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L’ottava

L’ottava rima è una strofa di otto endecasillabi organizzati su tre rime: le prime due alternate per tre volte, l’ultima baciata: ABABABCC. Compare nel secondo quarto del Trecento in alcuni cantari anonimi e, più o meno contemporaneamente, in opere di Boccaccio (Filostrato, Teseida, Ninfale fiesolano), tanto che tuttora non è chiaro a chi spetti la sua invenzione: il possibile primato del Filostrato, scritto a Napoli nel 1336 circa, è conteso soprattutto dal Cantare di Fiorio e Biancifiore, il cui più antico manoscritto risale al 1343 circa ma forse è copiato da un esemplare più antico.

Ecco la prima ottava del Filostrato:

Alcun di Giove sogliono il favore
ne’ lor principii pietosi invocare,
altri d’Apollo chiamano il valore;
io di Parnaso le Muse pregare
solea ne’ miei bisogni, ma Amore
novellamente m’ha fatto mutare
il mio costume antico e usitato,
po’ fui di te, madonna, innamorato.

Alcuni, iniziando a comporre la loro opera, sono soliti invocare il favore di Giove, altri si appellano ad Apollo; io un tempo ero solito pregare le Muse che vivono sul monte Parnaso, ma Amore ha cambiato questo mio antico e abituale atteggiamento nel momento in cui mi sono innamorato di te, mia donna.

La fortuna
È invece molto chiaro che proprio la fortuna di Boccaccio da un lato e dei cantari di piazza dall’altro producono insieme il grande successo di questa strofa nei decenni successivi. Nel Quattrocento, quasi tutta la poesia narrativa è ormai composta in ottave, e lo è anche molta poesia drammatica, come le rappresentazioni sacre o l’Orfeo di Poliziano. Questo schema metrico è dunque molto adatto alla recitazione e al canto, tanto che ebbe un grande successo nella poesia per musica quattrocentesca, con il nome di “strambotto” o “rispetto”. In questi ultimi casi si trattava perlopiù di ottave isolate, ma se si organizzavano in serie si dicevano “rispetti continuati”: ne sono un esempio anche i poemetti parodici e rusticali come la Nencia da Barberino di Lorenzo de’ Medici. In ambito lirico sopravvive anche la variante su due sole rime, sempre alterne (ABABABAB), detta siciliana. Negli altri generi, l’ottava compare esclusivamente nella forma più comune su tre rime, detta anche toscana, che dai cantari cavallereschi arriva ai poemi del Pulci e del Boiardo e, passando per le Stanze del Poliziano, a quelli dell’Ariosto, del Tasso e del Marino.
Quasi un secolo e mezzo dopo il Filostrato, ecco come suona la prima ottava delle Stanze per la giostra di Poliziano:

Le glorïose pompe e’ fieri ludi
della città che ’l freno allenta e stringe
a magnanimi Toschi, e i regni crudi
di quella dea che ’l terzo ciel dipinge,
e i premi degni alli onorati studi,
la mente audace a celebrar mi spinge,
sì che i gran nomi e i fatti egregi e soli
fortuna o morte o tempo non involi.

Gli spettacoli solenni e le giostre d’armi della città (Firenze) che governa i magnanimi toscani, e i comandi crudeli di quella dea (Venere) che abbellisce il terzo cielo, e i premi degni delle nobili imprese [studi] – tutto ciò la mia immaginazione audace mi spinge a celebrare, così che la sorte o la morte o il passare del tempo non portino via [involi] i nomi dei grandi uomini e le loro splendide azioni.