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Caldi o c’al dì? Quando un apostrofo cambia tutto…

Tra le difficoltà che uno studioso di testi classici o medievali deve affrontare, c’è anche quella della lettura dei manoscritti. Le scritture antiche sono spesso difficili da decifrare e possono dare origine a fraintendimenti, anche perché normalmente la separazione tra le parole era meno precisa di quanto sia oggi nei libri a stampa o sul web, e per esempio capitava che gli articoli o le congiunzioni o le preposizioni si fondessero, nella scrittura, alla parola successiva: chascoltate invece di ch’ascoltate, laura invece di l’aura, e simili.

Ecco un caso tratto dai sonetti di Burchiello. Manoscritti e stampe antiche tramandano i vv. 13-14 del sonetto X, Nominativi fritti, nel modo seguente:

pe’ caldi d’oggi son sì grassi e gufi
c’ognun non vuol mostrar le suo magagne.

Il caldo (i «caldi d’oggi») – così hanno sempre parafrasato i commentatori – stimola gli appetiti omosessuali (ai quali alluderebbe, nel codice cifrato di Burchiello, l’immagine dei gufi grassi). Tuttavia, come ha mostrato il filologo Michelangelo Zaccarello, che ha curato l’edizione critica delle poesie di Burchiello, non solo non si trovano nella tradizione letteraria altri testi che mettano in rapporto «il caldo atmosferico e l’incremento del desiderio», ma la scrittura pe’ può ben essersi originata, per svista, da per (specie se questa è espressa nella forma compendiata, cioè sintetica, come spesso accade nei manoscritti quattrocenteschi: una p con l’asta tagliata).

Di qui, da parte di Zaccarello, un emendamento, cioè una correzione, una rettifica, tanto semplice (perché basato soltanto su una diversa separazione delle parole, non sul ricorso ad altre fonti) quanto illuminante: «perch’al dì d’oggi son sì grassi i gufi», “perché al giorno d’oggi i gufi sono così grassi”.