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La melancolia

Secondo i fisiologi medievali, la disposizione “melancolica” favoriva la fantasia e l’attività visionaria, perché i vapori della melancolia provocano visioni ingannevoli. Perciò, scrive per esempio il filosofo arabo Averroè (1126-1198), i melancolici «durante la veglia vedono quello che altri ve­dono in sogno».

In che cosa può tradursi, a che cosa può dare luogo questa disposizione visionaria? Precisamente a figure, fantasmi simili a quelli che Dante descrive nel suo sonetto. Il melanconico, infatti, non fa che proiettare all’esterno il suo patimento, il suo umor nero. Inol­tre, la visione porta con sé il vaticinio. Gli spiriti melancolici sono infatti, dicono i trattati, i più adatti alla previsione degli eventi futuri (tale è, nel sonetto di Dante, la morte dell’amata).
Dall’altro lato, si riteneva che il carattere melancolico fosse il più pre­disposto all’ira. Si legga questa descrizione di Plateario, un medico vis­suto nell’XI secolo: «La malinconia è un sospetto che domina l’anima, generato da paura e tristezza [...]. I melanconici hanno paura, piangono, si nascondono negli angoli delle case, si rifugiano nei sepolcri». Infine, e venendo al nesso tra melancolia e amore, era diffusa l’idea che tra i due sentimenti vi fosse un legame molto stretto, in particolare quando l’amore assumeva tratti violenti e irrazionali: «L’amore più violento» si legge in un trattato medico di Pietro Ispano (XIII secolo) «si genera so­prattutto negli individui in cui abbonda la melanconia».