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I primi documenti della poesia in volgare

Nel Medioevo, sulle piazze e nelle corti, si recitano o cantano poesie religiose, politiche, comiche, d’amore. Ogni tanto, qualcuno che sa scrivere, per esempio un notaio o un uomo di chiesa, ascolta o legge un testo in volgare che per qualche motivo lo colpisce, gli interessa, gli piace. Per non dimenticarlo, decide di trascriverlo, e per farlo usa materiale di recupero. La carta e soprattutto la pergamena erano materiali preziosi, e non valeva la pena usare un foglio nuovo per scrivere qualcosa di così poco importante come una canzone d’amore: meglio recuperare un foglio già usato.

Utilizzare all’estremo un materiale prezioso

Il testo in volgare può essere copiato:

  1. sul retro di un documento: è il caso della canzone Quand’eu stava in le tu’ cathene;
  2. negli spazi bianchi di un libro (una grammatica, una raccolta di vite di santi, un registro notarile…): nei margini, in fondo a una pagina;
  3. nelle carte iniziali o finali di un codice manoscritto, che servivano solo per proteggere le altre pagine e non venivano riempite (si chiamano “carte di guardia”): è il caso del Ritmo Laurenziano, copiato alla fine di un testo agiografico.

Questi antichi testi ci sono arrivati perché hanno attirato l’interesse di un copista che li ha trascritti; il mezzo attraverso il quale venivano diffusi, però, non era la scrittura, ma la voce: di solito circolavano in forma orale e cantata, grazie all’opera dei giullari. È per questo che sono così rari: sono stati trascritti per l’iniziativa isolata di un singolo copista, che ne faceva soltanto una copia. Ognuno di questi testi, quindi, è trasmesso da un solo manoscritto e probabilmente, una volta trascritto, non è più stato copiato; o, se ci sono state anche altre copie, sono andate perdute. Trascrizioni improvvisate sul retro di una pergamena che veniva usata con altre funzioni, o all’inizio o alla fine di un libro, sulle pagine che si rovinano per prime: è facile capire che questi testi non erano conservati con molta cura. Spesso, infatti, il loro inchiostro è sbiadito, le pagine sono macchiate o tagliate, o hanno i bordi danneggiati dal tempo, e leggerli è molto difficile anche per gli esperti.

Il caso di Quand’eu stava in le tu’ cathene

Il 28 febbraio 1127 un notaio redige su una pergamena l’atto di vendita di una casa, a Ravenna, dove la pergamena si trova tutt’oggi. Alcuni decenni dopo – non si sa con esattezza quando, ma probabilmente tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII – altre due mani trascrivono, sull’altro lato della pergamena, alcuni versi in volgare e una canzone d’amore, Quando eu stava in le tu’ cathene. Accanto ai testi ci sono anche le note: segno del fatto che, probabilmente, quei versi erano destinati al canto (un’ipotesi di ricostruzione si può ascoltare su Youtube).
Il recto della pergamena (il “dritto”) mostra la parte “ufficiale”, con l’atto di vendita della casa. Sul verso (il “retro”) della pergamena, invece, in alto a sinistra, sono stati copiati, a due a due, i versi volgari e la canzone Quand’eu stava. Nella parte più bassa della pergamena (le ultime due strofe della canzone), l’inchiostro è quasi svanito, e in certi punti non si riesce a leggere nulla: a volte, un aiuto viene dalla lampada a luce ultravioletta, che rende fluorescenti particolari altrimenti non visibili all’occhio umano.

I ritmi

Buona parte della poesia medievale è poesia religiosa, ed è stata scritta per essere recitata insieme ai fedeli durante o dopo la liturgia, per commuovere, per insegnare verità di fede o episodi del Vangelo e delle vite dei santi a un pubblico che parlava solo il volgare locale. Spesso inizia con formule tipiche dell’oralità (Ritmo cassinese, v. 1: «Eo, sinjuri, s’eo fabello», “Io, signori, se io parlo”).
Esempi di questo corpus poetico sono alcuni ritmi, cioè composizioni in versi, scritti tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo: il Ritmo cassinese, un dialogo edificante, tramandato da un manoscritto di Montecassino; il Ritmo su sant’Alessio, di origine marchigiana, che narra la vita di sant’Alessio.
Nel repertorio dei ritmi antichi ce n’è anche uno un po’ diverso, il Ritmo Laurenziano, così chiamato perché è stato trascritto alla fine di un manoscritto conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Questo ritmo, scritto intorno al 1200, non racconta la vita di un santo e non dà precetti di vita: riporta le parole di un giullare che chiede in dono al vescovo suo signore un cavallo di razza. Il manoscritto in cui è trascritto questo ritmo contiene la descrizione della vita e del martirio (il martirologio, si dice) di sant’Adone. Il testo in volgare è stato copiato sull’ultima pagina del libro, nel margine in basso, dopo il testo latino, anche se, quanto al contenuto, non ha alcun rapporto con quest’ultimo: semplicemente, il trascrittore del ritmo ha trovato un po’ di spazio disponibile per la copia e l’ha sfruttato.  Il ritmo poetico del testo in volgare è stato scritto alla fine, dopo il testo latino, in calce alla pagina, in uno spazio che era stato lasciato bianco. Anche se è in versi, è stato scritto tutto di fila, secondo la consuetudine medievale.

San Francesco

Francesco d’Assisi morì tra il 3 e il 4 ottobre 1226; il processo di canonizzazione fu molto rapido, e meno di due anni dopo, il 19 luglio 1228, papa Gregorio IX lo proclamò santo. La rapida diffusione del culto del santo favorì anche la circolazione degli scritti sulla sua vita e delle sue opere: la più famosa è probabilmente il Cantico di frate Sole (o Laudes Creaturarum). Il Cantico è un caso eccezionale, perché di solito, quando Francesco scriveva benedizioni, lettere, preghiere per i suoi confratelli, adoperava il latino; i testi in volgare attribuibili con certezza a lui sono pochissimi. Sappiamo però che quando predicava, Francesco usava il volgare, ed è comprensibile che abbia scritto in volgare anche un testo come il Cantico, che era stato composto per essere capito e recitato, o meglio cantato, non soltanto dai frati ma anche dai fedeli che non conoscevano il latino.
Di Francesco possediamo anche due autografi in latino: una brevissima lettera, conservata a Spoleto; e un foglio di pergamena, oggi ad Assisi, che riporta da un lato (il “lato carne” della pergamena, quello più pregiato perché più liscio e regolare) una preghiera, le Laudes Dei altissimi, e dall’altro lato (il “lato pelo”) una Benedictio, cioè una formula di benedizione che riprende alcuni versetti biblici. Entrambi i testi erano indirizzati a frate Leone: della lettera non si sa molto; della benedizione si sa che Leone la tenne con sé per molti anni, per ricordo, e la donò infine, verso il 1260, all’abbadessa del convento di Santa Chiara, come una reliquia.
Le parole in inchiostro rosso che si leggono sulla pergamena sono state scritte da frate Leone: è probabile che Francesco, dopo aver ricevuto le stimmate (settembre 1244), abbia prima scritto le Laudes e poi, su richiesta di Leone anche la Benedictio accompagnata dal segno del tau. È Leone stesso che lo annota, scrivendo sulla pergamena «Beatus Franciscus scripsit manu sua istam benedictionem mihi fratri Leoni» (“San Francesco scrisse di sua mano questa benedizione per me, frate Leone”) e «Simili modo fecit istud signum thau cum capite manu sua» (“Allo stesso modo tracciò di sua mano questo segno a forma di Tau con una testa”).
Leone, a cui era dedicata la Benedictio, conservò il foglietto ripiegato con la benedizione a lui dedicata verso l’interno, per proteggerla; le Laudes, scritte sul lato che restava all’esterno, finirono con il rovinarsi, e oggi sono molto difficili da leggere. La Benedictio si legge meglio, e al centro del foglio si vede bene il Tau, la croce a forma di t greca, che esce da una testa umana (che vuole rappresentare forse la testa di Francesco).
La Chartula della Verna, lato pelo, con la Benedictio e il tau (la croce), in inchiostro bruno, e la scritta di frate Leone, in rosso. La Benedictio ripete quasi alla lettera tre versetti del libro dei Numeri 6, 24-26, con la benedizione di Mosè ad Aronne (trascriviamo sciogliendo le abbreviazioni): «
benedicat tibi Dominus et custodiat te ostendat faciem suam tibi et misereatur tui convertat Dominus vultum suum ad te et det tibi pacem».

Memoriali e documenti d’archivio bolognesi

Nel 1265, due podestà di Bologna, Loderingo degli Andalò e Catalano dei Malavolti, istituiscono l’Ufficio dei Memoriali: stabiliscono cioè che tutti gli atti pubblici e i contratti privati stipulati a Bologna dovranno essere trascritti dai notai in duplice copia, in una serie di registri (chiamati Memoriali). È un provvedimento importante, preso per garantire la certezza del diritto: in caso di contestazioni, era possibile consultare i registri e vedere chi aveva ragione.
Era necessario che i Memoriali non venissero manomessi con aggiunte o cambiamenti: sulle pagine non dovevano esserci troppi spazi bianchi (ancor oggi, del resto, quando si scrive un verbale si deve stare attenti a non lasciare righe vuote). I notai cercavano perciò di occupare tutto lo spazio della pagina, e un modo per farlo – nel caso in cui il documento copiato fosse troppo breve – era aggiungere testi di altra natura: sentenze latine, brani liturgici, preghiere, ma anche testi poetici in volgare, soprattutto laudi e ballate. Alcuni notai, inoltre, hanno trascritto all’inizio e alla fine del loro registro, sul retro della copertina e sulle carte finali, testi più lunghi, come sonetti e parti di canzoni, di autori anche molto importanti come Dante e Guinizelli, o di poeti della scuola siciliana. A volte, queste trascrizioni erano fatte a memoria, ma a volte i notai avevano certamente sott’occhio una versione scritta delle poesie che copiavano. Al di là, quindi, della necessità tecnica di riempire gli spazi vuoti, i notai copiavano con consapevolezza, e con un certo gusto per la poesia in volgare.
Queste trascrizioni conservate negli archivi sono importanti perché possono essere datate con molta precisione. Per esempio, in un Memoriale del 1292 compare la prima canzone della Vita nova, Donne ch’avete intellecto d’amore; in un Memoriale del 1287 si legge il sonetto giovanile di Dante, No me poriano zamay far emenda, ambientato proprio a Bologna; su un altro documento, sempre dell’archivio di Bologna, datato al 1317, compare una terzina dell’Inferno di Dante (Inferno III, 94-96): sono soltanto tre versi, ma si tratta della testimonianza scritta più antica che conosciamo della Commedia, risalente a quando Dante era ancora vivo.