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Andrea Sansovino e il Sodoma a Roma

La Roma di primo Cinquecento, governata da un papa che si era scelto il nome in omaggio a Cesare (Giulio II), davvero poté credere di aver riallacciato i legami con la città antica, con la Roma degli imperatori, le cui rovine erano improvvisamente tornate a parlare e a commuovere intellettuali e artisti, Raffaello su tutti. In questo clima, dove l’accordo tra mito classico e religione cristiana sembrava a portata di mano, poteva accadere che un ecclesiastico calato dal lontano Lussemburgo e che aveva fatto una magnifica carriera presso la Curia papale, Johan Goritz, commissionasse per il proprio altare nella chiesa di Sant’Agostino un affresco col profeta Isaia a Raffaello e una scultura con Sant’Anna, la Madonna e il bambino ad Andrea Sansovino, lo scultore che meglio sapeva coniugare le forme classiche con la nuova complessità sentimentale introdotta nell’arte italiana da Leonardo. Tutti gli anni, il 26 luglio, giorno di Sant’Anna, Goritz invitava gli amici umanisti a sentir messa presso quell’altare e, dopo la funzione, ad appendervi poesie latine dedicate alla statua della santa; poi, tutti a cena nel giardino di limoni della villa che aveva acquistato sulle pendici del Campidoglio, tra le rovine del Foro di Traiano, dove i componimenti, scritti su tabelle, venivano letti ai commensali e appesi agli alberi, tra le epigrafi e le statue antiche. Quei versi (tra gli altri di Pietro Bembo, Paolo Giovio, Marco Girolamo Vida, Iacopo Sadoleto, Baldassarre Castiglione…) vennero infine raccolti  e pubblicati nel 1524 con il titolo di Coryciana, in omaggio al committente che in questa poetica finzione aveva latinizzato il proprio nome in Corycius, traendolo dalle Georgiche di Virgilio.

Le storie di Alessandro Magno

Negli stessi anni, Agostino Chigi, un ricchissimo banchiere senese al servizio dei papi, fece costruire sulla riva del Tevere una villa senza pari, con magnifiche logge e giardini, che divenne subito un punto di riferimento per la mondanità romana, sede di feste e banchetti memorabili. A dipingerne le pareti il Chigi chiamò i pittori più apprezzati, a cominciare da Raffaello, affidando loro temi ispirati alla letteratura antica, dalle Metamorfosi di Ovidio al romanzo di Apuleio. Nella camera da letto sono narrate le storie di Alessandro Magno, dipinte da Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma (e che un tale soprannome si potesse portare apertamente la dice lunga sul clima di quegli anni, ormai lontani per Vasari, che scrive nelle Vite: «però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, nonché si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava»). Tra gli altri, spicca un grande affresco che raffigura le nozze di Alessandro con la principessa persiana Rossane.
L’aspetto più stupefacente dell’opera è che essa intende far rivivere un dipinto della Grecia antica, eseguito nel IV secolo avanti Cristo da Aezione e descritto da Luciano di Samosata nel dialogo intitolato Erodoto. A tale desiderio, che proviene evidentemente dal committente, il pittore sa adeguarsi mirabilmente, interpretando le parole di Luciano in forme moderne e piene di vita, senza le rigidità che avrebbe comportato un eccesso di scrupolo archeologico, eppure mantenendosi fedelissimo alle indicazioni dello scrittore antico:

 […] il pittore Aezione, avendo dipinto le nozze di Rossane e di Alessandro, portò il quadro in Olimpia per farlo vedere […]. È dipinto un talamo bellissimo, ed un letto nuziale: Rossane è seduta, con gli occhi a terra, e vergognosa d’Alessandro che l’è dinanzi. Ridenti amorini le sono d’intorno: uno di dietro le scopre il capo dal velo, e l’addita allo sposo: un altro, come gentil valletto, le toglie una scarpetta d’un piede, poiché ella è già per coricarsi: un altro amorino preso Alessandro alla clamide, lo trae verso Rossane, e si vede lo sforzo che ei fa nel tirare. Il re porge una corona alla fanciulla. Compagno e pronubo, Efestione gli sta vicino, tenendo in mano una face accesa, ed appoggiandosi ad un bellissimo garzonetto, che forse è Imeneo. In un altro piano del quadro altri amorini scherzano con le armi di Alessandro, due portano la sua lancia, imitando i facchini quando portano una trave pesante: due altri, messosi uno a sedere su lo scudo in atto da re, lo trascinano, tirando lo scudo per le corregge: ed un altro ficcatosi nella corazza che giace per terra, pare vi si sia appiattato per fare un bau ed una paura a quelli che trascinano lo scudo quando gli verranno vicino.

Tutto questo mondo crollerà nel 1527, con il Sacco di Roma: esemplare il destino del Goritz che, catturato dalle truppe tedesche e spogliato di ogni suo bene, fuggì verso Nord per tornare nel suo Paese natale ma, malato e sconvolto, morì non appena giunto a Verona.