DeA_L&D_icona_strumenti

Marco Polo nel ventesimo secolo. Le città di Calvino

Che cos’è un libro “classico”? È una domanda a cui si può rispondere in molti modi. Un modo è dire che un classico è un libro che ispira altri autori, che favorisce la scrittura di altri libri. L’Eneide di Virgilio ispira la Commedia di Dante; il I dolori del giovane Werther di Goethe ispira Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo; ma anche più di recente, per esempio, Robinson Crusoe di Daniel Defoe ispira Venerdì o il limbo del Pacifico di Michel Tournier. Ebbene, an­che quell’originalissimo “classico”che è il Milione ha ispirato un libro moderno: Le città invisibili di Italo Calvino. In che modo?

L’opera di Italo Calvino

Calvino ha scritto una specie di continuazione del Milione. Ha immaginato che, reduce dai suoi viaggi attraverso l’impero dei tartari, Marco raccontasse ciò che aveva visto all’imperatore Kublai Kan, che – pessimi­sta, sfiduciato circa il futuro suo e dei suoi immensi posse­dimenti – non usciva mai dal suo palazzo. Le città invisibili è composto da questi racconti e dalla trascrizione degli imma­ginari dialoghi tra Marco e il suo ospite. Marco parla, Kublai Kan ascolta; Marco è l’uomo che esce nel mondo, lo osserva, lo descrive; Kublai Kan è – come dirà lo stesso Calvino in una conferenza – l’uomo «che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andan­do in rovina». Marco è il giovane entusiasta, Kublai Kan è il vecchio amareggiato. Marco ha insomma, nei confronti della vita, l’atteggiamento curioso e aperto dello scienziato. Ma è uno scienziato speciale, uno scienziato che è anche poeta e filosofo, perché la sua intelligenza è inestricabilmente legata alla sua fantasia, e i suoi racconti mescolano liberamente il reale all’immaginario (proprio come aveva fatto lo scrittore del Milione), e le città che ricrea nei suoi resoconti all’impera­tore sono soprattutto allegorie fiabesche dell’esistenza uma­na. Ecco per esempio la pagina dedicata alla città di Isidora (si noti l’attacco «All’uomo», si­mile a quello che si trova spesso nel Milione, «Quando l’uomo si parte...»).

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte can­nocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una dif­ferenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.

La città sui trampoli

Ed ecco la pagina dedicata alla città di Bauci:

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con sca­lette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tut­to l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicot­tero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formi­ca, contemplando affascinati la propria assenza.