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Il personaggio demoniaco

A partire dalla fine del Settecento il romanzo assume sempre più importanza, diventando il genere letterario in cui si esprimono con maggiore intensità i pensieri, i dilemmi e i conflitti dell'epoca moderna. Ma quand'è che gli uomini hanno cominciato a scrivere romanzi? Secondo alcuni studiosi, lo sviluppo del romanzo coincide con l'affermarsi della modernità, mentre secondo altri affonda le sue radici addirittura nell'antica Grecia. Uno degli ultimi teorici a occuparsi di questo tema è stato Thomas Pavel (1941), studioso di origine romena che oggi insegna letterature comparate all'Università di Chicago. Nel suo ultimo saggio, Le vite del romanzo. Una storia, Pavel mostra come il romanzo si sviluppi dall'intersecarsi di due linee: una linea idealista, che descrive il mondo degli uomini come dovrebbe essere, e una anti-idealista, che invece parla del mondo com'è in realtà, con tutti i suoi difetti. Questa seconda linea è particolarmente marcata nei romanzi d'inizio Ottocento, quando gli scrittori approfondiscono la riflessione sul male creando personaggi crudeli, dai tratti demoniaci.

Nelle Illusioni perdute1 (1837-1843), Lucien de Rubempré è un avvenente giovanotto dal notevole talento poetico. [...] Il destino, che l’ha già dotato di bellezza, intelligenza e talento, lo aiuta nel cammino verso il successo: una bella donna lo porta a Parigi, sua sorella e il suo fratellastro gli offrono del denaro ed è accolto a braccia aperte da un gruppo di giovani talenti parigini. Nella Commedia umana, tuttavia, senza duro lavoro e abnegazione2 queste premesse non garantiscono alcunché: Lucien deve scrivere e pubblicare per farsi un nome nell’ambiente letterario. In una società elitaria come quella parigina, inoltre, il cognome borghese del padre, Chardon, è un ulteriore svantaggio. In più la donna che lo ha spinto a trasferirsi a Parigi è sposata, la somma di denaro di cui dispone, che sembrava una fortuna ad Angoulême2, si rivela esigua nella capitale e i giovani di talento che lo prendono sotto la loro ala protettiva, pur dandogli buoni consigli, non possono donargli la forza per seguirli. Lucien deve trovare tale forza in se stesso. […] Balzac insiste sulla libertà che ha il personaggio di prendere o meno la decisione giusta. Quando gli è offerto un lavoro ben remunerato come giornalista, i suoi amici lo mettono in guardia dai pericoli della professione. La bravura e la rapidità di pensiero potrebbero fare di lui un eccellente giornalista, sostengono, ma proprio per questo deve evitare un’occupazione che assorbirebbe tutto il suo tempo e le sue energie. Lucien ignora i consigli e diventa un giornalista di successo, conquista la bellissima attrice e cortigiana Coralie e assapora i piaceri della vita elegante. Ha bisogno di più denaro e fa ricorso a metodi contrari all’etica. Alla fine, cambia repentinamente le sue alleanze politiche, attirandosi l’ostilità generale e finendo per distruggere sia la carriera di Coralie che la propria. A un passo dal suicidio è salvato dal dissoluto4 prete Herrera, che in realtà è Vautrin, alias Jacques Collin, il grande antagonista della Commedia umana. I due si mettono d’accordo per aiutarsi a vicenda a soddisfare i loro desideri — la sensualità nel caso di Herrera, la sete di successo mondano per Lucien. Così l’immoralità noncurante di Lucien diventa una lucida, deliberata corruzione.
Creando il personaggio di Vautrin – forse il più affascinante dell’intera Commedia umana, delinquente inveterato5, boss del mondo criminale e omosessuale capace della più appassionata devozione verso i suoi amanti – Balzac continua la meditazione sull’immoralità iniziata dal romanzo gotico […]. Come vedremo tra poco, il male sostenuto e perseguito per se stesso diverrà il piatto preferito dei malvagi nei romanzi popolari dell’Ottocento.
Per essere davvero interessante, l’immoralità deve avere cause e limiti. Il romanzo che offre l’analisi più sottile delle cause è Frankenstein di Mary Shelley (1818). L'umanoide creato dallo scienziato Frankenstein si nasconde, temendo che il suo aspetto possa respingere gli umani. Trova una valigia con dei vestiti e alcuni libri (Il paradiso perduto di Milton, Le vite parallele di Plutarco e I dolori del giovane Werther) che rappresentano un’autentica rivelazione. Il destino di Werther gli insegna lo scoraggiamento e lo fa piangere abbondantemente; Plutarco lo aiuta a elevarsi al di sopra della sua triste vita e ad ammirare i grandi guerrieri e legislatori del passato; tuttavia, solo il poema di Milton, con il suo dramma biblico, gli permetterà di comprendere quanto insolito e singolare egli sia. Come Adamo, il mostro è il primo della sua stirpe e, come Satana, è pieno di amarezza e invidia; tale combinazione di solitudine e risentimento nutre la rabbia del mostro nei confronti dell’universo: unico della sua specie, senza compagni, incapace di amore e pertanto ostile verso coloro che possono provare questo sentimento, il mostro si vendica uccidendo il suo creatore, Frankenstein, e la sua fidanzata. Eccezionalità e solitudine, forza sovrumana, collera verso il mondo: il protagonista di Frankenstein ha tutte le caratteristiche che definiranno per molto tempo l’eroe demoniaco nei romanzi ottocenteschi.
La grandezza di Vautrin, al pari di quella della creatura di Frankenstein, è dovuta alla sua eccezionalità, alla sua solitudine e al suo sguardo profondamente pessimista sulla vita. Re incontestato del sottobosco criminale parigino, dotato di energie e talento, si vede emarginato a causa della sua omosessualità e del suo passato di galeotto6. [...] A differenza dell’umanoide di Frankenstein, Vautrin non smette mai di ambire al successo, né perde la sua capacità di amare. Quando Lucien muore (in Splendori e miserie delle cortigiane, 1838-1847), Vautrin, accortosi che la sua vita dedicata al crimine non lo ha aiutato a salvare l’uomo che ama, si converte alla legge e all’ordine e si arruola in polizia.

(T. Pavel, Le vite del romanzo. Una storia, a cura di M. Rizzante, Mimesis, Milano 2015)
 
Per spiegare quale ruolo abbia il male nel romanzo d'inizio Ottocento, Pavel sceglie come esempi tre personaggi creati da Balzac e da Mary Shelley: Lucien de Rubempré, Vautrin e l’umanoide del dottor Frankenstein. Lucien, nelle Illusioni perdute di Balzac, rappresenta un tipo particolare di "cattivo": è il giovane ambizioso, che non si fa scrupoli a ottenere quello che desidera, e che dunque fa il male per un fine personale. Ma c'è un tipo di malvagio ancora più radicale, che compie il male per il gusto di farlo, senza averne per forza un tornaconto: l’esempio è Vautrin, il «grande antagonista» della Commedia umana, che compare in molti romanzi del ciclo solo per portare alla rovina i personaggi in cui si imbatte. Confrontandolo con il mostro di Frankenstein, Pavel fa emergere il tratto caratteristico di questo tipo di malvagi: è la loro smisurata solitudine, che nasce dal sentirsi diversi, come appartenenti a un’altra specie. I personaggi come Vautrin e il mostro di Frankenstein vengono respinti dagli altri uomini, e ciò li porta a provare risentimento e invidia, come nella Bibbia accade a Satana allontanato dal Paradiso. I romanzi di Balzac e Mary Shelley ci fanno capire così come la scoperta dell'eccezionalità, dell'irripetibilità di ogni singolo individuo sia una delle grandi conquiste dell'età moderna, ma nasconda allo stesso tempo il pericolo che l'uomo si ritrovi solo, separato dagli altri.
  1. Illusioni perdute: uno dei romanzi di Honoré de Balzac (1799-1850) compresi nel progetto della Commedia umana.
  2. Angoulême: la cittadina di provincia da cui viene Lucien.
  3. abnegazione: dedizione, spirito di sacrificio.
  4. dissoluto: persona immorale, che vive una vita sregolata.
  5. inveterato: incallito.
  6. galeotto: carcerato.