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Primo Levi: distinguere, capire, usare il cervello anche di fronte al più atroce dei crimini

Chi è stato prigioniero ad Auschwitz avrebbe il diritto di essere apocalittico, di dire a voce alta che il mondo è il regno del male, che la storia non ha senso e che gli uomini sono dei mostri irrazionali. qualcuno ha detto cose del genere (qualcuno ha parlato e parla, con toni che assomigliano a quelli dell’apocalissi di Giovanni, dei campi di sterminio come del «male nel cuore del novecento»); Primo Levi no: in tutti i suoi libri, a cominciare da Se questo è un uomo, Levi ha cercato di distinguere e di capire, e lo ha fatto potendo contare, oltre che sulla sua intelligenza, su una solida cultura insieme umanistica e scientifica. Nel brano che segue, il grande critico letterario Cesare Cases riflette appunto sulla cultura di Levi e sulla sua capacità di fare distinzioni:

Levi è una pubblicità vivente per il vecchio liceo classico1. […] La cultura umanistica e quella scientifica sono alla base di quel miscuglio di comprensione e di legittima incomprensione che ha permesso a Levi di scrivere i suoi libri migliori, tra cui questo si situa a buon diritto. La formazione scientifica è quella che esce più frustrata. […] La teoria e la pratica scientifica gli avevano conferito una fiducia nella sostanziale razionalità del reale e perfettibilità dell’uomo che Auschwitz mette a dura prova. Ma lo stupore e insieme l’implacabile curiosità che questa smentita provoca in Levi creano il rango delle sue pagine. Che cosa avrebbero potuto dire su Auschwitz Ceronetti o Cioran se non: Sapevamcelo2? Forse avrebbero avuto una parte di ragione, ma noi su Auschwitz non avremmo appreso nulla. Se gli uomini fossero tutti una massa damnationis3 non esisterebbe quella «zona grigia» in cui il bene e il male non si possono separare col coltello e cui Levi applica le sue grani capacità analitiche. È una zona «al di là del bene e del male», non perché il bene e il male non ci siano, ma perché la situazione di necessità li fa sfumare uno nell’altro e li rende meno rilevanti per un giudizio globale. Al museo del ghetto di Praga si legge l’appunto di un internato di Theresienstadt che dichiara di aver finalmente capito perché nelle rappresentazioni medievali i martiri avevano quell’aria indifferente o addirittura ilare mentre li decollavano o arrostivano: perché non c’era niente da fare.
La situazione di necessità non significa affatto che sotto il tallone di ferro i vermi umani si comportino nello stesso modo. Tutt’altro, solo significa che non si può prescindere da quel condizionamento. Levi rimprovera agli psicoanalisti di applicare al mondo dei Lager (anche quando ci sono stati come Bettelheim4) nozioni semplificate desunte dal mondo «al di fuori». E ha una visibile insofferenza per il discorso dell’«incomunicabilità». Non solo perché appartiene alla categoria dei testimoni che vogliono raccontare, ma perché ha vissuto un’esperienza per cui la capacità di comunicare era fin dall’inizio una questione di vita o di morte in cui la rinuncia volontaria alla comunicazione era l’avvisaglia della prossima fine. […] C’è sempre in fondo all’animo di Levi – in questo libro per ovvie ragioni molto meno che nella Chiave a stella o nei racconti fantascientifici – il convincimento che, superata l’intrusione dell’irrazionale, il razionalismo scientifico riuscirà a rimettere in carreggiata se stesso e il mondo. Ciò che non gli va giù è che l’onorata ditta Topf di Wiesbaden5, che produceva crematori per uso civile, abbia fornito le attrezzature di Auschwitz e poi sia ritornata come niente fosse all’attività precedente senza nemmeno pensare a cambiare la propria ragione sociale. Forse questo è il segreto della «grande follia del Terzo Reich» che Levi cercava invano di scoprire in Se questo è un uomo, ma allora è un segreto universale. La scienza, la tecnica, la ragione sono passate dalla parte dell’irratio senza cambiare ragione sociale.

Da Patrie lettere, Torino, Einaudi 1987

Da scienziato, non da umanista, Levi pensava che il mondo potesse essere governato dall’intelligenza umana. L’esperienza nei campi di sterminio – osserva Cases – mette in crisi questa convinzione. Che ragione, che progresso possono esserci nell’abominio di Auschwitz? Ma Levi non si arrende a questo abominio. In primo luogo non dice che ‘tutti gli uomini sono colpevoli’ o che ‘nulla ha senso’: distingue, in Se questo è un uomo e nei suoi libri successivi, tra colpevoli e innocenti, e descrive con particolare attenzione quella ‘zona grigia’ in cui colpevolezza e innocenza, giusto e sbagliato, torto e ragione non si lasciano separare con un taglio netto. Usa insomma la sua intelligenza per capire, senza mai generalizzare. In secondo luogo, non tace. Una delle reazioni più caratteristiche tra i sopravvissuti dal Lager era la rinuncia a parlare. Levi pensa invece che il suo compito sia di comunicare ciò che ha visto e compreso, e che questa comunicazione possa avere luogo. Non c’è niente di indicibile nei campi di sterminio, niente che la mente umana non possa capire: bisogna soltanto avere la pazienza e il coraggio di voler capire davvero.
  1. Vecchio liceo classico: la scuola che dava (e talvolta ancora dà) una solida preparazione sia in campo umanistico sia in campo scientifico.
  2. Che cosa ... Sapevamcelo? Guido Ceronetti (1927) e Emil Cioran (1911-1995) sono due scrittori noti soprattutto per la loro visione cupa dell’esistenza. Cases osserva ironicamente che di fronte all’orrore dei campi di sterminio, questi due pessimisti avrebbero commentato «Ma noi lo sapevamo già!» (sottinteso: che il mondo è così, che gli uomini sono crudeli). Commento forse non assurdo, ammette Cases, ma che ci rivela ben poco di Auschwitz, e nulla della differenza, che senz’altro esiste, tra l’orrore di Auschwitz e i più quotidiani (ma meno tragici) mali della vita di ogni giorno. Levi, invece, vuole descrivere, perché vuole distinguere.
  3. Massa damnationis: in latino, una folla destinata alla dannazione (è una formula che si trova in Sant’Agostino).
  4. Bettelheim: Bruno Bettelheim (1903-1990), celebre psicanalista ebreo, nato in Austria e poi trasferitosi negli Stati Uniti; durante la Seconda guerra mondiale fu prigioniero del campo di concentramento tedesco di Buchenwald.
  5. L’onorata ... Wiesbaden: la Topf è l’azienda che produsse molti dei forni crematori usati nei campi di sterminio per bruciare i cadaveri dei prigionieri. Dopo la guerra, tornò all’attività senza neppure cambiare il suo nome (la «ragione sociale»). Molte interessanti notizie su questa azienda si trovano in rete.