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«Ciò che non mi uccide, mi rende più forte»

Nel 1941 lo psicologo ebreo Viktor Frankl viene arrestato dalle SS a Vienna, insieme alla moglie e a tutta la sua famiglia. Passerà i successivi quattro anni internato in vari campi di lavoro, fra cui Kauferim, Turkeim ed Auschwitz. Riuscirà a sopravvivere, ma sarà l’unico superstite di tutta la sua famiglia. A guerra finita tornerà a Vienna, dove conoscerà il destino che è toccato a sua moglie, ai suoi genitori e a suo fratello. Come è facile intuire, sopportare il peso di un dolore così estremo non è facile. Frankl ci proverà dettando subito, in nove giorni, la storia del suo internamento, osservata però attraverso il suo sguardo professionale di psicologo. Da giovane, era stato allievo di Freud e poi di Adler, distaccandosi progressivamente da entrambi. Per Frankl il problema psicologico centrale dell’uomo contemporaneo non è infatti la repressione sessuale, come crede Freud; e neppure la volontà di potenza, come crede Adler. Per Frankl, l’uomo contemporaneo soffre di una malattia molto più grave: non riesce più a trovare un senso nella sua vita. Alla base della logoterapia, la scienza psicologica di cui Frankl è fondatore, sta infatti la ricerca del senso: solo chi riesce a orientare la propria vita verso il futuro, verso una meta, verso un’opera o un amore, o verso qualsiasi cosa illumini l’esistenza come evento irripetibile, come occasione a cui si è chiamati, può riuscire a sopportare il presente. Con queste lenti cliniche, Frankl affronta il Lager come se fosse un laboratorio. In una condizione esistenziale estrema, cerca di sopravvivere osservando come funziona la vita, quando tutto quello che la rende sopportabile e piacevole sparisce. L’internamento conferma la visione di fondo di Frankl: sopravvivere o lasciarsi morire, superato un certo limite di resistenza alla reclusione, diventa per il prigioniero una scelta personale. Sopravvive solo chi riesce a proiettare la vita al di là dei limiti nella quale è violentemente imprigionata. Muore chi – come si dice – si lascia andare perdendo la speranza nel futuro. Riportiamo qui di seguito un passaggio di questo straordinario documento storico, psicoanalitico ed esistenziale, nel quale Frankl cerca di sostenere psicologicamente i suoi compagni, dopo un feroce inasprimento delle norme che regolavano la vita quotidiana all’interno del campo.

Dunque cominciai – e cominciai con la più banale consolazione: presi a parlare spiegando come persino la nostra situazione attuale non fosse la più tremenda tra quelle che si potevano immaginare nell’Europa della seconda guerra mondiale e del sesto inverno di guerra; feci dunque assegnamento, a tutta prima, su un effetto di contrasto che pensavo di sfruttare. Dissi poi che ognuno di noi doveva chiedersi che cosa avesse perduto, finora, d’insostituibile. Feci delle riflessioni su questo punto, concludendo che la maggior parte di noi aveva perso ben poco d’essenziale. Almeno, chi era ancora in vita, aveva buoni motivi per sperare. Salute, felicità domestica, rendimento professionale, patrimonio, posizione sociale – erano tutte cose che si potevano sostituire, che si potevano ritrovare o rifare. «Abbiamo ancora le ossa intatte!». E nonostante tutto quello che ci avevano costretto a subire in quell’ultimo periodo, il futuro, per noi, poteva ancora avere un senso. Citai Nietzsche: « Ciò che non mi uccide, mi rende più forte».
E poi parlai del futuro. Dissi che il futuro poteva apparire squallido, agli occhi di un osservatore imparziale. Convenni che ognuno di noi poteva calcolare approssimativamente quanto poco probabile fosse uscire vivi dal Lager. Benché non vi fosse ancora l’epidemia di tifo petecchiale, valutavo al 5 per cento la speranza di sopravvivenza, e lo dissi agli altri. Poi dissi anche che io, per quanto mi concerneva, non pensavo neppure di lontano, nonostante tutto, a rinunciare alla speranza, ad abbandonare la lotta: perché nessun uomo conosce il futuro, nessun uomo sa che cosa può portargli magari l’ora successiva. E se non era lecito attendere per l’indomani eventi militari sensazionali, chi meglio di noi – con la nostra esperienza del Lager – poteva sapere se non sarebbe sopravvenuta all’improvviso una qualche prospettiva, almeno per qualcuno: un’insospettata inclusione in un piccolo trasporto verso un campo di lavoro a condizioni particolarmente favorevoli, o qualcosa del genere. Cose che sono la grande aspirazione di un internato: la sua «felicità».
Ma non parlai soltanto del futuro e del buio che fortunatamente lo circondava, e del presente con tutte le sue sofferenze; parlai anche del passato, di tutte le sue gioie e della luce ch’esso emanava, pur nell’oscurità dei nostri giorni. Citai di nuovo, per non diventare idillico in prima persona, il poeta che dice: «Quanto hai vissuto, nessuna potenza del mondo può togliertelo». Ciò che abbiamo realizzato nella pienezza della nostra vita passata, nella sua ricchezza d’esperienza, questa ricchezza interiore, nessuno può sottrarcela. Ma non solo ciò che abbiamo vissuto, anche ciò che abbiamo fatto, ciò che di grande abbiamo pensato e ciò che abbiamo sofferto... Tutto ciò l’abbiamo salvato rendendolo reale, una volta per sempre. E se pure si tratta di un passato, è assicurato per l’eternità! Perché essere passato è ancora un modo di essere, forse, anzi, il più sicuro.
E parlai anche delle molte possibilità di dare un significato alla vita. Raccontai ai miei compagni (che giacevano in silenzio, quasi senza muoversi, tutt’al più lasciandosi sfuggire un sospiro commosso) che la vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e che quest’infinito senso dell’essere comprende anche sofferenze, morte, miseria e malattie mortali. E pregai i poveri diavoli che mi stavano a sentire nel buio pesto della baracca, di guardare negli occhi le cose e la nostra gravissima situazione senza lasciarsi abbattere, nonostante tutto. Li pregai di mantenere il loro coraggio, in piena consapevolezza, perché la nostra lotta senza via di scampo aveva un suo senso e una sua dignità. Dissi loro che in queste ore difficili qualcuno guardava dall’alto, con sguardo d’incoraggiamento, ciascuno di noi, e specialmente coloro che vivevano le loro ultime ore: un amico o una donna, un vivo o un morto – oppure Dio. E questo qualcuno s’attendeva di non essere deluso, che sapessimo soffrire e morire non da poveracci, ma con orgoglio! […]
Seppi presto che questo mio sforzo aveva raggiunto il suo scopo. Quasi subito riprese ad ardere la lampadina elettrica appesa a una trave della nostra baracca, e vidi le misere figure dei miei compagni accostarsi al mio posto, zoppicando, gli occhi pieni di lacrime, per ringraziarmi... Devo però confessare di aver avuto solo raramente la forza interiore per innalzarmi a un ultimo, intimo contatto con i miei compagni di sofferenza, come quella sera. Certo, non ho sfruttato molte occasioni che mi venivano offerte.

(V. Frankl, Uno psicologo nel Lager, Ares, Milano 1967)

In questo breve discorso, pronunciato dopo una giornata di lavori forzati, a digiuno, nella più completa oscurità, Viktor Frankl ci mostra l’incredibile potere della parola. Se proviamo ad immaginare con precisione l’atmosfera all’interno della quale queste frasi sono state ascoltate, diventa molto più facile capire qual è l’idea di fondo che guida il discorso di Viktor Frankl e della sua teoria psicanalitica. In una condizione estrema come quella del Lager, l’essere umano può adattarsi a vivere come un animale: prima, blocca la propria sensibilità; quindi, impara ad ubbidire solo ad un cieco istinto di sopravvivenza. Nel buio, se ci fosse stato solo silenzio, nessuno dei prigionieri avrebbe “visto” la propria condizione dall’esterno. Nessuno avrebbe potuto provare pietà di sé, ma solo fastidio per il digiuno forzato. Le parole di Frankl, nel buio, permettono invece ai prigionieri di evadere con l’immaginazione dal luogo fisico nel quale sono costretti.
La prima mossa di Frankl si fonda sulla relativizzazione della condizione dei prigionieri. Paragona la loro situazione a quella ben più tragica dei reclusi nei campi di sterminio. Quindi, esorta i compagni a forzare la dimensione del presente: spostandosi con l’immaginazione verso il futuro, che è sempre aperto. Forse hanno solo il 5% di possibilità di sopravvivere, ma nessuno lo può predire. Ma il potere dell’immaginazione da un lato può liberarli dalla costrizione del presente, dall’altro può illuminare il loro passato. Le esperienze più belle e i pensieri più grandi che hanno sperimentato testimoniano per loro; grazie alla loro vita sono diventati realtà, ed esisteranno per sempre. Nessuno infatti può distruggere il passato.
Con l’ultima mossa, che è quella più difficile, Frankl popola infine l’immaginazione degli altri internati di personaggi, di relazioni. Prima di tutto, però, è necessario un capovolgimento del punto di vista: non dobbiamo attenderci qualcosa dalla vita; è la vita che si attende qualcosa da noi. In ogni singola prova, anche quella più estrema, possiamo sempre sperimentare la nostra forza e la nostra dignità. E ci sarà sempre qualcuno – lontanissimo, vicino, scomparso o ancora vivente, poco importa – che dall’alto ci guarda e tifa per noi: un amore, un figlio, un’opera, un genitore, un maestro, o, per chi è credente, Dio. Alla fine di questo discorso la luce torna nella baracca. I compagni hanno tutti le lacrime agli occhi. Viktor Frankl è riuscito a dare un senso alla loro sofferenza. Anzitutto li ha costretti ad auto-estraniarsi, collocando il loro presente in una dimensione temporale dilatata e qualitativa; quindi, ha popolato di testimoni la loro sfida contro la morte.