuttosto una guida a considerare le cose con animo filosofico. Guicciardini sapeva che la via indicata dal cristianesimo non andava seguita nel mondo della politica. L’uomo, tuttavia, doveva comprendere che, nell’incertezza delle vicende storiche, macchiando il proprio nome, avrebbe perduto sempre di più di quello che poteva aver guadagnato. In tutto ciò che fa, l’uomo deve considerare quali effetti una data azione può avere per la sua dignità. Scrivere storia serve, in ultima analisi, a difendere la dignità umana.

(F. Gilbert, Machiavelli e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento, Einaudi, Torino 1970)

Gilbert parte da un’osservazione di carattere formale: la Storia d’Italia si svolge come una tragedia. Come tutte le tragedie, infatti, il racconto di Guicciardini parte da una situazione iniziale di relativa tranquillità, alla quale segue una crisi, che a sua volta porta al disastro finale. L’idea di tragedia non serve quindi soltanto a descrivere la fasi in cui è scandito il racconto guicciardiniano, ma anche a esprimere l’idea di rovesciamento, di distruzione che è sottesa a tutta la Storia. Questo porta alla seconda domanda che Gilbert si pone: perché Guicciardini scrive storia? E perché Guicciardini è così importante per la storiografia? Perché, a differenza di Machiavelli, Guicciardini non crede alla storia come a un deposito di esperienze da cui prendere lezioni di comportamento: crede invece che la conoscenza della storia permetta all’uomo di comprendere come le cose umane siano sempre instabili, sempre soggette alla fortuna. In questo mondo davvero tragico, Guicciardini riconosce alla scrittura storica un valore fondamentale, quasi una missione: difendere la dignità dell’uomo.