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Bertran de Born nel De vulgari eloquentia e nella Commedia

Un poeta per la guerra

Nel De vulgari eloquentia (II, 2 8) Dante spiega quali sono i tre argomenti più importanti di cui si può parlare in poesia: la prodezza nelle armi (armorum probitas o salus, nel senso di “salvezza”), l’amore (venus o amoris accensio) e la rettitudine (virtus o directio voluntatis). Solo di questi argomenti, secondo Dante, hanno cantato i poeti volgari. Cita quindi tre trovatori provenzali: Arnaut Daniel per l’amore, Giraut de Bornelh per la rettitudine e Bertran de Born per le armi. La distinzione non vuole essere rigida, ma è verosimile: le opere di Bertran de Born sono state realmente esemplari per molti poeti occitani e italiani che hanno cantato di guerra e di politica.

La salvezza, l’amore e la virtù si dimostrano essere quelle realtà grandiose che si devono trattare nel modo più alto, ovvero si dimostrano esserlo le cose che in massimo grado tendono a esse, come la prodezza nelle armi, il fuoco d’amore e il retto governo della volontà. E infatti, se guardiamo bene, troviamo che solo intorno a questi argomenti hanno poetato in volgare uomini illustri, cioè Bertran de Born delle armi, Arnaut Daniel dell’amore, Giraut de Borneil della rettitudine, Cino da Pistoria dell’amore, il suo amico [cioè Dante stesso] della rettitudine.

Un giudizio radicalmente diverso

Questo ritratto “oggettivo” (il De vulgari è un trattato sull’arte di comporre in versi) e in sostanza positivo di Bertran de Born viene totalmente rovesciato nell’Inferno. Nel ventottesimo canto si puniscono i seminatori di scisma e di discordia. C’è Maometto, che nel Medioevo era considerato il vescovo fondatore di una setta che si era separata dai cristiani; c’è il suo genero Alì, tra i primi seguaci e poi fondatore anch’egli di una nuova setta; ci sono vari personaggi della storia romana e della storia contemporanea accusati di aver seminato discordia e tutti orrendamente mutilati. L’ultimo personaggio che compare è Bertran de Born (Inferno XXVIII vv. 112-135 e 142). 

           Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
           e vidi cosa ch’io avrei paura,
114     sanza più prova, di contarla solo;
 

            se non che coscïenza m’assicura,
            la buona compagnia che l’uom francheggia
117      sotto l’asbergo del sentirsi pura. 

            Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
            
un busto sanza capo andar sì come
120      andavan li altri de la trista greggia;

            e ’l capo tronco tenea per le chiome,
           
pesol con mano a guisa di lanterna:
123      e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

            Di sé facea a sé stesso lucerna,
            
ed eran due in uno e uno in due;
126      com’esser può, quei sa che sì governa.

            Quando diritto al piè del ponte fue,
            
levò ’l braccio alto con tutta la testa
129      per appressarne le parole sue, 

            che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
            
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
132      vedi s’alcuna è grande come questa. 

            E perché tu di me novella porti,
            sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
135      che diedi al re giovane i ma’ conforti.
           
[...]

142      Così s’osserva in me lo contrapasso».

 

Ma io rimasi a fissare la schiera
dei dannati, e vidi qualcosa che avrei paura a
raccontare da solo, senza altra testimonianza;

ma a darmi sicurezza c’è la coscienza,
la buona compagnia che dà coraggio
all’uomo, sotto la corazza del sentirsi esente da colpa. 

Io vidi con certezza, e mi sembra di vederlo
ancora, un busto senza testa che camminava
come camminavano gli altri dannati della sciagurata schiera;

e teneva il capo mozzo per i capelli,
sospeso con la mano come una lanterna;
e quello (il capo) ci guardava e si lamentava: «Ahimè».

Con una parte di sé faceva luce a se
stesso ed era due persone in una e una in due;
come questo possa avvenire, lo sa Dio che così stabilisce.

Quando fu esattamente ai piedi del ponte,
alzò in alto il braccio con tutta
la testa per farci sentire da vicino le sue parole

che furono: «Osserva adesso la mia terribile
pena, tu che, vivo, vai visitando
i morti e vedi se c’è una pena grande come questa.

E affinché tu possa recare sulla
terra notizie di me, sappi che io sono Bertran de Born,
quello che diede al re giovane i cattivi suggerimenti.
 
[…]

 Così si applica in me la legge del “contrappasso”».

Un cattivo consigliere?

Dante forse conosceva anche altre poesie di Bertran de Born, ma certamente aveva letto Non posso fare a meno di diffondere il mio canto, dato che la cita nel De vulgari. Sappiamo dalla testimonianza di altre canzoni e sirventesi che Bertran aveva cercato di spingere il Re Giovane contro il padre Enrico. Anche in Non posso fare a meno il trovatore si vanta di poter dare a un re il suo “consiglio”. E infatti, in questi versi, quando Bertran de Born deve spiegare in prima persona perché si trova all’Inferno, dice di essere «quelli / che diedi al re giovane i ma’ conforti» (vv. 134-135), cioè colui che diede al Re Giovane, Enrico, i cattivi suggerimenti (ma’ sta per mali “malvagi”). L’espressione dare conforto in italiano antico significa “spingere qualcuno a compiere una determinata azione” e le parole aiuto e conforto sono spesso utilizzate per tradurre auxiliium e consilium, che stanno a significare, come abbiamo visto, i doveri di ogni buon vassallo. Dante aveva ancora un’idea molto chiara del tipo di “consigli” che un poeta come Bertran de Born poteva aver dato ai suoi protettori.    

Il contrappasso

Dante condanna quindi il poeta provenzale per aver cercato di separare ciò che non può essere diviso: il padre dal figlio, come la testa dal corpo. Per aver partito (“diviso”) persone che erano tanto unite, Bertran è costretto a portare per mano il suo capo staccato dal corpo, come fosse una lanterna. È una delle immagini più belle e terribili della Commedia (non a caso è stata spesso rappresentata dai pittori), usata da Dante per esplicitare nel modo più efficace il principio organizzativo delle pene infernali: «così s’osserva [“si rispetta”] in me lo contrapasso» (v. 142). Per un cristiano, che crede per dogma all’identità tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo, la pena che tocca a chi ha diviso il padre dal figlio doveva avere un significato particolare.