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La poesia italiana delle origini

Le prime testimonianze letterarie

Francesco d’Assisi 
Le prime forme letterarie in volgare sono da rintracciare nelle manifestazioni di devozione religiosa; infatti, sebbene l’analfabetismo fosse molto diffuso, tutti partecipavano alle funzioni sacre e ascoltavano le omelie dal pulpito. Significativo è il Cantico delle creature (Laudes creaturarum), opera di san Francesco d’Assisi, una preghiera in versi in volgare umbro e modellata sulla struttura dei salmi, in cui l’autore, con gioia ed entusiasmo, loda Dio attraverso la bellezza del creato, nell’ottica di un’accettazione incondizionata per ogni cosa, comprese la malattia e la morte.

Le laudi 
In seno alle confraternite – gruppi di laici e religiosi che si riunivano per cantare testi sacri – nasce una forma di preghiera in volgare: le laudi, testi in forma di ballata che cantano l’amore sacro. Questa nuova forma poetica prende un carattere individuale nell’opera di Iacopone da Todi che, oltre alla laudi devozionali (Donna de paradiso è la più nota), ne scrive numerose di carattere politico, legate alla sua vita tormentata. Con grande forza realistica e capacità immaginativa, l’autore propone una visione antitetica a quella di Francesco, in cui dominano il disprezzo del corpo, il rifiuto delle tentazioni terrene e delle brutture del mondo, e in cui l’unica valida soluzione all’esistenza è l’esperienza in Dio.

La scuola siciliana

Ispirandosi agli schemi e ai temi dei trovatori provenzali, si afferma nella prima metà del XIII secolo la “scuola siciliana”, riunita nell’Italia meridionale attorno alla corte dell’imperatore Federico II. I poeti – prevalentemente funzionari imperiali che si dilettavano a comporre poesie – scrivono esclusivamente sul tema dell’amore e dei suoi effetti, utilizzando la versatilità del volgare siciliano arricchito di innesti provenzali e latini.

Giacomo da Lentini          

Giacomo da Lentini, notaio di professione e pioniere nell’uso del sonetto, introduce tematiche che avranno grande fortuna tra i poeti successivi: la riservatezza, l’incomunicabilità e l’ineffabilità del sentimento amoroso, la lontananza della donna e l’idea – anticipata da Andrea Cappellano nel trattato De amore – che l’amore parta dagli occhi per poi essere alimentato dal cuore.

Cielo d’Alcamo
Lontano dallo stile raffinato di Giacomo da Lentini, è il cosiddetto “contrasto” di Cielo d’Alcamo Rosa fresca aulentissima, che invece racconta di un tentativo di seduzione e, in modo teatrale, “mette in scena” l’espressione del desiderio carnale.

La prima generazione tosco-emiliana

La poesia impegnata           
L’eredità della “scuola siciliana”, esaurita con la morte dell’imperatore, viene raccolta da alcuni poeti dell’Italia centrale dove, probabilmente, arrivarono sia i funzionari imperiali – la corte federiciana era per sua natura itinerante – sia i canzonieri stessi. L’ambiente sociale e politico cambia notevolmente: l’Italia centrale è caratterizzata dalla nascita dei comuni e dal contrasto europeo fra guelfi e ghibellini. È normale dunque che la produzione poetica della prima generazione – prima dell’affermazione dello Stilnovo – si nutra anche di tematiche politiche, religiose e civili. Per cui i poeti, pensiamo a Guittone d’Arezzo, affiancano alla poesia d’amore una produzione impegnata, in cui non mancano di esporsi politicamente.

Guido Guiizelli
In continuità invece con la tradizione siciliana è l’opera di Guido Guinizzelli, considerato il precursore dello Stilnovo: Al cor gentil è infatti il manifesto di una nuova idea di amore, basata sull’inscindibile separazione fra l’amore e il cuore nobile. La concezione dell’amor cortese viene così rimaneggiata, assumendo un valore etico e morale che avrà grande fortuna con lo Stilnovo. Un altro approccio alla scrittura è la corrispondenza privata presente fra i poeti e gestita a suon di sonetti, delle vere e proprie poesie di corrispondenza in cui i poeti affrontano aneddoti, questioni filosofiche o semplici elogi (tenzoni); esemplari quelle fra Bonagiunta Orbicciani e Guido Guinizelli sul tema dello stile utilizzato da quest’ultimo in poesia.

Lo Stilnovo

Una rivoluzione di stile 
In contrapposizione alla durezza e all’oscurità dello stile di Guittone si forma in Toscana un gruppo di amici e intellettuali che si riunisce sotto l’etichetta di poeti stilnovisti: Dante, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia e Lapo Gianni. Li accomuna un modo nuovo di fare poesia – secondo una definizione di Dante nel Purgatorio – basato su uno stile raffinato ma di facile comprensione. Al centro domina la tematica amorosa, secondo il principio guinizelliano della donna che nobilita l’uomo: gli stilnovisti si spingono però ben oltre, affermando che la donna, dalle sembianze rarefatte e angeliche, è addirittura intermediaria tra uomo e Dio. Lo stilnuovo vuol dire anche aristocrazia di sentimenti e aristocrazia intellettuale: perché i poeti, direttamente ispirati da Amore, affermano di scrivere sotto la sua dettatura e danno spazio nei versi alle loro conoscenze scientifiche e filosofiche.
 

Guido Cavalcanti 
Guido Cavalcanti, grande amico di Dante, canta un amore che è dolore, sgomento e angoscia. Alla vista della donna amata e di fronte all’inafferrabile superiorità di Amore l’innamorato resta annichilito nel corpo e perde ogni facoltà.
Il conflitto che Amore genera, causato dall’irraggiungibile splendore della donna, e che alla fine lascia il poeta privo delle proprie funzioni vitali, è da ricollegare alla teoria degli spiriti o spiritelli – di matrice averroista e alla base della fisiologia medievale – che vede l’esistenza nel corpo umano di entità di materia sottile responsabili della facoltà vitali.  

La poesia comico-realistica

Rustico Filippi e Cecco Angiolieri        
Accanto al filone “alto” della letteratura, si delinea in opposizione una tendenza a demistificare le tematiche e lo stile del linguaggio letterario raffinato e ad abbracciare tonalità comico-realistiche nelle quali dominano la burla e l’ironia. I temi si fanno più umili, i sentimenti più elementari e legati al soddisfacimento di bisogni materiali, così come la sintassi si semplifica e si fa più vicina al parlato. Dietro questa apparente rozzezza si nascondono poeti colti e consapevoli che intendono sperimentare un altro tipo di scrittura e che si divertono a “prendere in giro” i propri contemporanei. Tra questi, Rustico Filippi – che compone sia sonetti aulici di stampo guittoniano sia sonetti comici – e Cecco Angiolieri, che con il suo gusto per le descrizioni concrete, fornisce immagini dalla grande carica realistica in cui in primo piano c’è sempre l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’esistenza.

La poesia popolare e giullaresca

Poesie da recitare al pubblico
Legata alla visione del mondo e ai modi espressivi delle classi popolari, si diffonde a partire dal Duecento una tradizione popolare e giullaresca di poesie (in volgare) composte per essere recitate o cantate in occasione di feste e ritrovi. Molte sono le contaminazioni tra questo genere e i modelli dotti: i componimenti infatti riprendono temi della lirica “alta”, con un’interpretazione parodistica e comica. Il giullare diventa quindi intermediario tra il sapere popolare e la letteratura colta, perché in grado di legare le forme della poesia d’arte a motivi folklorici, utilizzando un registro a volte umile, a volte elevato.

I temi
A essere trattati sono gli aspetti più quotidiani della realtà, come la povertà, il sesso, il vino, il mercato, spesso presentati nella forma del cantare, ampi poemetti in ottave che riprendono le leggende del ciclo arturiano e carolingio. Testimonianza dell’incertezza dei confini tra poesia colta e popolare è Rosa fresca aulentissima del siciliano Cielo d’Alcamo, una parodia delle tematiche dell’amor cortese. Tra i poeti che frequentano questo genere si ricordano anche Rutebeuf, autore di lamenti e di compianti della propria miseria, Ruggeri Apugliese, giullare di professione e Antonio Pucci, che scrive un quadro sfizioso nella vita del popolo fiorentino nella Proprietà di Mercato Vecchio. Interessanti sono anche i codici detti Memoriali bolognesi (negli spazi bianchi delle pagine i notai scrivevano preghiere o poesie) e il Cantare di Piramo e Tisbe ispirato ai personaggi del libro IV delle Metamorfosi di Ovidio.